Conversazione con Simonetta Agnello Hornby

0

Conversazione con Simonetta Agnello Hornby

Dalla Bella Trinacria alla Perfida Albione.
Dall’Isola all’Isola tra miti, stereotipi e desiderio di riscatto

Herne Hill, cuore verde della Londra rurale del Sud, tra Dulwich e Brixton. E’ un radioso, rarissimo, caldo pomeriggio d’aprile, e l’immenso Brokwell Park, un tempo rifugio di aristocratici e scrittori in fuga dal caos di Londra, è un tripudio di colori e di odori avvolgenti. L’aria è così molle e delicata che tutto sembra quasi inclinare verso la lascivia e la voluttuosità estetica. Alle 2.30 postmeridiane di martedì 12 aprile mi accoglie, nella sua casa di Carver Road, un’anziana e distinta signora, dai tratti delicati e dal portamento nobile. Il suo musicale e scandito accento palermitano, che non ha mai dimenticato neanche dopo 47 anni di vita trascorsa in Inghilterra, ricrea un’atmosfera al tempo stesso familiare e solenne. E’ proprio lei, Simonetta Agnello Hornby, nota scrittrice anglo-siciliana, che dopo innumerevoli e insistenti ricerche sono riuscito a trovare grazie alla “complicità” dell’editore siciliano Emilio Barbera e della gentilissima Ornella Tarantola, responsabile della Libreria Italiana di Londra. Da Leonforte a Londra il pensiero è stato uno, e uno solo: incontrare Lei, la Signora anglo-siciliana, quella straordinaria ammaliatrice che aveva popolato la mia fantasia di lettore dei personaggi più bizzarri e strani, al limite quasi della realtà umana.

Scopro inoltre, con mia grande gioia, che la Signora Agnello Hornby è mia neighbour (vicina di casa), dacché io abito a South Norwood, a circa 25 minuti da casa sua. E per di più, sia la Hornby che io, abitiamo nella Londra del Sud. Siamo dei South Londoners, guardati con occhio di compassione e di sufficienza dai londinesi “doc” che abitano nella City e nel West End.

La spremuta di limone in acqua frizzantina, fatta per l’occasione dalla scrittrice sotto i miei occhi, segna il gradevolissimo incipit di una lunga e poliedrica conversazione storico-letteraria e socio-antropologica sui rapporti tra Londra e la Sicilia, e sulle infinite risorse di questa città-mondo, che la Hornby ha scelto come sua patria d’elezione. Dopo i convenevoli del caso e le presentazioni, accendo il mio iPad per registrare la voce calda, pastosa e chiara dell’avvocato-scrittore, la cui opera letteraria in casa mia è stata divulgata, fin dall’apparire del suo primo romanzo (La Mennulara), dallo zio Nuccio, maestro elementare emigrato a Torino, raffinato cultore di cose siciliane e divoratore assiduo di libri. Ci guardiamo negli occhi con Simonetta, classe 1945, ed è subito un’intesa profonda. Quell’intesa tra isolani che si ritrovano su un’altra isola a parlare di isole così simili perché distanti. Inizia così un dialogo fecondo e serratissimo, che ha ne La mia Londra, pubblicato da Giunti nel 2014, il punto di partenza e di approdo di un lungo percorso di ricerca umana, culturale ed esistenziale.

Gaetano-SimonettaAgnello-Hornby

Simonetta Agnello Hornby, leggendo il suo appassionante libro La mia Londra, personalissima autobiografia narrata quasi in forma di un cunto siciliano, sono rimasto particolarmente colpito dall’intreccio mirabile tra la sua vita e quella del grande intellettuale dell’illuminismo inglese Samuel Johnson, del quale, all’inizio di ogni capitolo, lei riporta una frase illuminante e sintetica. Perché ha scelto quale mentore, guida e novello Virgilio del suo viaggio a Londra proprio Johnson?

