Epoca Edoardiana cultura e arte

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L’epoca edoardiana. Ovvero: fuga nella bellezza

Con l’ascesa la trono di Edoardo VII il 22 Gennaio del 1901, l’Inghilterra si trasforma da un giorno all’altro.

A sessant’anni il re non era più un ragazzino e grazie all’ostinato rifiuto della Regina Vittoria, sua madre, di coinvolgerlo negli affari di stato, a “Bertie” (com’era noto in famiglia – il suo vero nome era Albert Edward) non era rimasto altro che attendere pazientemente il suo turno al timone della nazione ingannando l’attesa tra viaggi, cavalli,

Luke Fildes - Edward VII in coronation robes - National Portrait Gallery, London

Luke Fildes – Edward VII in coronation robes – National Portrait Gallery, London

amanti e amicizie non proprio raccomandabili. Non sorprende pertanto che l’atteggiamento a dir poco “epicureo” del sovrano abbia contribuito a creare quell’immagine dell’epoca edoardiana come età romantic, fatta di lunghi pomeriggi estivi, di ricevimenti all’aperto, di partite di tennis e pedalate in campagna; di donne eleganti che indossano immacolate pettorine di pizzo e acconciature rigonfie che incorniciano il viso e da uomini in paglietta e ghette. Un’immagine che sembra uscita da un quadro di John Singer Sargent (1856-1925), non a caso il più grande ritrattista dell’epoca edoardiana, e che pur non essendo falsa (quella di Edoardo VII fu davvero un’ età di piacere e di opulenza) non racconta tuttavia l’intera storia.

 

Quello a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo fu un periodo di grande transizione in cui passato e futuro vanno di pari passo in modo quasi schizzofrenico. Ma l’ottimismo della Bell’Epoque che già cominicia a sostituirsi alla severità vittoriana a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, è superficiale e nasconde in realtà potenti forze sotterranee che minano dal profondo la struttura della società. Questi sono gli anni del socialismo, dei diritti del lavoratori e del movimento per il suffragio femminile. Ma soprattutto, questi sono anni caratterizzati da un profondo vuoto religioso che viene ansiosamente riempito da “culti” alternativi.

 

Il culto dell’Impero era uno di questi. Il successo e la longevità dell’Impero britannico sono da attribuirsi principalmente alla (quasi) “superomistica” convinzione che la sobrietà e rettitudine morale che lo caratterizzavano, rendessero il modello di vita  britannico,  superiore a quello di altri paesi e che per questo tale modello fosse degno di essere esportato nel mondo. Il culto dell’Impero vede il sostituirsi ai luoghi classici del Grand Tour europeo l’India misteriosa, l’Africa nera e la lontana Australia, mentre la musica di Edward William Elgar (1857-1934), i romanzi esotici di Rudyard Kipling (1865-1936) e l’imponente architettura di Sir Aston Webb (1849-1930) ne gridano al mondo l’impegno e le virtù civili. Ma con la superficie dell’Impero cresce anche l’isolamento intellettuale della Gran Bretagna, che mai come in questo periodo guarda con sospetto a tutto quanto viene dall’Europa, sopratutto se francese.

 

Coloro che rispondono al richiamo del Continente, come Oscar Wilde (1854-1900) e Aubrey Beardsley (1872-1898), sono additati come esempi viventi di depravazione e decadenza. Benvenuti nel mondo dei figli del Decadentismo, gli esteti, coloro che non hanno altro dio all’infuori della Bellezza.

Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 - National Portrait Gallery, London

Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 – National Portrait Gallery, London

Sarà proprio profondo malessere sociale che attraversa la società britannica a cavallo tra i due secoli una delle cause principali della nascita dell’Estetismo. Colpa del diritto di voto (almeno per gli uomini e solo se borghesi…) che aveva allargato la società e sfumato le tradizionali barriere che separavano le classi sociali. Con l’avvento della “cultura di massa” promossa dalla società vittoriana, le arti che prima erano predominio di un ristretto circolo di pochi eletti, erano diventate accessibili (sebbene in forme diverse) anche al popolino della working class. A questo si aggiunse l’avvento delle ferrovie che aveva reso gli spostamenti facili ed economici, permettendo così persino alla classe operaia di andare in vacanza. Davanti a tanta sovversione sociale, agli aristocratici e agli artisti non restano cose come che il “gusto” e lo “stile” per continuare a distinguersi dagli strati inferiori della società.

Dice la leggenda che quando i suoi occhi si posano sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia sospirato: “La mia carta da parati e io abbiamo ingaggiato un duello all’ultimo sangue – uno di noi deve andarsene.” In un mondo come quello dell’Estetismo, che ha come religione la bellezza e come motto “Art for art’s sake”, anche cose come la carta da parati contavano molto.

