I Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer

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I RACCONTI DI CANTERBURY.
La “metafisica” medioevale della commedia umana

Dalle molteplici traduzioni del testo in inglese contemporaneo e in tutte le lingue del mondo all’esilarante adattamento cinematografico di Pier Paolo Pasolini (1972), non vi è nessun’opera, eccezion fatta per Shakespeare, che possa rappresentare in maniera scultorea e verace l’identità tipica dell’universo british quanto gli immortali Canterbury Tales. Se finora abbiamo contemplato miti e visioni mistiche immersi nelle brume del Nord, ora è la volta di fissare lo sguardo su una corale rappresentazione della commedia umana, su quella particolare, direi Chaucer1853quasi chirurgica, dissezione “metafisica” dell’esistenza che sono i Racconti di Canterbury, con cui si apre lo scenario linguistico ed espressivo del Middle English, che assurge a dignità letteraria. L’autore, Geoffrey Chaucer, fu un facoltoso commerciante figlio di raffinati produttori di vini, che visse ed operò tra il 1343 circa e il 1400 a Londra al servizio dei sovrani Edoardo III, Riccardo II ed Enrico IV. Egli iniziò a scrivere i tales tra il 1378-80 ed in seguito, intorno al 1387, raccolse le 24 novelle, per la maggior parte in versi (distici eroici), in una novella-cornice. Esistono vari manoscritti dei Racconti; le prime stampe risalgono al 1526 (a cura di Richard Pynson) e al 1532 (a cura di William Thynne).
L’idea della cornice – una compagnia di persone che si raccontano storie a turno, per puro passatempo – appare nella letteratura europea solo dopo il Decamerone del Boccaccio, e sempre sotto l’influsso di quest’opera; perciò ad alcuni è parso indubbio che il Chaucer dovesse conoscere l’opera boccaccesca, tanto più che in altre sue composizioni imita o traduce altre opere del Boccaccio, seppur con un tocco di originalità “inglese”; ma l’unica novella del Decamerone che egli imita è la storia di Griselda, che egli però deriva dalla versione latina del Petrarca. La questione della conoscenza diretta o meno dell’opera boccaccesca da parte del poeta inglese rimane insomma sospesa.
La novella-cornice è costituita dal pellegrinaggio al santuario di San Tommaso in Canterbury. Thomas Beckett fu arcivescovo di Canterbury e Primate di Inghilterra, uomo austero e molto venerato dal popolo e ivi fu assassinato dai sicari di Enrico II nel 1170, perché si mostrò apertamente contrario ai propositi regali di ridimensionamento dei privilegi ecclesiastici. Tre anni dopo, nel febbraio del 1173 fu proclamato santo e martire da papa Alessandro III e presto divenne simbolo della contrapposizione tra potere politico e religioso, nonché potente taumaturgo invocato da tutti quei devoti che si recavano ogni giorno in pellegrinaggio nel luogo del martirio, la Cattedrale di Canterbury. Questa è la cornice, questo il cuore e il motivo fondante dei Racconti chauceriani.
Il poeta immagina di ritrovarsi insieme ad una trentina di altri pellegrini alla Tabard Inn (la Locanda del Tabarro) nel vivace sobborgo londinese di Southwark, non molto distante dall’attuale Southwark Cathedral e dallo speziato e multietnico mercato del borough. Questi pellegrini, i cui ritratti sono delineati con sobria efficacia nel Prologo, sono: un cavaliere, col figlio scudiero e il valletto d’arme, una priora, una monaca cappellana con tre preti, un monaco benedettino, un frate mendicante, un mercante, un chierico, ovvero studente di Oxford, un sergente della legge, un proprietario terriero franco (o allodiere), un merciaio, un falegname, un tessitore, un tintore, un tappezziere, un cuoco, un marinaio, un dottore, una drappiera di Bath, un parroco, un bifolco, un mugnaio, un economo di collegio, un intendente di beni, un messo di tribunale ecclesiastico e un venditore di indulgenze. Durante il viaggio si unisce alla compagnia un canonico col suo valletto.
Tutti accettano la proposta dell’oste, che, per passare il tempo durante il percorso, ciascuno dei pellegrini racconti due storie nell’andata e due nel ritorno, che l’oste sia moderatore e giudice, e che al ritorno sia offerta una cena alla Tabard Inn al narratore delle storie migliori. Dell’opera, rimasta incompiuta, si hanno nove frammenti con ventuno racconti completi e tre (Sir Thopas, narrato dal poeta stesso, parodia dei romanzi cavallereschi in versi, i racconti del cuoco e dello scudiero) incompleti. L’ordine secondo il quale i vari frammenti narrativi si susseguirebbero è oggetto di discussione tra gli studiosi. I racconti completi sono i 21 che ci apprestiamo a descrivere in maniera sintetica.

