“Un paese dove si fanno più ore di religione che di inglese, è destinato a rimanere cieco ai cambiamenti”: a confronto con Edoardo Leo

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Credo sia un concetto ormai passato, quello riguardante l’immigrazione dall’Italia all’Inghilterra. Qui serve guardare cosa sta accadendo in tutto il mondo con una lente di ingrandimento più grande, perché ormai è tutto un unico e immenso collegamendo”.

Parla di lavoro, immigrazione, giovani, Italia e Londra, uno degli attori più applauditi degli ultimi tempi, Edoardo Leo, ospite speciale in occasione della seconda proiezione della rassegna permanente CinemaItaliaUk che proprio al Genesis di Londra, sua sede naturale, ha introdotto e successivamente risposto alle domande del pubblico, “Smetto quando voglio”, pellicola campione di incassi e inserita nell’ultima edizione del “London Film Festival”.

Ma la storia di un gruppo di laureati disoccupati italiani che pur di sbarcare il lunario si inventa di tutto, tanto da produrre una nuova droga, piazzarla sul mercato, far soldi ma anche pagare le conseguenze, per molti londoners era del tutto sconosciuta, tanto che sono stati in molti a prendere parte alla proiezione. E al successivo Q&A.

Smetto quando voglio, per stessa ammissione del regista Sydney Sibilia – racconta Edoardo Leo, incontrato la mattina della proiezione per scambiare due chiacchiere su film, lavoro e vita in generale – è un frullato di Breaking Bad, Ocean’s Eleven, I soliti ignoti, Walking dead e qualche altro film e serie televisiva. C’è chi lo ha criticato, chi ha apprezzato questo mash-up, personalmente mi è piaciuta l’idea comunque di legarsi a un mondo, anche se prettamente cinematografico o televisivo, dove tutti cercano di fare qualcosa pur di migliorare la propria situazione”.

Un po’ come sta accadendo in Italia negli ultimi anni, dove la soluzione per molti ragazzi è quella di andar via, e fortunatamente di non ispirarsi al tuo film.
A parte i giochi, spero che non ci sia qualcuno che davvero stia provando a imitarci anche perché, nonostante mi sia fatto una full immersion con il nostro consulente chimico, imparandomi formule e parole chiave, per rendere il più credibile possibile il mio personaggio, sinceramente parlando non c’ho capito proprio un c…o di come si ottengono queste cose. Quindi lasciate stare che perdete solo tempo. Tornando invece allo “sbarcare il lunario”, credo che le cose siano da vedere con una lente d’ingrandimento differente. Non Italia verso Inghilterra, ma luoghi dove non c’è lavoro o crisi, verso dove ce n’è. Vedi il flusso migratorio africano verso l’Italia, gli italiani che si spostano verso il centro-nord Europa. Dall’Europa verso il Nordamerica e Australia. La questione non riguarda pochi paesi, ma è globale, siamo tutti collegati quindi le cose vanno viste a livello mondiale e non semplicemente territorialmente.

Quindi, anche se in parte mi hai risposto, è inutile che un ragazzo si faccia tanti dubbi se partire o no dopo la laurea. Se cercare di investire sul proprio territorio o andare all’estero…
Assolutamente partire, a prescindere se il suo paese stia vivendo o meno una situazione di crisi. Anzi, proporrei l’obbligatorietà post laurea di andare all’estero per arricchire il proprio percorso di studi. Aiutare a vedere il mondo sotto altre prospettive, ad aprirsi e conoscere, e soprattutto instaurare nuovi rapporti utili alla propria crescita personale e lavorativa.

Pensi che in Italia serva solo mettere questo “obbligo” per sistemare un po’ le cose?
Sicuramente è una base di partenza, ma ci sono tante altre cose da sistemare. In un paese dove si fanno più ore di religione che di inglese è destinato a rimanere cieco ai cambiamenti.

E per quanto riguarda il lavoro? Agevolare i “locali” a tutti i costi o aprirsi a tutti?
Il lavoro va a chi lo merita. Immagina una ricerca per sconfiggere le cellule tumorali portata avanti in una università di qualsiasi paese nel mondo. Pensi che assegnare uno dei ruoli chiave a un “locale” rispetto a un ricercato più esperto e con più doti, ma di origine straniera, possa portare dei benefici all’umanità? Assolutamente no, crea solo svantaggi e ritardi. Esistono dei lavori così importanti e talvolta vitali, che devono andare per forza di cose oltre il campanilismo, se vogliamo tutti ragionare come sistema Mondo.

Qual è il tuo rapporto con Londra, dove per altro hai girato un tuo film “Diciotto anni dopo” nel 2010.
Londra, intendi Inghilterra? Non Londra-Italia (ride)? Perché in questi giorni mi sono fatto un giro per il centro, Piccadilly, Carnaby Street, Oxford, ogni due passi mi fermava un italiano per salutarmi o scambiare una parola. Se non fosse stata per l’atmosfera natalizia che qui è iniziata già da un mese, credevo di essere a due passi da casa mia. A parte questo aspetto, il rapporto con Londra è sempre stato in ambito lavorativo. Sono venuto varie volte in Inghilterra, ma anche in Irlanda, per incontrare produttori, distributori, e girare un mio film, ma mai in vacanza. Ho avuto anche modo di prendere spunti per la mia professione, soprattutto per la realizzazione di una pellicola, e riportare tutto in Italia condividendolo con gli altri miei colleghi. Sicuramente è piacevole farsi una passeggiata per le vie della città e scoprirne la storia e le curiosità, ma per il momento preferisco prendere e portare nel mio paese. Almeno così rallento un po’ questo fuggi-fuggi generale.