Cominciamo da Virgilio: bello paragonarmi a Dante, ma proprio non oserei. Samuel Johnson mi è stato presentato da mio marito. Quando eravamo fidanzati mi portò agli Inns of Court, il quartiere degli avvocati. Io volevo diventare avvocato ed egli mi disse: “Se vuoi diventare avvocato, lavorerai qui!”. Allo stesso tempo mi fece vedere la casa-museo di Johnson. Samuel Johnson è un nome buffo, non è un nome serio, sembra quasi un nome inventato, il nome di un pupazzo. E io gli chiesi: “Chi è questo Johnson?”. Lui riprese: “il più grande illuminista inglese e il padre della lingua inglese”. Questo mi fece impressione, e poi fu sempre mio marito che mi fece leggere brani di Johnson, dicendomi che come scriveva Johnson non scriveva nessun altro, perché aveva il dono della concisione, della parola quasi lapidaria. E mi raccontò anche la storia di Johnson. Johnson non è il padre dell’Illuminismo, anche se molti lo chiamano così, ma bensì il padre dell’Imperialismo inglese. Non era un imperialista, ma creando un Dizionario che comprendeva tutti gli altri dizionari inglesi di lingua e dialetto, realizzò una grande opera letteraria, perché sotto ogni voce o parola riportava dei brani di grandi scrittori e autori inglesi. Johnson ha fatto sì che tutte le colonie conoscessero l’inglese allo stesso modo, attraverso il suo Dizionario, e che tutti coloro che leggevano questo Dizionario apprendessero la poesia, il pensiero e la prosa inglese. In Italia non esiste un Dizionario del genere. Non credo che il colonialismo inglese abbia avuto qualcosa in più di quello portoghese, di quello olandese o di quello francese, tranne che questo. Gli altri dominavano, portavano i loro sistemi, gli inglesi portavano la loro cultura attraverso la lingua di un Dizionario. Questa è una cosa meravigliosa.  

Dall’Isola all’Isola: dalla “Bella Trinacria che calìga da Pachino a Peloro” (Dante) alla Perfida Albione. Che cosa rappresentano le due isole, così distanti e differenti, nella storia? 

Io ho sempre notato il fatto che siamo isola. Un’isola conosce i suoi confini e l’identità di un isolano è chiarissima. Chi è nato in Calabria non è siciliano. E anche l’identità dell’inglese è chiarissima. L’isola ha sempre paura di essere preda degli invasori che vengono dal mare: chi ha le coste non ha come difendersi, a meno che non abbia una marina. Noi siciliani, leggendo la storia, avevamo una marina fino al periodo degli Aragonesi (sec. XIV), una marina governata da Barcellona e da Valencia. In seguito non abbiamo più avuto una marina e siamo stati una vera colonia. Da qui la paura del mare. I paesi erano costruiti sulle alture, perché gli abitanti avevano paura dei predatori (la pirateria esistette fino ai primi dell’Ottocento). Gli inglesi invece, per una serie di motivi dovuti anche questi alla stessa dominazione normanna, decisero di aggredire per proteggersi. Però la paura è sempre la stessa, l’identità è sempre la stessa, il senso di accoglienza del naufrago o di chi vuole venire è sempre lo stesso. E uno dei paragoni più belli tra la Sicilia e l’Inghilterra lo vedo proprio ora. Noi siciliani accogliamo i migranti che vengono dall’Africa con una generosità straordinaria. Il popolo inglese è fatto di migranti, di gente che veniva da ogni parte del mondo e che veniva accolta con la stessa generosità. E quel che è interessante degli inglesi è che accoglievano i rifugiati: basti pensare ai rifugiati ugonotti, ai rifugiati protestanti e agli ebrei. Chiunque voleva venire in Inghilterra era accolto e aveva l’opportunità di diventare inglese, se voleva. E se lo diventava, diventava come tutti gli altri inglesi.

Simonetta Agnello Hornby- e "La mia Londra" ntervistata-da-londonita

In questa terra di migranti e di infinite stratificazioni etniche e culturali, come vive una donna siciliana che diviene inglese e londinese?

