Ben Jonson nella letteratura inglese

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BEN JONSON (1572-1637) e la “commedia degli umori”

Durante l’età elisabettiana, che dalla maggior parte degli studiosi è considerata alla stessa stregua del Rinascimento italiano, in Inghilterra e in special modo a Londra, capitale politica e luogo di elezione di una certa élite culturale, fiorisce tutta una serie di intelligenze filosofiche, letterarie, artistiche e teatrali che in un modo o in un altro sono come collegate, innervate e alimentate dal genio immortale di Shakespeare. Alle soglie dell’età barocca si colloca la figura di Ben Jonson che segna un originalissimo spartiacque tra il mondo tragico e cupo di Marlowe e l’universo poliedrico di Shakespeare. Nato a Westminster l’11 agosto 1572 da famiglia di probabile origine scozzese, Ben Jonson trascorse una triste e magra fanciullezza peregrinando di luogo in luogo, al seguito del suo patrigno, e senza mai completare gli agognati studi. Frequentò per breve tempo la Westminster School, ove fu apprezzato allievo di William Camden, ma fu costretto dal patrigno ad abbandonare la scuola per seguire il mestiere di apprendista muratore. Anche se esercitò altri mestieri ed attese ad altri impegni, Jonson trovò tempo, modo e tenacia per esercitare ed affinare il suo ingegno letterario, sicché si può affermare senza ombra di smentita che tutta la sua attività letteraria sia stata frutto di un brillante scolarcato autarchico e autodidatta maturato all’ombra dei classici latini e italiani debitamente anglicizzati e contestualizzati nel ricco panorama culturale dell’età elisabettiana.

Shakespeare_and_Jonson_at_the_Mermaid_TavernDopo essersi arruolato come volontario nell’esercito britannico e aver partecipato alla guerra nei Paesi Bassi, Jonson rientrò definitivamente a Londra nel 1597 e si dedicò al teatro sia come autore di drammi che come attore. La sua collaborazione con Thomas Nashe all’opera The Isle of dogs gli valse una condanna per oltraggio alle autorità, un periodo di prigione e infine la distruzione dell’opera. Cimentatosi senza alcuna fortuna col genere della commedia sentimentale in The case is altered, Jonson nel 1598 cambiò decisamente stile e scrisse la commedia Every man in his humour (Ognuno nel suo umore), che venne rappresentata dalla compagnia di Shakespeare: quest’opera fu il suo primo vero successo. Con essa, l’autore inaugurò la serie delle commedie degli “umori”. Tale termine richiamava la medicina ippocratica e galenica, secondo la quale nel corpo umano esistono quattro umori (collera, sangue, flemma, melancolia) che interagiscono: la buona salute sarebbe il frutto di un equilibrio perfetto tra questi quattro umori e, di conseguenza, uno squilibrio nella loro proporzione sarebbe all’origine delle malattie. Lo stesso anno subì un grave processo per l’uccisione in duello del collega attore Gabriel Spencer. In seguito all’insuccesso delle sue ultime commedie, Jonson si ritirò dal teatro popolare per dedicarsi agli spettacoli di corte (i masque) ed alla poesia. Nel 1616, inoltre, curò personalmente la pubblicazione delle sue opere in un unico volume (The Works): Jonson fu l’unico drammaturgo elisabettiano ad intraprendere una simile raccolta. Nel 1620 iniziò il lento declino di Jonson a causa di una serie di infarti cardiaci che lo portarono alla completa debilitazione fisica. Seppur malato egli riuscì a dedicarsi alla scrittura, alla correzione delle sue opere e ad una fitta ed interessante corrispondenza epistolare con James Howell per quasi diciassette anni. Morì il 6 agosto 1637 e venne seppellito nel corridoio della navata nord dell’Abbazia di Westminster. Il suo sepolcro reca questa singolare e curiosa iscrizione: O RARE BEN JONSON, che a detta di alcuni studiosi, potrebbe significare sia “O speciale (raro, unico) Ben Jonson, che “Pregare per Ben Jonson” (ORARE).