1. The Knight’s Tale. Il primo racconto, denominato del Cavaliere, è una versione abbreviata della Teseide del Boccaccio, e narra l’amore di Palemone e di Arcite, prigionieri di Teseo, re di Atene, per Emilia, sorella di Ippolita regina delle Amazzoni e sposa di Teseo. I rivali se la disputano in torneo, Palemone è sconfitto, ma Arcite, al colmo del suo trionfo, è sbalzato di sella per l’intervento di Venere e di Saturno, e muore.
2. The Miller’s Tale. Il secondo racconto, denominato del Mugnaio, è una narrazione un po’ grassoccia, del genere dei fabliaux (tradotto in passato con l’italiano favolello è un breve racconto in versi dalla trama semplice e divertente, sviluppatosi in epoca medievale in Francia), in cui vi è un marito, il falegname Nicola, ingannato colla predizione di un secondo diluvio universale, e un amante, Assalonne, che, credendo di baciare la sua bella Alison, bacia invece il deretano del falegname, e si vendica scottandolo con un ferro rovente.
3. The Reeve’s Tale. Il terzo racconto, denominato dell’Intendente, trova pure analogie nei fabliaux (specialmente in quello di Gombert e dei suoi chierici), e narra come due studenti di Cambridge, Alano e Giovanni, sono derubati da Simkin, mugnaio di Trumpington, presso Cambridge, di parte del loro grano, e come si vendicano sulla moglie e la figlia di lui, e bastonano il mugnaio.
4. The Man of Law’s Tale. La fonte originaria del quarto racconto, denominato del Sergente della legge, è nella cronaca anglo-normanna di Nicholas Trivet, scritta intorno al 1335. E’ la storia di Costanza, figlia di un imperatore cristiano, data in sposa al Soldano a condizione che egli si converta al cristianesimo, e, per la perfidia della madre del Soldano, abbandonata sola in una nave alla deriva in mezzo al mare. Seguono le peripezie di quel modello di purezza e di femminilità che è Costanza, la sua unione col re Alla, da cui ha un figlio, Maurizio, la sua seconda odissea marina per la malvagità di Donegilda, madre di Alla, la sua breve felicità col marito, e il suo ritorno dal padre a Roma.
5. The Wite of Bath’s Tale. Il quinto racconto è denominato della drappiera di Bath. Questo racconto è preceduto da un prologo, magnifica satira contro le donne e il matrimonio (in parte derivata dal Miroir de Mariage di Eustache Deschamps) messa in bocca della drappiera, tipica moglie coi calzoni: costei sostiene che la moglie deve dominare il marito. Il raccontGeoffrey Chaucero, che pare risalga a una fonte irlandese perduta (è analogo alla storia di Florent nella Confessione dell’amante di John Gower), riferisce come un cavaliere, per evitare la pena capitale, è obbligato nel termine di dodici mesi a dare la giusta risposta alla domanda, che cosa le donne amino di più, e impara la risposta, Sovranità, da una vecchia strega a condizione che egli la sposi. Egli obbedisce con riluttanza, ma poi ha l’insperata fortuna di vedere che la strega torna ad essere un’avvenente giovane.
6. The Friar’s Tale. Il sesto racconto, denominato del Frate, ripete un motivo comune a molte altre favole. Esso narra come un messo di tribunale ecclesiastico incontri il diavolo vestito da ufficiale giudiziario, che gli confida che metodi adopri con gli uomini. Il messo allora tenta di estorcere un dono da una vedova, che lo manda al diavolo, e il diavolo se lo prende, come vuol la credenza popolare che una maledizione che viene dal cuore sortisca il suo effetto.
7. The Summoner’s Tale. Il settimo racconto, denominato del messo, simile al fableux il Racconto della vescica del prete, è narrato per ritorsione contro il frate, e riferisce le manovre di un frate avido e ipocrita presso il letto di un malato, e come il frate venga sozzamente scornato.
8. The Clerk’s Tale. L’ottavo racconto, ossia il racconto del chierico di Oxford, risponde agli argomenti suesposti dalla drappiera di Bath narrando la storia della paziente Griselda e invitando in un ironico commiato le donne a dominare i mariti e a renderli infelici come la drappiera ha reso i suoi. Le ultime parole del chierico pungono il mercante, di recente sposato, e costui intraprende un ironico elogio dello stato matrimoniale, e fa il seguente racconto.