Perché, lungi dall’essere un mero stile artistico, l’Estetismo era prima di tutto uno stile di vita di Oscar Wilde era l’auto-dichiarato profeta. Gli esteti vestivano in modo flamboyant, portavano capelli lunghi e brache di velluto al ginocchio, amavano i colori sgargianti, le piume di pavone e le ceramiche giapponesi.

Tra lo sgomento del grande critico d’arte John Ruskin (1819-1900), per il quale l’arte andava di pari passo con la  moralità, la pittura narrativa ed edificante che aveva caratterizzato l’età vittoriana lascia il posto alle seRossetti selbstnsuali bellezze del maturo Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), al raffinato virtuosismo formale di Edward Coley Burne-Jones (1833-1898), alle scene di vita romana di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) e di Frederic Leighton (1830-1896), al colore monocromatcio e alle forme semplificate che già preannuciano le strazioni moderniste di James McNeill Whistler (1834-1903). Ironia della sorte, ciò che inizia come un esperimento privato tra un gruppo di amici residenti tra Chelsea e Holland Park, finisce con il diventare patrimonio di tutti quando, nel 1875, Arthur Liberty (1843-1917) apre Liberty & Co, il grande magazzino che prende il suo nome in Regent Street, rendendo così –paradossalmente – la bellezza alla portata di tutti.

Ma un tale cambiamento non rimane confinato solamente alla pittura. Per secoli relegata a lapidi, tombe e busti celebrativi, durante l’Estetismo anche la scultura si allontana dai soggetti celebrativi tipicamente vittoriani per esprimere nuove emozioni, sensazioni e una nuova spiritualità, grazie all’opera di artisti come il suddetto Lord Leighton ( Leighton House )(che oltre ad essere un fantastico pittore era anche uno scultore di tutto rispetto) ed Alfred Gilbert (1854-1934) la cui scultura più famosa è forse il piccolo Eros di bronzo che fa bella mostra di sé a Piccadilly Circus del 1893.

Leighton House, interno

Leighton House, interno

Diversamente da quanto era accaduto in Francia e in Russia, in Inghilterra non ci furono rivoluzioni a rompere con lo status quo. Al contrario. Invece chi guardarla con sospetto, la società britannica vede l’aristocrazia come l’incarnazione stessa della cultura Britannica: un modello a cui aspirare piuttosto che distruggere. E questo ci porta ad un altro culto dell’epoca edoardiana, quello della riscoperta del glorioso passato inglese.

Iniziato nel XVIII con Horace Walpole (1717-1797), l’ossessione per il passato medievale inglese si intensifica nella seconda metà nell’Ottocento portando, oltre alle Arts and Crafts di William Morris, anche alla nascita di istituzioni come il National Trust (fondato nel 1895), volte a salvaguardare monumenti antichi. Ossessionata com’era dallo stile di vita aristocratico, la classe media non badava a spese per imitare l’aristocrazia nello sforzo di resuscitare l’età d’oro dei Tudor, con la sua eclettica architettura in mattoni rossi e travi a vista. Il fatto che quella fosse un’epoca patriarcale, gerarchica, maschilista e intrinsecamente ostile alle donne non sembrava preoccupare nessuno, se non le Suffragette.

Artist Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection co Christie

Artist Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection co Christie

Resta il fatto che quella edoardiana fu un’età d’oro per l’architettura domestica, con personaggi come Charles Francis Annesley Voysey (1857–1941) e Charles Robert Ashbee (1863-1942) che con la loro architettura spiccatamente originale lasciano la loro impronta  non solo a Londra, ma in tutta la Gran Bretagna.  Costruite per sembrare antiche, le nuove case borghesi  sono irregolari, discrete e armonicamente inserite in un paesaggio che (al contrario delle grandi country houses delle epoche Tudor ed elisabettiana) non vogliono più dominare, ma a cui liberty-storevogliono appartenere. In questo nulla è più perfetto  della magnifica Standen, costruita tra 1892 il 1894 da Philip Webb (1831-1915), il creatore della Red House di William Morris. Costruita per il ricco avvocato londinese James Beale e la sua famiglia, Standen è una poesia di legno e mattoni, decorata da sublimi interni Arts and Crafs; immersa nel verde della Contea del West Sussex, a circa un’ora di treno da Londra, era tuttavia fornita di ogni comfort e persino della luce elettrica!

 

Con la morte di Edoardo VII il 6 Maggio 1910 si chiude un età di opulenza e di piacere. Chissà quale strada avrebbe intrapreso l’Inghilterra se gli orrori della Prima Guerra Mondiale non avessero catapultato la Nazione nel Modernismo.       by  Paola Cacciari 

 

Napoleon Sarony – Oscar Wilde– 1882 – National Portrait Gallery, London

Luke Fildes – Edward VII in coronation robes – National Portrait Gallery, London

Frederic, Lord Leighton – Pavonia– 1858-59 © Private Collection c/o Christie‚

Arthur Silver for Liberty & Co. – ‘Piume di pavone’ tessuto d’arredamento – 1887 © V&A Images

Standen, National Trust (nationaltrust.org.uk)