“Gli inglesi con una parola ci distruggono. Noi con un abbraccio li sciogliamo!”. A confronto con Luca Vullo, docente di gestualità italiana in giro per il mondo. Londra compresa

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Se noi italiani volessimo farci una chiacchierata senza proferire una sola parola, potremmo senza dubbio usare smorfie della faccia, e movimenti di mani e braccia. Magari non uscirà fuori un fior fiore di discorso ma sicuro, con 250 gesti universalmente riconosciuti, qualcosa di buono due figli della lingua di Dante riusciranno a comunicarselo. Duecentocinquanta, proprio come risulta da uno studio di Isabella Poggi docente di psicologia dell’Università Roma Tre. E ovviamente non parliamo di lingua dei segni, ma proprio di gestualità tipica del nostro Bel Paese ereditata dalle millenarie conquiste subite dal nostro territorio: prima i greci, poi arabi, spagnoli, francesi e via dicendo. Dalle più classiche corna ai vari “Ma va va!” passando per “Ci facciamo due spaghi?”, “Non si batte chiodo!”, “Tu sei matto!” fino a chiudere con il gesto dell’ombrello che nella versione estrema si trasforma nel dito medio alzato. E se per noi, tutto sembra così normale, all’ordine del giorno, basta mettere per un attimo il piede fuori dai confini nazionali ed ecco che anche ondulare su e giù le braccia per rafforzare il concetto di “What are you saying?” diventa uno spettacolo unico per lo straniero di turno. Più di vederci trasformare un semplice pomodoro in una magica salsa, sorseggiare il caffé come se stessimo contemplando una poesia o mangiare una pizza come se fosse la nostra ultima cena sulla faccia della terra. Per lo straniero, ogni cosa che è marchiata “Italia” merita profonda attenzione. Figuriamoci l’arte di parlare attraverso il corpo.

Luca Vullo LondraE lo sa bene Luca Vullo che proprio della gestualità ha fatto una sua ragione di vita: siculo di Caltanissetta, 35 anni di cui gli ultimi due trascorsi a Londra nella zona di Camden. Proprio nella capitale inglese ha trovato terreno fertile per dare continuità a un suo progetto partito in Italia. Luca nasce come artista a 360 gradi, ha dato vita a una piccola casa di produzione “Ondemotive” realizzando vari lavori, tra i quali due docu-film pluripremiati “La voce del corpo”, sulla gestualità tipica siciliana (indubbiamente la più espressiva dell’intero panorama italiano), e “Dallo zolfo al carbone” sul flusso migratorio siciliano verso il Belgio. E il prossimo mese partirà con le riprese di un nuovo lavoro sugli italiani a Londra, visti però in una chiave nuova: parlando non di cosa hanno lasciato e perché, ma cosa hanno ottenuto da quando sono negli UK. Oltre a portare avanti i suoi laboratori sulla gestualità che hanno catturato l’attenzione di testate del calibro di BBC, The Guardian, Rai, Il Fatto, Corriere della Sera e molti altri ancora. Laboratori che fino ad ora ha tenuto sia nel Regno Unito, dal “King’s College” di Londra al “National Theatre” agli attori inglesi andati in scena con una commedia di Pirandello, a Bristol, Manchester, Sussex, Cambridge; sia in giro per il mondo: Australia, Usa, Germania, Argentina, Belgio. E nei prossimi mesi ci sono in calendario la Norvegia per sette appuntamenti, quindi di nuovo negli UK all’Oxford University e dall’altra parte dell’oceano per un tour a New York.

“Ogni workshop inizia baciando le persone sulle guance – racconta Luca nell’intervista realizzata ai piedi della Tower Bridge -. Alcuni sono sorpresi, non abituati a certe dimostrazioni fisiche di affetto. Altri invece rispondono allo stesso modo, come se fosse per loro un gioco nuovo. Da quel momento in poi inizio a spiegare la cultura italiana del gesto, interagendo col pubblico.

Luca Vullo Workshop

Alcuni movimenti non vengono per nulla capiti, più che altro perché hanno svariati significati in base a come ti muovi col corpo: come le dita chiuse a riccio che possono significare “ma che vuoi?”, “ma chi sei?” o “mangiamo?”. Quindi c’è una fase di dibattito che spesse volte si chiude mostrando al pubblico che la gestualità non è solo italiana, ma è di ogni cultura. E mostro loro, i loro stessi gesti che ho imparato e mi sono fatto spiegare prima di arrivare in ogni località. La sorpresa è tanta”.

E nel caso del popolo inglese, che hai imparato a conoscere in questi due anni, cosa è emerso?
C’è una mancanza totale di passione nel saluto. O meglio, di passione come la intendiamo noi, fisica. Ma è una questione ovviamente culturale, che parte dall’educazione familiare. Alcuni ragazzi inglesi, durante i miei laboratori, mi hanno detto che non ricordano più l’ultima volta che la loro mamma li ha abbracciati. Questo si ripercuote poi nella vita sociale: anche se incontrano un amico dopo decine di anni, il massimo del calore che riescono a esprimere è una stretta di mano. E se dovesse scattare un abbraccio, sembrerebbe quasi artificiale.

E’ solo una questione di gesti che differenzia l’italiano dall’inglese?
No, credo ci sia di più. Dal nord al sud dell’Italia tutti gesticolano, chi più, chi meno. Noi con un gesto potremmo esprimere decine di concetti. Loro, invece, con una parola ti possono distruggere. E poi degli inglesi non riesco mai a capire lo stato d’animo: o infuriati, o felici, la loro mimica facciale sembra quasi essere la medesima. Forse noi italiani in questo siamo molto più attori, più comunicativi. Ma anche più folkloristici e forse non sempre è un pregio.

La cosa bella di questa tua attività, in attesa che diventi un lavoro vero e proprio, che a parte il divertimento che rende spensierato ogni tuo workshop, di base c’è studio, dedizione e soprattutto l’appoggio delle istituzioni sia straniere che italiane che hanno capito l’importanza della gestualità come valore del paese Italia, al pari della moda e del cibo.
Già in Italia ho lavorato col sostegno delle istituzioni, nelle carceri minorili o nei centri Alzheimer. Però poi nel nostro paese non sono riuscito a portare avanti molto di più per via della crisi generale e quindi ho deciso di giocarmi la carta estera puntando su Londra. Come atterrato, circa due anni fa, ho preso contatti con tutti: dall’Istituto italiano di cultura a Londra, a Maria Iacuzio dell’Italian British Association, e ancora Ambasciata e Consolato. E tutte mi hanno offerto il loro sostegno. Come Gianluca Monachese presidente dell’Ikis per la tournée in Norvegia, o l’Associazione Culturale Italiana di Stavanger e le diverse “Dante Alighieri” in giro per il mondo. E proprio con alcuni di loro porterò avanti un nuovo progetto: laboratori di formazione della cultura italiana sia per stranieri che per italiani residenti all’estero che non vogliono perdere il loro legame con la terra d’origine.

Tra le cose belle nel girare il mondo c’è indubbiamente quella di conoscere e apprendere nuove lingue, non trovi?
Si è vero, ma nel mio caso poco conta. Tanto a gesti, ci capiamo lo stesso!

E voi cosa ne pensate? Da bravi italiani parlate a gesti o… ? Aspettiamo i vostri commenti qui sotto!

INFO: www.lucavullo.it
www.lavocedelcorpo.com
www.ondemotive.net

Gesticolarità italiana