Brexit: l’UK giovedì al voto nell’incertezza più totale

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Il prossimo 23 giugno il Regno Unito andrà al voto per scegliere se rimanere o uscire dall’Europa. Decisione che verrà valutata attraverso un referendum consultivo, ossia che quanto uscirà al termine dello spoglio non sarà legge, ma sarà preso in considerazione dal Governo. Ovviamente, sapere che il popolo ha scelto in una determinata maniera, e poi fare al contrario, equivarrebbe a un suicidio politico che metterebbe a rischio la stabilità degli UK.

Anche se ad oggi, così ormai da settimane, aria di stabilità proprio non se ne respira all’interno del Regno Unito, tanto che gli stessi mercati finanziari internazionali stanno subendo questa continua indecisione sul futuro della permanenza, o meno, nell’EU.

Neppure i sondaggi riescono ad offrire una chiara idea su dove gli inglesi metteranno la X giovedi prossimo, nel segreto delle urne. Ad oggi c’è un continuo passaggio di consegne tra il fronte dell’IN, ossia di chi vuol rimanere, e dell’OUT, chi vuol uscire. Con valori percentuali che si differenziano davvero di pochi punti, di norma tra il 47% e il 45%. In questi giorni a favore dell’uscita, qualche settimana fa per la permanenza. C’è poi l’8% circa rappresentato dal “Don’t know”, ossia “Ancora non so”. Otto per cento che potrebbe all’ultimo momento fare la differenza, senza effettivamente ancora sapere verso quale direzione.

brexit 2Ma l’indecisione non è solo numerica, quanto anche di sensazioni contrastanti tra chi vive nella capitale inglese e chi nelle altre città nel resto del Regno Unito. Come è ben risaputo, Londra è la città più cosmopolita d’Europa e quindi già solo questo farebbe immaginare scenari di “permanenza”. Ma Londra, con i suoi 8 milioni e mezzo di abitanti, ha un peso inferiore rispetto al resto dell’UK che vanta una popolazione totale di 65 milioni.

C’è poi l’aspetto politico, con le due fazioni rappresentate dall’attuale primo ministro David Cameron e dall’ex sindaco di Londra Boris Johnson: il primo per l’IN, il secondo per l’OUT. Piccolo aspetto, ma non di poco conto, che entrambi sono figure di spicco del partito dei Conservatori (nella foto in basso), l’attuale maggioranza, ma opposti sulla questione Europa. Una rottura che sta minando la stabilità politica interna del paese. A buttare benzina sul fuoco dell’indecisione, nelle settimane scorse, anche la stessa Regina che ha fatto un passo indietro sul suo pensiero in merito alla Brexit. Prima “Uscire per la nostra salvezza…”, ora  “Rimanere per la nostra forza…“.

Ma, di fatto, perché si è deciso di fare questo referendum? Immigrazione e sussidi sono gli argomenti sul quale indirettamente si basa, poi anche questioni legate alla finanza. Nel primo caso l’UK chiede all’Europa che i migranti che si trasferiscono per cercare lavoro nel Regno Unito accederanno più gradualmente ai sussidi e con modulazioni, ancora da definire, per ridurre il loro impatto sui conti pubblici. Inoltre l’accesso sarà molto più restrittivo: dovrebbe prevedere test di lingua, e prova di un reale interesse da parte di un’azienda con sede negli UK ad assumere il migrante. Prova, che in questo caso, significherebbe mostrare un contratto di assunzione. Ma quale azienda è davvero interessata ad assumere a distanza?

L’aspetto finanziario, anche se non espressamente dichiarato, per non mettere sul piano economico una decisione così importante, è quello più delicato. Ad oggi Londra rappresenta uno dei poli economici più importanti al mondo, essendosi aperta negli ultimi anni tantissimo a investitori stranieri. E’ sotto agli occhi di tutti come intere aree e grattacieli siano stati costruiti con fondi di investimento arabi, cinesi e più in generale asiatici. Uscire, permetterebbe all’UK di gestire ancora meglio e in maniera non controllata da un organo centrale, vedi l’EU, i propri accordi. Che di fatto significherebbe aprire ancora di più le porte all’ingresso di capitali esteri. Se non addirittura spalancarle. E’ noto che Londra vuol trasformarsi nella “nuova” Svizzera. Se ragionassimo a macro economia, questo porterebbe dei sostanziali vantaggi ad aziende di un certo peso internazionale, rendendo l’UK ancora più forte a livello globale. Ma avrebbe delle pesanti ricadute sul resto della popolazione, rendendo Londra, e forse anche altre città inglesi, luoghi dove per vivere servirebbe avere stipendi da capogiro. Già oggi la capitale inglese è tra le Top 5 delle aree più costose al mondo.

Ultimo aspetto, quello culturale: è davvero difficile incontrare un inglese che si senta realmente europeo. Non che gli inglesi non diano peso e valore al concetto di unione tra gli stati ma, storia vuole, che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Esempio più che appropriato, visto il territorio in questione. Già solo il fatto che non hanno adottato l’Euro, rimanendo con la loro Sterlina, la dice lunga. Forse i fatti danno ragione a loro, o forse no. Fatto sta che, culturalmente, gli inglesi hanno sempre pensato “Ok, siamo tutti in Europa, ma rispettiamo le distanze….

Insomma, analizzare la questione “Brexit” è davvero uno degli esercizi più difficili che si possano fare dato che, come anticipato, abbraccia questioni politiche, sociali, finanziarie, culturali e anche storiche. Vincerà l’IN, oppure l’OUT? E se il popolo inglese dovesse essere per l’uscita, il Governo farà poi la voce grossa per ottenere altri benefici dall’Europa con la minaccia reale di uscire? E se poi l’Europa si piegherà all’UK, questo rappresenterà un precedente che verrà sfruttato anche da altri Membri per ottenere altri benefici ancora?

Troppi punti interrogativi difficili da sciogliere solo nel corso di un giorno di referendum. E troppi lasciati nelle mani di un solo popolo.