In mezzo alla sua copiosa produzione letteraria, che può essere suddivisa in plays-masques-other works, abbiamo scelto due deliziose commedie che lo hanno reso noto in tutto il mondo: Volpone e L’Alchimista. Volpone or the Fox (Volpone o La Volpe) è una commedia in cinque atti in prosa e in versi, rappresentata nel 1606 e pubblicata nel 1607. La figura centrale, di Volpone, discende da quella, satireggiata nella letteratura classica, del captator, il cacciatore di legati. In Plutone e Mercurio di Luciano troviamo per esempio la figura del vecchio Eucrate che, senza prole, tiene a bada cinquanta captatores, stimola le loro speranze, finge di morire mentre gode eccellente salute, finché i captatores finiscono per discendere all’Ade prima di lui per ordine di Plutone, che restituisce a Eucrate la giovinezza. Altri casi simili sono satireggiati da Luciano nei Dialoghi dei morti e da Petronio nel Satiricon (Eumolpo e i captatores di Crotone). Sicché dalla letteratura classica Jonson ha derivato la situazione fondamentale del legatore che si prende gioco dei cacciatori di legati.

Volpone, ricco veneziano senza prole, finge di essere in punto di morte per ottenere doni dagli aspiranti alla sua eredità, secondato dal suo parassita Mosca, che persuade ciascuno di costoro di essere il favorito. Uno di essi, Corvino, arriva a sacrificare a Volpone la moglie per avere l’eredità. Ma Volpone non si accontenta di ingannare, prende gusto al trucco fino al virtuosismo e così passa il segno, e, nominato erede Mosca, finge di essere morto. E così cade nelle sue stesse reti, ché Mosca ne approfitta per fare un ricatto al padrone. In tal modo i due compari Ben Jonson by George Vertue 1730 (cropped)truffatori si trovano impegnati in una lotta a morte tra di loro, come nell’Alchimista, che si può definire un parallelo inglese di Volpone. Finalmente uno degli aspiranti delusi, l’avvocato Voltore, rivela l’inganno al Senato; per il che Volpone, Mosca e Corvino ricevono la pena che meritano. Oltre a questi personaggi, i cui nomi sono in italiano, figurano due inglesi “italianati”, dalle idee e dai costumi assurdi, Sir Politic Would-be (Aspirante Politico) e sua moglie. L’insolenza del ricco e avido Volpone si anima di un sinistro splendore degno dell’Aretino, sicché il dramma è tutto pervaso di un torbido afflato lirico.

The Alchemist (L’Alchimista) è l’altra nota commedia di Jonson. Divisa in cinque atti in versi, fu rappresentata nel 1610, pubblicata nel 1612. A parte qualche motivo derivato da Plauto (Mostellaria e Poenulus), Jonson attinse alla sua svariata erudizione e alla sua osservazione di tipi contemporanei (alchimisti come Dee e Kelly, e teologi come Hugh Broughton). Qualche similarità con Il Candelaio di Giordano Bruno pare solo fortuita. La commedia è rigidamente divisa in atti e scene secondo i modelli classici, e sono rispettate le unità; la trama è stata lodata dal poeta romantico Samuel T. Coleridge e da altri come una delle più perfettamente congegnate.

Durante la peste, avendo Lovewit lasciato la sua casa a Londra in custodia del suo servo Face, costui vi introduce certi compari, cioè Subtle, l’alchimista, e la sua compagna Dol Common, e la casa viene usata per attirarvi dei gonzi a cui l’alchimista promette la pietra filosofale: tra le vittime sono Sir Epicure Mammon, cavaliere avido e lascivo; due puritani, Tribulation Wholesome e Ananias: Kastril, un giovanotto attaccabrighe che cerca un buon partito per la sorella Dame Pliant, e altri. Surly, un giocatore, si accorge della frode e cerca di smascherarla presentandosi in veste di Spagnolo; alla fine le fila del complicato intreccio si avviano alla soluzione, che risulta in una gara tra Subtle e Face non solo per menare a buon porto le rispettive pericolanti trame, ma anche per eliminare la possibilità di successo dell’antico compare divenuto ora rivale. Face riesce a vincere la gara; tornato Lovewit, si riconcilia con lui e finisce con lo sposare Dame Pliant, mentre Subtle e Dol si dànno alla fuga. È ammirevole in questa commedia il gioco degli episodi, di una precisione che partecipa della geometria e della musica.

Gaetano Algozino                                                                      South Norwood, London 7 luglio 2015