“Torno a Londra dove 40 anni fa mi strillarono Go home!”: Franco Battiato si racconta dalla Scala

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Nel 1975 sul palco del Roundhouse di Londra lo scambiarono per un tecnico del suono: immancabili cuffie tra la folta chioma, barba lunga e camicia militare reduce da un mese girovagando per gli UK. Giradischi di fronte, puntina usata come il peltro di una chitarra e i subwoofer con le membrane in tiro più delle corde vocali di una baritono durante un assolo, luce strobo a far sobbalzare la retina degli occhi ogni decimo di secondo, e macchine del fumo a sparare nebbia in sala. Allora era musica d’avanguardia, ora la potremmo definire progressive allo stato puro degna dei migliori rave post Duemila. Allora come ora, il protagonista era Franco Battiato 70 anni il prossimo 23 marzo, 40 anni quando da quel palco del celebre Roundhoue, una delle tante fabbriche inglesi abbandonate e poi riconvertite a sala concerti, mixava suoni per quel tempo di difficile comprensione, tanto che il pubblico gli gridò “Go home!”, dopo aver realizzato che non si trattava di un sound-check ma che era proprio lui il protagonista della performance.

Ma la storia ce lo ha dimostrato, la sua storia specialmente: Franco Battiato non demorde mai, sa che il suo modo di prevedere e instradare il futuro musicale, agli inizi stridula con i gusti di quei momenti. Lui è come un dottore buono che ci invita a prendere una pillola, amara quando si butta giù, ma che poi ci fa stare bene. Molto bene.

Battiato Viola 2

Franco Battiato e Carlo Guaitoli ieri sera alla Scala di Londra (foto sopra e copertina di Luca Viola www.lucaviolaphoto.com )

E lo ha fatto anche ieri sera alla Scala dove ha fatto tappa il suo tour europeo, breve ma intenso prima Amsterdam, quindi Londra e poi Parigi, e soprattutto souldout, con l’organizzazione curata dalla TIJ Events.
Inizieremo con 30 minuti di musica, difficile, soffrirete un po’…” annuncia così il suo concerto/progetto, Franco Battiato, dopo essere entrato in scena con  Pino “Pinaxa” Pischetola, ingegnere del suono alle prese con una postazione degna del banco regia di un network televisivo, e Carlo Guaitoli al piano, più tastiere più altre diavolerie elettroniche. Le premesse di Battiato sono state ampiamente mantenute, il pubblico applaude ma è come se si trovasse in uno stato di trance, assorbe quei ritmi senza elaborarli, come quando si sogna di volare trascinati dal vento senza mai cercare nessun appiglio dove aggrapparsi, perché si è certi che non si cadrà mai nel vuoto.

Ci vuole la seconda parte del concerto per ascoltare quel Battiato più comune a tutti: da “Shock in my town” a “Ti vengo a cercare”, “Voglio vederti danzare”, “L’ombra della luce”, “La cura”, “Come away death” passando per “Come un branco di lupi”. Tutte offerte sempre in una maniera molto sperimentata e sperimentale, non solo dal punto di vista musicale, anche di interazione col pubblico: parte con un bravo, poi lo interrompe, ci tiene a dire che prende spunto da un sonetto di Shakespeare (“Come away death”), quindi sfoglia velocemente il paroliere che ha sul leggio perché a un ritornello di una successiva canzone si dimentica le parole, danza e muove le braccia come un direttore d’orchestra, o come un pittore davanti a una tela fatta d’aria. Il pubblico lo segue sempre, lo acclama e gioca anche con lui, tanto che solo al terzo bis si può mettere fine al concerto. E solo perché un tecnico entra sul palco iniziando a smontare quel circo di elettronica. Altrimenti si sarebbe potuto andare avanti a oltranza, in questo continuo stato di trance emotiva.

Battiato alla Scala 1

Ancora un momento del concerto di Battiato alla Scala di Londra

Sono contento di come il pubblico interagisca a questo nuovo progetto, il Joe Patti’s Experimental Groupha detto Battiato pochi attimi prima di salire sul palco della Scala di Londra -. Non solo in Italia e in Europa ho ricevuto consensi, ma anche dal Giappone hanno scritto recensioni positive su questo particolare album”.

Londra non è una città nuova per lei, spesse volte è venuto qui in concerto, sia ai tempi di un Battiato sconosciuto ai più, sia quando Battiato era ormai uno degli avanguardisti musicali più acclamati in Italia. Che tipo di rapporto ha con questa città?

Ho sempre avuto un rapporto diretto e molto forte. Già quando venni tempo addietro per una full immersion di inglese che mi permise di comprendere meglio brani e opere dalle quali poi ho trovato spunto per alcuni miei progetti. Ora la vedo sempre più ricca di italiani. Anche in albergo ho incontrato ragazzi della nostra terra a lavorare in sala o in reception. In loro avverto sempre un medesimo stato d’animo: anche se laurati preferiscono essere qui a Londra, anche a fare i camerieri pur di non vivere in una gabbia.

La gabbia in questione immagino sia l’Italia?

Sì l’Italia. Credo che sia sempre più difficile cambiare questo Paese. La mia breve esperienza politica mi ha fatto scoprire e capire molte cose, non tornerò più a fare politica ma non per questo sono disilluso. Io sono come un treno merci che va ad altissima velocità. Io seguo la mia strada. Prima, come ora e per sempre.

E la sua storia, artistica in particolar modo, ce lo ha insegnato: è uno sperimentatore che mai si è piegato alle regole del commercio.

Lucio Dalla, persona di una grandissima e fine intelligenza, mi diceva spesso ‘tu ti fai inseguire dal pubblico, io invece lo inseguo continuamente’.

Ampliando il raggio d’azione, come avverte l’attuale situazione globale, dal punto di vista del momento storico, religioso e politico, avendo lei spesse volte fatto da ponte tra Occidente e Oriente attraverso i suoi album.

Nei decenni passati la distanza tra questi “mondi” era meno vistosa, c’era più interazione. Ora invece sono sempre più lontani e sempre più difficile prevedere un riavvicinamento. Servirebbe ricreare un nuovo ponte, soprattutto culturale, partendo da una necessità di ricerca spirituale che possa sovrastare altri interessi ad oggi alla base degli attuali scontri religiosi e politici.

 

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