Antimo Magnotta pianista del V&A Museum

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Solarità partenopea e intimismo filosofico.

Conversazione con Antimo Magnotta, pianista del V&A Museum

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Antimo Magnotta e Gaetano Algozino

Nel 1916, durante la lunga traversata da New York alla Spagna, morì annegato nelle profonde acque dell’Oceano il grande pianista spagnolo Enrique Granados, le cui 12 Danzas españolase le Goyescas conquistarono il pubblico internazionale per l’evocazione di calde atmosfere mediterranee. Nel 2012, durante una crociera nel Mediterraneo, il pianista Antimo Magnotta, a bordo della nave Costa Concordia affondata al largo dell’isola del Giglio, in Toscana, si salva miracolosamente dopo sei ore di drammatica lotta contro l’oscurità del mare. Queste due storie, così lontane nel tempo, evocano immagini potenti: la musica, l’arte, nonostante le avversità della vita, vivono perpetuando le contraddizioni dell’esistenza e gettando su di essa una luce nuova. Ciò che la potenza distruttiva delle acque marine non è riuscita ad estinguere, sia nel morto che nel sopravvissuto, è proprio questa straordinaria energia del dire musicale, che è oltre ogni dire e ardire umano, e tocca la sfera del divino.In tal senso Alda Merini diceva che gli artisti sono come puro plasma sul quale Dio incide le proprie contraddizioni. Con questi pensieri che mi “frullano” in testa, incontro Antimo Magnotta, pianista presso il prestigioso Victoria & Albert Museum di Londra, istituzione di fama mondiale nel campo delle arti figurative e applicate. Sul suo volto brillano sia quella contagiosa solarità partenopea, che ricorda i grandi nomi del teatro e della letteratura napoletana (Totò, De Filippo, Scarpetta, Serao), sia un pensoso intimismo filosofico che spesso equilibra il gioco di luci e di ombre, di ottimismo e pessimismo, tipico del carattere meridionale. Nell’attesa che Antimo completi le sue esibizioni nell’elegantissima sala da the del V&A, tutta stucchi e vetrate, mi aggiro nei labirinti del museo tra statue romane e rinascimentali, tra tele di scuola toscana e manoscritti medioevali. Alle 17, giusto per l’ora del the, raggiungiamo il Caffè Patisserie Valerie in Knightsbridge, a qualche minuto dai favolosi magazzini Harrods, cuore della Londra opulenta e posh, ove le splendide case costano una fortuna e i suoi abitanti parlano l’inglese elegante e perfetto da dizionario Oxford. Ci ricaviamo uno spazio tutto nostro all’interno della caffetteria. Accendo il mio computer e sono pronto a registrare la voce di Antimo, facendomi ancora una volta trasportare da una nuova e travolgente storia.

  1. Dal naufragiodella Costa Concordia alla rinascita in terra di Albione. Da quella terribile notte del 13 gennaio 2012 ad oggi tante sfide e cambiamenti hanno attraversato la tua vita. Cosa ti porti dentro di quell’esperienza traumatica? Quale ruolo ha “giocato” la musica in questa trasformazione di un incubo mortale in sogno di rinascita e di auto-realizzazione?

 La notte del naufragio è stata una metafora molto forte, un capovolgimento del senso. La nave è un luogo o non-luogo preposto al trattenimento e allo svago. Quella notte è diventata una trappola mortale. Questo capovolgersi diventa un simbolo macabro. Di quella notte mi porto dentro il ricordo di un peso che ha schiacciato la nave. Quindi tutto ciò che io ho dovuto fare è stato, metaforicamente, risollevare il tutto e alleggerirlo con la più intangibile delle forze che è la musica. Io ho sottratto peso a questa storia e la musica, credo, sia la mia migliore espressione. Ho dato fondo alla mia migliore espressione che si è rivelata una possibilità fondamentale affinché io potessi rinascere. E adesso mi godo appieno questa rinascita e mi sento nel pieno delle forze. Ho festeggiato il mio secondo compleanno, per cui sono pronto a dare il meglio di me.

  1. Nella tua bella testimonianza autobiografica pubblicata sul sito di Italian Kingdom hai scritto che “si dà il meglio di sé quando si è in condizioni estreme”. Immagino che la tua parabola esistenziale abbia conosciuto in profondità queste condizioni estreme, specialmente in una città come Londra. Come hai saputo fronteggiare queste situazioni?

