“Bisogna essere megalomani e ambiziosi. Solo così si può essere vincenti”. Alessandro Baricco a Londra tra cultura, business e sogni

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Affamati e folli, tanto per dirla alla Steve Jobs? Ormai è acqua passata, quasi non spaventa cercare di esserlo. Ora se si vuol aggredire il mondo ed essere dei vincenti “bisogna essere megalomani, avere un alto senso di stima personale, ambiziosi e più bravi degli altri”. E se a dirlo è Alessandro Baricco c’è da crederci.

Non siamo in uno spogliatoio a pochi minuti dal fischio d’inizio di una sfida sportiva, neppure di fronte a uno dei tanti imbonitori di qualche catena di vendita a stelle & strisce; siamo all’Istituto Italiano di Cultura a Londra e davanti a noi uno dei maggiori scrittori contemporanei. L’occasione è data da una tournée che Baricco sta tenendo in tutta Europa, e ancor prima in Italia, per promuovere la Scuola Holden di Torino, di cui oltre essere uno dei fondatori è anche preside e docente. Una scuola in cui si insegna a scrivere, recitare, si insegna cinematografia e direzione televisiva, e a trattare con i nuovi Media.

Alessandro Baricco LondraSi insegna anche cos’è il talento e come si fa ad essere creativi?

“Non possiamo insegnare cose che già tutti noi conosciamo molto bene – spiega lo scrittore prima dell’incontro col pubblico -. Tutti noi raccontiamo storie: al bar, a cena, in giro con gli amici, al nostro partner. Gran parte di queste muoiono pochi istanti dopo, altre invece rimangono impresse, alcune volte per sempre. Questo insegniamo: a fare in modo che le storie che raccontano i nostri studenti, attraverso un libro, su di un palco, dietro a una cinepresa, rimangano fissate nel tempo. E i bravi sono proprio coloro che riescono a mettere ordine nella follia e nel caos che c’è nella loro mente, che riescono a fissare l’evanescenza”.

Ma anche a fare in modo che di cultura si possa vivere, giusto?

Assolutamente sì. L’Italia è al centro di un processo educativo sempre più incrostato che si riflette sul mondo del lavoro. Musei, teatri, editoria: siamo non solo in ritardo rispetto ad altri paesi, ma non stiamo neppure facendo nulla per recuperare il terreno perso. Esistono in tutto il mondo modelli che evidenziano come la cultura sia sinonimo di economia e benessere.

Quindi la Scuola Holden si pone non solo come “palestra” per addestrare la creatività, ma anche come business model da offrire come esempio, soprattutto al Governo.

E’ una scuola professionale e indipendente a tutti gli effetti con metodi didattici indubbiamente nuovi per l’Italia, spostatasi ora in una vecchia fabbrica di bombe a Torino, dove lo spazio più bello è rappresentato dalla vecchia area dedicata alla catena di montaggio. Dove alcune lezioni si fanno a piedi nudi, dove all’ingresso ci sono quattro aceri che perdono le foglie in base alle stagioni che trascorrono per non farci smarrire il senso del tempo che passa, dove insegnano docenti sia italiani che esteri e dove la mattina si smonta un romanzo trattandolo come un mobile, il pomeriggio si ascolta Wagner per imparare a scrivere e poi si fanno gite fuori porta in un macello, si fanno lezioni di cucina e si gioca a baseball per creare quel giusto equilibrio tra mente e corpo utile per imparare a mettere in ordine la propria creatività. E dove, sicuramente, alcuni modelli di insegnamento potrebbero essere copiati dall’attuale sistema scolastico italiano. Non a caso siamo la scuola più bella del mondo.

Le giro ora la medaglia: immettere tanti nuovi talenti sul mercato non c’è poi il rischio di sovraffollamento di un settore, quello della cultura, che scarseggia di fruitori i quali alimentano il “benessere economico” di un creativo costretto quindi a spartirsi con i colleghi una torta sempre più piccola?

Partiamo dal presupposto che noi non creiamo talenti, ma come detto mettiamo ordine nella creatività, al pari di un animale da addomesticare. Poi uno su mille ce la fa. Ma a tutti offriamo la possibilità di seguire un percorso che porta al raggiungimento di un obiettivo. Ho avuto studenti dal talento innato, in particolare un ragazzo che per me scriveva da dio, la stessa scuola era disposta a finanziargli il primo libro. Lui invece ha scelto di fare il barista. Un’altra ha studiato alla Holden dieci anni fa, poi di lei non ne ho sentito più parlare; un giorno l’ho vista suonare una fisarmonica su un palco e qualche giorno fa ha invece ritirare il premio della critica al Festival di Cannes per il suo film “Le meraviglie”; sto parlando di Alice Rohrwacher. Altri hanno invece aperto un B&B, oppure hanno scritto il loro primo libro sei, sette anni dopo il corso. Certo, la crisi è complessiva, il trend delle vendite è in calo, ma c’è sempre uno zoccolo duro di lettori che alimenta il mercato. A noi il compito invece di alimentare la creatività.

Lei dice che bisogna essere ambiziosi e più bravi degli altri: non crede che la sfida è più complicata oggi rispetto a quando lei ha esordito decine di anni fa? Ormai con Internet tutti sono editori di se stessi, tutti possono pubblicare e farsi pubblicità attraverso i Social. La piattaforma di self-publishing “Il mio libro” conta qualcosa come 20.000 adesioni. Per non parlare poi di e-book, microblogging e via dicendo.

Io credo che la Rete sia il nostro peggior nemico. Il nostro ruolo è quello di occupare il tempo libero delle persone, ma ormai il tempo libero è sempre più Internet, Facebook, pornografia online, giochi su smartphone . E’ sempre più raro vedere su un pullman o all’interno di una metropolitana qualcuno intento a leggere un libro. L’e-book? E’ un semplice fenomeno momentaneo.

Ma Internet ha però anche dato la possibilità a molti giovani scrittori snobbati dalle case editrici di trovare invece il proprio pubblico: dal citatissimo Moccia alla francese Muriel Barbery che con il suo “L’eleganza del riccio” ha poi venduto oltre 60.000 copie, partendo proprio dal passaparola via web.

Sono casi che si contano sulle punta delle dita. Vedi invece Paolo Giordano o Roberto Saviano, sono autori che attraverso la tv, i giornali, i mezzi di diffusione più classici si sono fatti conoscere ed apprezzare dal pubblico. E poi, dati alla mano, una presenza in tivù di uno scrittore equivale a più copie vendute. Non credo che sia lo stesso con la Rete.

A chi si iscrive alla Scuola Holden scegliendo di ammaestrare la propria creatività e a chi invece sceglie di lasciarla allo stato brado, che consiglio offre?

Dico ad entrambi di vedere dentro di sé e scovare quella carica di energia che noi tutti abbiamo, e di non abbandonarla mai. E di avere fiducia nei propri sogni. Fin da bambini siamo stati abituati a reprimere e controllare la nostra creatività, per la paura dei nostri genitori che qualcosa di brutto ci accadesse. E’ giunto il tempo di liberarci da questa eredità e di diventare i più bravi, i migliori, gli unici al mondo capaci di raccontare nel più bel modo possibile il nostro spicchio di mondo.