Quando sono arrivata per la prima volta in Inghilterra, ho trovato gli inglesi con un certo razzismo, che si rivelò soltanto quando io mi fidanzai con un ragazzo inglese. Fui ben accolta in Inghilterra, conobbi l’uomo che poi sposai e volendo rimanere più a lungo non potevo certo chiedere alla mia famiglia di pagarmi, per cui presi lavoro come cameriera presso un’anziana signora ed ogni sera, dopo il baby sitting, ero libera ed incontravo il mio innamorato. Questa donna fu gentilissima e mi insegnò tanto, ma quando capì che uscivo con un laureato di Cambridge diventò una belva e mi disse: “i nostri ragazzi sono per noi, non per voi! Non è giusto, non è giusto!”. Se mi telefonava un ragazzo dalla voce africana lei mi diceva “vieni al telefono!”, ma se chiamava il mio ragazzo inglese faceva finta di niente e riattaccava la cornetta. Vi fu proprio una lotta per evitare questo connubio infausto. Nonostante tutto ciò, questa signora era gentilissima e molto affettuosa con me, e una volta sposata e diventata madre di due bambini mantenni sempre l’amicizia con lei. Ma c’era sempre questa lotta, una sorta di protezione della loro ricchezza: un laureato a Cambridge era una ricchezza. E, una volta sposata, vengo accettata ovunque, come anche nel lavoro vengo accettata. Per cui, da questo punto di vista, gli inglesi cominciano male ma finiscono bene, perché poi accettano.

Come è essere donna (siciliana) a Londra?

Essere donna a Londra è esattamente come essere donna in Europa e altrove. In teoria abbiamo un trattamento di uguaglianza, in pratica no. Ovunque è la stessa situazione. Io sono siciliana, sono sempre stata siciliana, molto fiera delle mie origini e soprattutto accettavo tutto il brutto che c’è in Sicilia, anziché negarlo come facevano molti siciliani. Quando mi chiedevano “la mafia esiste davvero in Sicilia?” io rispondevo “certo che esiste!”. E questo molto tempo prima che Falcone e Borsellino fossero uccisi, e ne parlavo male della mafia, come uno deve. Io non ho mai nascosto l’esistenza della mafia e non ho mai negato la fine della mafia. Dicevo semplicemente quello che conoscevo, che era la cosa migliore. Sempre. E non dicevo “ahi guai a voi se vi comportate male con me, o pensate male di me!”. E in questo gli inglesi accettano. Però giocavo con le loro regole: ero un avvocato inglese, non volevo esclusivamente clienti italiani. Quando il Consolato cominciò a richiederci degli avvocati per clienti italiani, io mandai delle ragazze inglesi a studiare italiano a Perugia. Volevo che facessero loro questo lavoro, perché non volevo ghettizzarmi.

Nelle sue Lezioni sulla letteratura inglese il Lampedusa, soprattutto nel capitolo riguardante Johnson da lei riportato, tratteggia il ritratto ideale dell’inglese tipico. Cosa rimane dell’inglesità di Johnson nell’inglese contemporaneo? Quali sono i tratti comuni tra inglesità e sicilianità?

Tomasi di Lampedusa non parlava dell’inglese di oggi o di sempre, ma di Johnson. Ho voluto riportare questo brano perché in parte è giusto, e in parte per un omaggio al Lampedusa, che non è il mio scrittore siciliano preferito, ma che scrive bene. I tratti comuni tra siciliani ed inglesi sono enormi. Il primo è che siamo isolani, il secondo è l’ironia. Ma mentre quella inglese è ironia pura e pungente, noi siciliani spesso cambiamo l’ironia in sarcasmo. Il sarcasmo è dei vinti, mentre l’ironia è dei vincitori. Ma saremmo capaci di essere ironici. Altre similitudini: noi siciliani siamo a clan, e anche gli inglesi, non solo gli scozzesi, sono a clan, gruppi di famiglie. L’altra similitudine e differenza tra inglesi e siciliani è la grande curiosità di imparare, perché l’isolano ha sempre gente che viene sulla sua terra, vuole sempre imparare dagli altri. Noi siciliani siamo curiosi per natura, poi ci tagliamo le ali e non continuiamo: siamo stati una colonia fino ad epoche recenti. In questo anche gli inglesi sono curiosi, ma meno perspicaci dei siciliani.

Secondo lei la brevissima dominazione inglese in Sicilia, che salvò l’isola dallo spauracchio di Napoleone, è stata un’occasione mancata?