 Io credo che col passare del tempo ci andiamo costruendo, anche a livello immaginifico, una zona di sicurezza, la cosiddetta comfort zone. È una sorta di cuscino psicologico che rende i sogni quasi uguali a se stessi, per cui dai per scontato le cose. Io ho cominciato a dare tutto come nuovo, ho coniato per me un aforisma, come se dovessi convincermi o essere illuminato da una nuova idea, quella di vivere ogni giorno della mia vita come se fosse il primo e non l’ultimo. Quindi sentirmi sempre pronto a ricominciare. In condizioni estreme si dà il meglio di sé stessi perché si è fuori dalla comfort zone, fuori da tutte quelle sicurezze, come avere un piatto cucinato (metaforicamente) dalla mamma oppure dare per scontato che chi abita con te ti dia un affetto di routine. Io mi sono ritrovato da solo, e ho vissuto una solitudine che è stata estremamente positiva nella drammaticità del tutto (dalla condivisione della casa al pagamento delle bollette, dagli spostamenti al lavoro). Trasferirsi in una città come Londra, che non è una nave, visto che io ho navigato per vent’anni, e non assomiglia per niente alla mia comfort zone, è stato uno shock notevole che io stesso ho voluto. È come se fossi venuto qui per farmi colpire col petto all’infuori, per farmi colpire da delle frecce, che hanno lasciato delle ferite che ora sono ferite di contentezza, di coerenza. L’ho voluto io. Non subisco, chiedo. Io decido e mi adopero affinché le cose succedano, accadano.

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  1. Cosa rappresentano Londra e il V&A nella tua vita umana e professionale? Quale genere di ispirazione trai da questo luogo fastoso e solenne, ricco di storia e di testimonianze artistiche del passato?

 Facciamo qualche passo indietro. Io ho sempre voluto viaggiare, questa goccia che mi è stata instillata, che è quella della curiosità, la devo proprio ai miei genitori. Quando raggiunsi l’età per leggere e scrivere mi fu fatto un regalo: un’enciclopedia. Questa enciclopedia si chiamava I mille perché ed era rivestita di pelle rossa. Io sono nato negli anni ’70 ed era una cosa che si usava allora regalare le enciclopedie. L’enciclopedia era la summa del sapere dell’epoca, e tutto questo ha scatenato una curiosità che si è sedimentata e ha generato delle spinte. Io infatti mi sono spinto sulle navi, perché volevo viaggiare e visitare il mondo.Il V&A Museum di Londra sembra ora il rovesciamento di tutto questo: prima ero io che mi muovevo verso il mondo, adesso, suonando il pianoforte in uno dei musei più frequentati del mondo su base quotidiana, sembra che io sia visitato dal mondo. Quindi io mi trovo al centro, e succede tutto il contrario di quello che ho fatto. Io sono ancora in balia di questo sogno del viaggio: non ho mai smesso di viaggiare, anche se adesso sono un po’ più fermo. È un viaggio da fermo, un viaggio “immobile” che ha la sua dinamicità. Incontro persone incredibili tutti i giorni, e in tal senso Londra è un polo culturale di enorme importanza. Io ho degli stimoli che non ho mai avuto in vita mia, anche se ho abitato in città molto più grandi come New York, Miami, ecc. Ma Londra la trovo abbastanza elettrizzante da questo punto di vista. La cultura è un motore, una propulsione continua, quotidiana. E questo mi piace, e anche molto!

  1. Vivi a Peckham, nel sud est, in quella Londra nera, multirazziale e vivace che molti londinesi “doc” odiano, o guardano per lo meno con sguardo di irridente commiserazione. Come vivi quotidianamente questi passaggi e attraversamenti dalla periferia povera al cuore ricco della metropoli?

 A Peckham mi ritrovo a vivere una realtà a me molto cara e vicina alla mia cultura d’origine, quella delle città del Sud Italia: penso a Caserta, con queste strade piene di vita. Adesso Peckham ha una matrice multirazziale e tutti i giorni mi ritrovo, come un bambino sorpreso, a lasciare casa e ad attraversare questo enorme bacino culturale, con canti musulmani e con gente che raramente parla inglese o che lo parla con uno strano accento. Ciò ha a che fare con l’umanità degli abitanti di Peckham. E questo è ciò che penso: noi siamo perfetti così come siamo, perché siamo ospiti di questa terra, per cui forse questa terra padroni non ne ha! La tratta di treno che compio quasi ogni giorno da Peckham a South Kensington è uno shock culturale incredibile, perché parto da una zona, per gli altri “degradata” ma per me ricchissima, e arrivo in una delle zone più ricche del pianeta. Si tratta di un gap culturale, di uno spazio o di una distanza da colmare. E la colmo con questo concetto di bellezza che mi circonda. È una esperienza incredibile questa, per cuiqui non è assolutamente possibile annoiarsi.

