Da Londra l`amara visione dell’Italia del regista Giovanni Veronesi

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Mai si sarebbe aspettato una sala piena, nonostante fossero le 5 di una domenica pomeriggio calda come non mai con temperature intorno ai 20 gradi e i parchi attorno al cinema, in uno dei quartieri più celebri di Londra, South Kensington, traboccanti di gente in pantaloncini e maniche corte.

Ed invece, l’occasione di vedere la sua ultima opera e, soprattutto, di parlare con lui, ha richiamato così tante persone che la proiezione è partita con qualche minuto di ritardo per far accomodare tutti.

Cioè!? Mi state dicendo che tutte queste persone qui non sono state pagate per assistere alla proiezione!? Addirittura hanno pagato loro per venire… sempre detto che ‘sti inglesi so’ strani”

Pubblico delle grandi occasioni per Giovanni Veronesi, tra i maggiori registi della nuova commedia italiana che sta spopolando ormai da una decina d’anni con titoli del calibro di “Manuale d’amore”, “Italians”, “Che ne sarà di noi” e che è approdato nella capitale britannica tra i super ospiti della rassegna “Cinema Made in Italy” con la sua ultima pellicola “L’ultima ruota del carro” che vanta attori del calibro di Elio Germano, Sergio Rubini, Massimo Wertmuller, Alessandro Haber, Ricky Memphis e Alessandra Mastronardi.

Giovanni Veronesi è ironico, sottile e non perde mai l’occasione di offrire un suo punto di vista sull’ambiente che lo circonda, tanto che nei giorni trascorsi a Londra si è divertito a girare qualche personalissimo video col cellulare che ha caricato sul suo canale YT (in fondo all’articolo il link). Quasi come se la realtà che lo circonda lo interessi sempre di più. A tal punto che “L’ultima ruota del carro” è la sua prima storia totalmente reale, nulla di inventato come nei precedenti film, ma ogni cosa descritta di Ernesto Marchetti è accaduta davvero: la storia di una persona comune che negli ultimi 30 anni ha intrecciato la sua vita, con quella dell’Italia. Il risultato? Una piacevole commedia divertente e a tratti grottesca, come grottesca appare l’Italia degli ultimi decenni vista da un occhio straniero.

Ernesto l’ho conosciuto perché mentre giravo un film con Carlo Verdone, lui aveva il compito di portare gli attori in giro per i set – racconta Veronesi -. Un giorno ci siamo fermati all’autogrill a mangiare, abbiamo ordinato e ad un certo punto Ernesto se ne esce dicendo “Sta sogliola fa più schifo di quando la cucinavo io come cuoco all’asilo”. “Ma perché te hai fatto pure il cuoco?” Gli ho chiesto. “Solo il cuoco!?” “A Veronè se te dico che ho fatto io nella vita mia ce poi fa un film…” E così infatti è stato. Perché in ogni cosa che mi raccontava, ci vedevo una scena. Tutto così paradossale ma tutto così reale, come se stessimo vivendo una commedia alla Scola o Monicelli, capaci di raccontare l’Italia così bene a tal punto da sembrare finta”.

Passano gli anni ma la voglia di puntare l’occhio della cinepresa sull’Italia, quella non passa mai. Quasi come se il Bel Paese fosse un enorme set cinematografico pronto ad offrire spunti di ogni genere.

E’ vero, ma le cose sono ben differenti dai tempi di Scola, Monicelli o Fellini. A quei tempi il cinema era cultura, ora invece è intrattenimento. Ed è questo che la gente non sta capendo. Quando io e i mie colleghi giriamo pellicole dove al centro c’è il costume italiano, il pubblico crede che lo stiamo facendo per offrire due ore di spasso. Invece le intenzioni sono quelle di raccontare come e dove sta andando la nostra Italia. E quando uscendo dalla sala la gente si rivede in quanto raccontato, anche in alcune descrizioni del decadimento culturale e sociale attuale, dovrebbe andare oltre la risata e approfondire meglio lo spunto offerto. Sono sempre più convinto che il cinema italiano stia prendendo una brutta piega: troppo divertimento, poca presa di coscienza.

Quindi quel ruolo che dovrebbe avere il grande schermo di raccontare e offrire spunti per pensare si sta sempre più perdendo? Almeno in Italia?

Credo proprio di sì. Nella mia carriera ho vissuto tre grandi crisi del settore, questa è la peggiore perché è legata a filo doppio alla crisi economica del Paese che si ripercuote su quella culturale. E, stavolta, ricostruire tutto sarà molto più difficile che nel passato. Ed è un vero peccato, perché il cinema italiano è sempre stato invidiato da tutti per la sua capacità di raccontare la vita, il dramma, con grandi professionisti che sapevano far ridere, piangere e, soprattutto, far riflettere. Ed invece negli ultimi 15 anni si è alimentato un grande equivoco tanto da arrivare ai giorni nostri dove ormai non si capisce più la differenza tra cinema comico e commedia. Nel primo caso c’è un attore comico e basta. Nell’altro ci sono attori capaci di cambiare registro in continuazione scena dopo scena, offrendo spunti di riflessione. Ma ora quando si dice “Andiamo a vederci una commedia”, la gente intende “Andiamo a farci due risate”!

Ampliando la visuale, cosa pensa dell’Italia di oggi?

Come per il cinema, l’Italia ha perso quanto di buono era riuscita a fare nel corso del dopoguerra fino agli anni Sessanta e Settanta. Basti pensare che prima il vincente era il più furbo, inteso il più astuto capace di utilizzare il cervello per ottenere il massimo ma senza danneggiare gli altri. Ora il vincente per la nostra società è il più arrogante e il più delinquente e, in quanto tali, il danno nei riguardi degli altri è assicurato.

Nel film Ernesto, alias Elio Germano, ad un certo punto urla “Ho un voglia matta di lavorare”. L’urlo risale a quando era giovane, circa trent’anni fa. Quell’urlo è l’inno sempre più disperato dei giovani d’oggi, non trova?

Si, è vero. Credo che le nuove generazioni siano sempre più disastrate, non hanno una struttura storica alle spalle che li possa sorreggere nel loro cammino. Toccherebbe a noi genitori, adulti, offrirgliela, ma è impossibile farlo ad oggi. Per questo tutti fuggono all’estero. Soluzioni? Non ne ho. E non so che futuro ci attende.

Qui l’”occhio” di Veronesi puntato su Londra http://www.youtube.com/channel/UC4Hfv5Of4aKofGWh4UIyZJw

Giovanni Veronesi e la dedica agli amici di Londonita.

Giovanni VeronesI