Non saprei dirle con esattezza, ma penso proprio di no. Gli inglesi vennero in Sicilia nel 1798, durante le guerre napoleoniche, e andarono via definitivamente nel 1815 con il Congresso di Vienna. Gli inglesi cercavano un posto nel Mediterraneo, e convenne loro prendersi Malta: questo era chiarissimo, e fecero bene. Non penso comunque che fu un’occasione mancata né per gli inglesi né per noi. Per gli inglesi non lo fu, perché Malta era molto più conveniente perché più a Sud, per noi siciliani pure, perché passare dal dominio dei Borbone a quello degli inglesi sarebbe stato conveniente da una parte, in quanto non avremmo avuto la mafia, ma dall’altra parte saremmo diventati una colonia inglese. La nostra sicilianità, piaccia o non piaccia, sarebbe stata intaccata enormemente. E a me questo non sarebbe piaciuto.

Brixton e Ballarò. Nessun paragone è più azzeccato di questo. Potrebbe raccontarmi di questa Londra nera e multiculturale, in relazione al mercato palermitano di Ballarò?

Le due B. C’è molto in comune tra questi due luoghi, ma vi è molto in comune tra i posti ove c’è un mercato, quindi un posto di varie culture. Sono ambedue posti vecchi: Brixton è vecchia di 200 anni, Ballarò forse di un migliaio. Però c’è lo stesso senso di vecchiaia, di gente che appartiene al posto e si sente parte del luogo. Quando lavoravo a Brixton negli anni ’80 le cosche rivali si ammazzavano, come a Palermo. Una mia socia dello studio legale era in un bar e si dovette nascondere sotto un albero perché arrivavano delle bande di giamaicani che sparavano contro un’altra persona. A me non faceva impressione perché vengo da Palermo. E poi ancora, la gente a Brixton diventa di Brixton e diviene protetta. Avevo un auto col tetto decappottabile e parcheggiavo a Brixton. Spesso lasciavo l’auto col tetto aperto, ma non ebbi mai un furto. Tornavo a volte a casa alle 2 di notte, che era pericoloso in tutta Londra per una donna, ma non mi è successo mai niente. Sapevano che appartenevo a Brixton: all’inizio ebbi paura perché pensai che potevano esserci degli opponenti dei miei clienti contro cui ho vinto. E ricordo ancora che comprai un oggetto al mercato, e il proprietario di una bancarella era stato l’opponente di un mio cliente, a cui tra l’altro avevo tolto i figli. Egli mi disse: “Io la conosco! Bravo Avvocato” e mi fece pagare regolarmente come ogni altro cliente. E’ stato alquanto interessante trovare queste similitudini tra Brixton e Ballarò.

Simonetta-Agnello-Hornby-libri

Londra è la città del lavoro, della realizzazione dei sogni e della costruzione della carriera, ma è anche la città spietata che impone ai suoi abitanti ritmi di vita disumani. Come vede la crescente presenza italiana a Londra?

Vedo molto positivamente la presenza italiana a Londra. Mi fa piacere che gli italiani vengano qui per costruirsi una carriera lavorativa e un futuro. Credo che l’attuale emigrazione italiana sia di due tipi: il primo è della gente che viene a lavorare, che ha un passato di lavoro, l’altro è dei ragazzi di 18-20 anni, che non hanno mai lavorato o che hanno conseguito la laurea, o vengono per una serie di motivi legati all’amico o all’associazione di stampo mafioso che vende loro il biglietto per affari loschi, per cui vengono spesso gabbati. Questi due tipi di migranti possono e devono essere aiutati ad inserirsi nel mondo del lavoro inglese. Temo che i giovani, avendo molti altri connazionali a Londra, restino tra di loro e non migliorino affatto la lingua, non apprendano a conoscere la città e vivano relegati in un ghetto. Se hanno una famiglia che li mantiene, come spesso accade, riescono a campare, altrimenti fanno una vita grama, ma soprattutto non portano nulla all’Inghilterra e nulla ricevono da essa. E questa è una emigrazione triste. Non è certo colpa dell’Inghilterra ma di questa gioventù italiana che è molto spesso viziata, debole, insicura e anche molto arrogante. Si tratta di un viaggio inutile o di un viaggio che potrebbe essere più utile e fruttuoso. Quando io andai in Inghilterra a diciassette anni, nel 1963, fui la prima della famiglia ad avventurarmi in territorio inglese e ricordo che fu un viaggio costoso. Venni con delle ragazzine, mie compagne di scuola, e decisi di non stare con loro per imparare l’inglese che non conoscevo e  odiavo. Fu difficilissimo e pesante, però alla fine imparai. Mi sembrava un dovere nei confronti dei miei genitori. E tuttora, nei paesi in cui vado, cerco di capire la lingua e di immergermi nella cultura di quel paese. Altrimenti, perché viaggio?