  1. Hai viaggiato molto durante la tua vita, e ora hai sentito il bisogno, almeno per un poco, di mettere “radici” a Londra. Come vivi il tuo rapporto “a distanza” con l’Italia? Quale eredità il Bel Paese ti ha trasmesso, che cosa hai portato dell’Italia a Londra e cosa vorresti portare di Londra in Italia?

 Mi capita spesso di viaggiare da Londra all’Italia e quando il capitano sta per annunciare la discesa in qualsiasi aeroporto italiano mi si stampa subito un sorriso sul viso. Ribadisco che io sono ospite degli inglesi, di questa terra del Regno Unito, ma sono italiano e conservo tutte le caratteristiche di un italiano, ovviamente con tutti i pregi e i difetti. L’Italia, come ho avuto occasione di dire, non costituisce per me una nostalgia o un elemento per cui bisogna sentire necessariamente un distacco. Più che un’assenza è una presenza che mi porto dietro, un patrimonio inestimabile di cultura, di senso dell’umorismo, di ricchezza che il mondo ci invidia. Questo è ciò che ci fa onore. Cosa porterei di Londra in Italia? Io porterei innanzitutto il senso che gli inglesi hanno di organizzare e di far succedere le cose senza che qualcuno ce le venga a proporre. Quello che a noi manca è lo spirito di iniziativa, cioè prendere iniziativa senza aspettare che lo Stato intervenga. E in tal senso devo riconoscere che gli inglesi ci insegnano a gestire la cultura. Noi debordiamo di cultura, noi esondiamo di cultura, ne abbiamo in quantità eccessiva e non riusciamo a renderla gestibile. Abbondiamo talmente di cultura che spesso la rendiamo anche inservibile. È imbarazzante per me, ogni volta che dal tunnel della metropolitana di South Kensington mi dirigo all’entrata di servizio del V&A, passare attraverso i Canova, i Bernini e i Raffaello. Sono tutti lì nel museo ed è paradossale come ancora la gente si chieda perché queste opere non siano in Italia. Tutte queste opere sono nel museo in cui lavoro, ed è una bellezza incredibile, fuori dal tempo, eterna. Mi trovo a passare in mezzo a cose italiane, in mezzo alla mia storia, alla storia del mio popolo, lontano dalla terra in cui sono nato. Tutto ciò fa pensare…

  1. I tuoi molteplici progetti musicali e culturali sono alquanto allettanti, vivificanti e dinamici. Potresti parlarmi di “Inner Landscape” che corre parallelamente al tuo libro “Sette squilli brevi e uno lungo. Il pianista della Concordia”, pubblicato nel 2014 dall’editrice italiana Il Foglio?

 Inner Landscape è stata per me una sorta di auto-terapia in cui mi sono trovato a rivisitare le mie posizioni emotive e le reazioni emozionali, utilizzando la musica. In italiano sarebbe “paesaggio interiore”, cioè una mappatura emozionale, una geografia interna che vai a scoprire con un movimento che, metaforicamente, è l’apertura di una finestra. Invece di aprire la finestra verso l’esterno, per scoprire il mondo fuori di te, apri una finestra dentro di te cercando e trovando parti di te stesso, della tua mappatura, che sono sorprendenti e ancora devi finire di scoprire. Tutto ciò l’ho fatto attraverso la musica.

  1. Entrando nel V&A attraverso la porta principale di Cromwell Road il visitatore legge questa iscrizione: THE EXCELLENCE OF EVERY ART MUST CONSIST IN THE COMPLETE ACCOMPLISHMENT OF ITS PURPOSE (L’eccellenza di ogni arte deve consistere nel completo compimento del suo fine). Quale è lo scopo e il fine della musica per te? Quale genere di linguaggio musicale vuoi trasmettere e veicolare con la tua arte?

 Lo scopo della musica è ancora oggetto d’indagine e di investigazione. È qualcosa di intangibile, di metafisico e per ciò stesso va oltre la fenomenologia e gli eventi quotidiani. Per quel che mi riguarda, la musica ha un solo scopo: è l’espressione di se stessi. Ognuno ha il diritto/dovere di esprimere se stesso. Io ho trovato, con l’andare del tempo, Antimo-pianista-al-Victoria&Albert-Museumnella musica la mia migliore espressione, il mio migliore codicedi interpretazione del mondo. Ho parlato prima del dono dell’enciclopedia che ha scatenato in me la curiosità: ebbene io leggo questa curiosità come una dinamica che può avere solo un verso, una direzione unica. Una volta che ti è stato instillato questo virus contagioso della curiosità non puoi più tornare indietro, non puoi più impigrirti. Adesso – e questa è la vera curiosità –cosa mi mancava per potere comunicare con il mondo? Un anello, un punto di congiunzione che dalla intuizione, dalla ispirazione passa alla comunicazione, e cioè uno step up, un passo verso l’alto. Avevo bisogno di un medium per comunicare, e istintivamente (ora non riesco ad indagare le ragioni per cui sono arrivato a ciò, avevo solo sei – sette anni quando ho fatto questo passo) la mia migliore espressione è avvenuta attraverso uno strumento: il pianoforte. Io ho chiesto all’improvviso ai miei di volere imparare a suonare il pianoforte, come se questa cosa fosse nata di punta in bianco. Non c’è nessun precedente, non c’è stato nessun musicista nella mia famiglia. Era una mia naturale predisposizione a comunicare, a mio modo ovviamente, e l’ho fatto attraverso la musica. Ciò che voglio comunicare non lo so, ma sono sicuro che si tratta di me stesso. Il contenuto della comunicazione è sempre la consegna di un messaggio che alcune volte è insondabile. Io non vado a razionalizzare le cose che voglio comunicare. Molto spesso sono dei campi emozionali che non hanno altro scopo che quello di dimostrare, di portare il cuore, l’anima, il tuo stesso io fuori di te.

  1. “Where the wild things are”. Entrando nel tuo sito il visitatore si imbatte, sulla homepage, in un frammento musicale di 1’ 36’’ significativamente denominato “ove le selvagge cose esistono”. E’ incredibile come tu riesca, attraverso questo brano, a trasmettere una incantata dolcezza e allo stesso tempo uno stato di irrisolta sospensione drammatica. Quali sono le “wild things” che vuoi evocare?

 Questo brano è ispirato ad un libro di Maurice Sendak, che è sempre piaciuto a mia figlia Sofia, la cui traduzione italiana è Nel paese delle creature selvagge. “Where the wild things are”è forse l’isola che non c’è, il nostro rifugio, il nostro non-luogo ove vorremmo abitare. È l’utopia, una sorta di luogo dei sogni, ove il protagonista si rifugia dopo aver ricevuto una “ramanzina” dalla mamma per una serie di capricci. Egli si rifugia nella sua stanza che all’improvviso si trasforma in una specie di foresta, si imbarca su una piccola zattera e va verso il paese delle creature selvagge, ove lo attendono dei mostri, che sono solo delle creature, delle immagini e delle visioni che noi abbiamo del nostro inconscio, forse della nostra parte infantile che non cresce e non deve assolutamente crescere. Questo brano è stato sostanzialmente ispirato alla folliache io imparo tutti i giorni da mia figlia.

  1. THE RAPHAEL PROJECT a mio giudizio è il prezioso fiore all’occhiello della tua produzione musicale. Rendendo omaggio ad una consolidata tradizione musicale, che risale al Romanticismo, hai creato una perfetta risonanza /specularità tra opere d’arte e musica. Si tratta di una lettura musicale dei 7 cartoni di Raffaello ispirati da 7 episodi della vita di S. Paolo narrati negli Atti degli Apostoli. Potresti descrivere meglio questo sublime itinerario musicale?

 Il presupposto di questo ambizioso progetto è stato quello di rendere omaggio alla cultura del mio paese, all’Italia e al genio di Raffaello Sanzio. Si tratta di un doppio tributo: all’Italia e al Victoria& Albert Museum, l’istituzione culturale che mi sta dando questa notevole possibilità di esprimere me stesso. Le scene rappresentate nei cartoni di Raffaello hanno una notevole drammaticità, uno straordinario impatto emotivo che istintivamente ho voluto sonorizzare. Quindi è una drammatizzazione di atti che prescindono dal contenuto religioso e si vanno ad inscrivere nella forza delle azioni immortalate da Raffaello. La scena della consegna delle chiavi da parte di Gesù a Pietro per fondare la Chiesa, simbolo molto potente di quest’atto di discesa della spiritualità di Dio, mi ha ispirato, giusto per fare un esempio, una melodia discendente che dal Pantheon dello spirito va verso la terra. È come se qualcosa diventasse reale e prendesse corpo nella forma della pietra, della Chiesa, una istituzione che è diventata importante per l’umanità. In generale sono una sorta di commenti, una colonna sonora che ho immaginato come se volessi rimettere in vita e far muovere queste azioni immortalate nel tempo da Raffaello. La musica ha questo potere di smuovere l’emotività e di mettere in movimento le immagini, per cui questo commento ha un segno dinamico che espande il messaggio potente della visualizzazione di queste opere. È stata una gran bella sfida, e mi aspetto di eseguire dal vivo queste opere al Victoria & Albert Museum proprio di fronte ai cartoni di Raffaello. La performance avrebbe senso proprio lì di fronte ai cartoni, come se fosse una colonna sonora dal vivo, un commento musicale.