Londra è una Babele linguistica a volte davvero difficile da comprendere e decifrare. Oltre tutte le lingue del mondo, qui si parlano diversi tipi di inglese. E’ vero che esiste una trasversalità linguistica che spesso impedisce alle varie classi sociali di interagire tra di loro?

La trasversalità linguistica esiste perché c’è una grande mobilità di classi sociali. L’unica distinzione è quella della lingua. In Sicilia, dove esiste da sempre un immobilismo totale, il proprietario terriero, il nobile e il contadino parlavano la stessa lingua. Spesso il proprietario o il nobile era analfabeta. Esistono dei documenti siciliani del secolo scorso in cui si diceva: “Non firma perché nobile”, nel senso che non sapeva leggere o scrivere. Il contadino pure non poteva, perché era ignobile, non-nobile! Ma tutto ciò in Inghilterra non esisteva, perché essendo il suo un popolo di guerrieri e di conquistatori, sono sempre esistite delle scuole a collegio, ove educare la classe dirigente. Dopo l’abolizione della Chiesa Cattolica e la confisca di tutti i beni appartenenti ai monasteri, Enrico VIII dovette creare delle scuole apposite. L’educazione fu parte della ricchezza e del successo dell’Impero inglese. Essendo una società mobile, in cui chi è intelligente e fa denari sale di grado, l’unica differenza era la lingua, e la differenza sociale doveva esistere perché l’Inghilterra era un paese socialmente stratificato, come lo era tutto il mondo. Qui fu ancora più importante perché la corona inglese aveva bisogna della classe dei guerrieri, degli ammiragli, dei marinai e di coloro che parlavano la lingua dei paesi che via via venivano conquistati. Era un sistema complesso. E la lingua era una differenza di classe. Oggi è diminuito moltissimo questo divario linguistico. Prima l’inglese della BBC era il cosiddetto inglese della Regina, ora anche la televisione ha adottato il linguaggio delle regioni. Oggi fa tendenza parlare con l’accento scozzese, ma un tempo l’aristocrazia scozzese parlava un inglese perfetto come tutti gli altri inglesi. Queste differenze, seppure non accentuate come prima, ci sono sempre e ci saranno sempre. Lo stesso dicasi per il cockney, il dialetto londinese dei workers dell’East End, che un tempo parlato solo da una classe sociale ben precisa, quella dei portuali, oggi è diventato una tendenza giovanile. Altro discorso va fatto per l’inglese degli emigranti delle colonie inglesi (India, Africa, Giamaica, Canada, America, Australia), che parlano un inglese loro che spesso risulta incomprensibile agli stranieri non inglesi che come noi arrivano a Londra. Per cui direi che attualmente esistono tre tipi di inglese: l’inglese dei nativi inglesi che sono nati e cresciuti a Londra e nel sud dell’England, l’inglese degli emigranti provenienti dalle colonie e l’inglese degli stranieri che come noi imparano da zero. Il fatto che si parli la stessa lingua scritta non è detto che ci si capisca, perché l’inglese non è una lingua fonetica.

Inghilterra tra accoglienza e razzismo. Quale scenario si profila, secondo lei, dopo il referendum sul Brexit?

Io penso che il voto sulla decisione di rimanere od uscire dall’Europa non avrà un grande effetto, in un modo o nell’altro. Se gli inglesi decideranno di staccarsi dalla Comunità Europea ci vorranno anni per realizzare ciò, e saranno costretti a fare delle trattative. Se gli inglesi decideranno di rimanere in Europa, la Comunità europea deve cambiare comunque rotta, perché va male. Per cui ritengo che ci vorranno anni per fare questo. Io ho sempre speranza, e credo che in ogni situazione ci sono sempre vantaggi e svantaggi. La Comunità europea è farraginosa, corrotta, lenta, gli stati membri sono tanti e anche noi siamo troppi. In tal senso deve migliorare, perché spesso il prezzo per avere leggi comuni e un mercato comune è molto alto. Non credo comunque che sia uno dei problemi più grossi dell’Europa se l’Inghilterra decida di rimanere o di uscire. Per l’Inghilterra sarà lo stesso, perché riusciranno comunque a trovare un accordo. Ma per sua natura l’Inghilterra sarà più spinta verso le sue ex-colonie o verso il Commonwealth. Non è una cosa che avverrà immediatamente, non si tratta di un divorzio. È un tentativo di staccarsi, ma i legami sono tanti …

 Molti parlano di Londra come la città meno inglese dell’Inghilterra, per via della sua popolazione multietnica. Cosa ne pensa lei? Quale sarà il futuro e il ruolo di Londra in Inghilterra e nel mondo?

Io trovo che queste dichiarazioni sono sempre un po’ stupide, delle frasi ad effetto. Si racconta di un certo principe Pignatelli, che era amico di mio nonno, il quale venne a Londra agli inizi del ‘900, andò in albergo e disse al suo cameriere: “Pasquale, vai a vedere come sono vestiti i londinesi”. Disse ciò perché lui era vestito all’inglese e voleva adeguarsi agli inglesi di Londra. Il suo cameriere, dopo aver girato la zona di Piccadilly, riferì al Principe: “Eccellenza, di inglese a Londra ci siete solo voi!”. Questo racconto mi ha sempre fatto pensare che ognuno ha la sua immagine dell’inglese. Chissà quando aveva speso questo principe per vestirsi come un perfetto inglese, per poi scoprire che a Londra i veri inglesi non vestivano come lui. C’è sempre stata questa anglofilia del Sud: sei elegante come un inglese, vesti all’inglese, sembri un Lord. Per cui se qualcuno mi chiede: “gli inglesi a Londra ci sono o non ci sono?”, io rispondo che è una frase che può essere spiritosa ma non ha alcun significato. Gli abitanti della Gran Bretagna sono 65 milioni, e Londra con i suoi 13 milioni di abitanti rappresenta il 15% dell’intera nazione, per cui non può non rappresentare la nazione, con tutte le sue differenze etniche e culturali. Io credo che in un futuro non molto prossimo Londra diventerà una Città-Stato, come molte altre città della Cina e del Sud America. Una Città circondata da campagne che fungerà da ruolo strategico importante sia per l’Inghilterra che per il mondo intero.

La piacevolissima conversazione, che è iniziata con una spremuta di limone alla siciliana, si conclude con il rito inglese dell’afternoon tea intorno alle 4.30. Lascio quasi a malincuore la casa di Simonetta Agnello Hornby, portandomi dentro l’ottimismo combattivo di una donna che, spezzando luoghi comuni e convenzioni sociali, ha fatto di Londra la sua città d’elezione, perché a detta del suo caro Samuel Johnson “quando un uomo è stanco di Londra, è stanco anche di vivere, perché Londra offre tutto ciò che la vita può offrire”. E sono ancora le ultime parole della scrittrice, incise nella quarta di copertina de La mia Londra, a riecheggiare nella mia mente mentre a bordo del bus 196 attraverso la dolce collina che, ammantata di prati verdissimi e di fiori bianchi a me sconosciuti, da Herne Hill conduce a South Norwood Hill. Queste parole sono per me un invito, una provocazione, ma anche un richiamo ad un nuovo, rivelante incontro con la scrittrice avvocato, la Signora Agnello Hornby, che, alla fine della nostra lunghissima conversazione, mi ha onorato chiedendomi di chiamarla semplicemente “Simonetta!”. Gli inglesi, non facendo differenza alcuna tra Lei/Voi/Tu, dal momento che usano il democraticissimo e livellante You, non possono capire che quando avviene questo passaggio, specie nella cultura siciliana, qualcosa di profondo e di interessante è avvenuto nella relazione tra due persone. Dunque le sue parole finali risuonano come un “mantra”… «In una città nuova, mi lascio andare ai sensi e al caso. Senza pensare a niente, cammino, guardo intorno, mi unisco a una piccola folla curiosa, prendo i mezzi pubblici, compro il cibo di strada e mangio nei posti meno frequentati. Faccio una sosta, seduta su una panchina in un parco, bevendo una bibita in un caffè o appoggiata alla facciata di un edificio, come una mosca su un muro: e da lì osservo, odoro, ascolto. Se sono fortunata, piano piano l’anima del luogo mi si rivela».

Gaetano Algozino                                                                                   London-South Norwood, 13 aprile 2016