  1. Vorrei concludere con una tua frase che ho letto sul web: “Sto bene a Londra, in questa città a cui posso chiedere ciò che voglio e che, prima o poi, me lo darà”. Che cosa vuoi chiedere a Londra e che cosa vorresti che essa ti dia, da oggi in avanti?

Londra è il nome di un agglomerato urbano di paesi, è uno spaccato interessantissimo di culture, di razze, di umanità, è il famoso crogiuolo. Quello che io vorrei chiedere, e che continuamente chiedo, a Londra è la stessa cosa che chiederei ad uno specchio, perché io considero Londra come una espansione di me stesso. È come se fossi di fronte a me stesso, è come guardare attraverso una lente di ingrandimento: vedi te stesso magnificato con delle proporzioni in scala 1/100, per esempio. Sei te stesso e rispondi, fai delle domande a te stesso. Io non mi aspetto niente che a mia volta non possa mettere in atto. Non mi aspetto mai niente dagli altri né da un’entità sconosciuta, e in effetti Londra potrebbe essere un non-luogo di passaggio, per cui io in questo passaggio sto chiedendo delle cose alla mia vita e in fondo le sto chiedendo a me stesso. Chiedere per me è già sinonimo di mettere in atto; quando io già chiedo, l’atto è già in cammino. Ho chiesto a Londra di poter suonare e lo sto facendo. È una mia volontà, perché io avevo già in mente ciò che avrei dovuto e potuto fare qui a Londra. La città mi mette semplicemente a nudo, e quindi credo di essere in un posto che è molto coerente. Qui non ci sono molte barriere se non quelle che tu vuoi interporre tra te e te stesso. Tutto ciò può sembrare articolato, ma è ciò che sento. Molti connazionali vengono a Londra con delle aspettative che sono distorte: essi si aspettano qualcosa dalla città. Ma così facendo vanno ad ingolfare delle fila di gente che avrà dietro l’angolo una grande frustrazione. Condenserei tutto questo, senza il rischio di essere travisato, in pochissime parole: Londra potrebbe essere una grandissima illusione. Chi viene qui senza un obiettivo e solo col sogno letto o discusso sui social media, si prepara a ricevere un viatico che lo porterà inesorabilmente verso la frustrazione. Londra, perciò, ha tutte le caratteristiche per essere un posto spietato e ti devi convincere che qui vivi da solo. Vivi in una moltitudine di solitudini e quindi il tuo strato è semplicemente un substrato insieme agli altri, e di ciò bisogna esserne profondamente coscienti. Sembra quasi che il spaccato della vita, dell’intera vita sia simbolizzato in una sola città. Nonostante tutte queste problematiche, Londra, almeno per me personalmente, è un banco di prova assolutamente necessario per cui vale la pena rischiare. E posso dire, senza alcun’ombra di dubbio, a 45 anni di vivere il periodo più bello e più intenso della mia vita.

Ancora conquistato dal fiume in piena di parole, immagini evocative, simboli e suoni che fluiscono dalla bocca di Antimo e arrivano diretti al mio cuore, lascio South Kensington per ritornare anche io, come nel viaggio evocato dal pianista partenopeo, nel sud di Londra, in quella parte più umana e colorata di questa infinita città-mondo. Raggiungo l’affollatissima stazione di Victoria con Antimo, ove le nostre strade si dividono. Lui prende il treno per Peckham, io prendo il treno per Sutton che mi porterà alla mia stazione, Norwood Junction. Durante il viaggio, di circa trenta minuti, quando il treno sta per attraversare il Battersea Bridge e le acque del Tamigi si colorano di azzurro e di rosso al tramonto di questo tiepido, assolato giorno di maggio, non faccio che ripetere, come una sorta di mantra, le parole del grande Thomas More: Go where we may, rest where we will, Eternal London haunts us still!

Intervista di Gaetano Algonino