9. The Merchant’s Tale. Il nono racconto, denominato del Mercante, è un adattamento della cosiddetta storia dell’Albero del pero nota in altre versioni, e tratta del matrimonio di un vecchio, January (Gennaio), con una giovane, May (Maggio); il vecchio diventa cieco, e la giovane e il suo amante, Damiano, lo ingannano, egli salendo su un pero, e lei issandovisi sulle spalle del vecchio, e unendosi al giovane tra le fronde. Plutone ridà la vista a January, ma May, ispirata da Proserpina, sa dare una pronta risposta al marito esterrefatto alla scoperta della tresca: per ridargli la luce degli occhi, sostiene l’astuta donna, non c’era altro mezzo che essa si mettesse a far la lotta insieme a un uomo sulla cima di un albero. Dopo un interludio rappresentato dalla romanzesca Novella incompiuta dello scudiero – nella quale si narra di Cambuscan re di Tartaria, a cui un messo del re di Arabia reca magici doni, tra cui un anello per la figlia Canace, che la mette in grado di capire il linguaggio degli uccelli, e così ella apprende dalla femmina di un falco come il maschio la abbandonasse – l’allodiere si riconnette al tema del matrimonio col suo racconto.
10. The Franklin’s Tale. Il decimo racconto, denominato dell’Allodiere (ossia uomo libero posseditore di terre), anziché dalla quinta novella della giornata X del Decamerone pare derivato, se mai, dalla prima redazione che di essa si trova nel Filocolo. Dorigene, moglie di Arvirago, che è assente in un viaggio per mare, per sfuggire alle insistenze dell’innamorato Aurelio fa dipendere il suo consenso da una condizione impossibile: che tutti gli scogli della costa bretone scompaiano. Ottenuto ciò per l’arte di un mago, Aurelio, in un generoso impulso, scioglie la donna dalla promessa, che ella si prepara a soddisfare col consenso del marito ritornato. L’allodiere ripudia tanto il punto di vista della drappiera quanto l’opposto, e conclude per la comune sopportazione e devozione dei coniugi.
11. The Physician’s Tale. L’undicesimo racconto, denominato del Dottore, narra la drammatica storia di Appio e Virginia, la cui fonte originale è nel III libro (44) del Ab Urbe condita di Tito Livio; ma il Chaucer si ispirò certo anche alla versione presente nel Roman de la Rose (versi 5589 sgg.). La storia leggendaria, ambientata a Roma al tempo dei decemviri e quindi collegata anche alla sua abolizione (V sec. a.C.), narra di un iniquo patrizio componente del collegio dei decemviri, un certo Appio Claudio, il quale si era invaghito di una fanciulla plebea, Virginia. Dopo avere invano tentato le vie della corruzione, Appio ingiunge ad un suo cliente di trarre in giudizio Virginia, sostenendo che ella era nata in casa sua da una schiava e subdolamente era stata attribuita come figlia di altri. Claudio stesso, che siede come giudice, attribuisce la fanciulla stessa al suo cliente. Il padre Virginio e il fidanzato Icilio, gia’ famoso tribuno, non sono riusciti a sventare la perfida trama di Appio. Allora Virginio, tratta in disparte sua figlia, afferra un coltello da macellaio e la trafigge perché non abbia a subire il disonore.
12. The Pardoner’s Tale. Il dodicesimo racconto, ossia il racconto del mercante di indulgenze, è preceduto da una predica a mo’ di prologo, in cui il mercante flagella i vizi della gola, dell’ubriachezza, del gioco e della bestemmia, e mostra lui stesso di essere animato da quella avidità che riprende negli altri, sicché questo prologo è una vivace e ingenua satira dei soprusi ecclesiastici. Il racconto ha analogia con uno del nostro Novellino, e narra come in tempo di peste tre giocatori avvinazzati si mettono in cerca di Morte, che ha ucciso un loro compagno, per punirla; e un vecchio dice loro che la troveranno sotto un certo albero; qui trovano un tesoro, e, mentre uno dei tre va in citta’ a prender cibo e bevanda onde rifocillarsi finche’ la notte, sopravvenuta, permetta la rimozione del tesoro, gli altri due complottano di assassinarlo; e così fanno, ma poi muoiono essi pure bevendo il vino che il terzo aveva avvelenato mosso da eguale intento delittuoso nei loro riguardi.
13. The Shipman’s Tale. Il tredicesimo racconto, denominato del Marinaio, tratta un motivo folcloristico ben noto, quello del “dono dell’amante recuperato”. La moglie di un ricco e avaro mercante prende in prestito da un monaco cento franchi per comprarsi belle vesti. Il monaco a sua volta prende in prestito i denari dal mercante ignaro, e così si gode la moglie di costui e, al ritorno del mercante da un viaggio, gli dice di avere restituito la somma alla moglie, che non può negare di averla ricevuta.
14. The Prioress’s Tale. Il quattordicesimo racconto, denominato della Priora o Abbadessa, uno dei più perfetti del Chaucer dal punto di vista artistico, ripete la leggenda del bimbo di una vedova, trucidato dai Giudei perché canta l’antifona mariana “O alma Redemptoris Mater”, mentre passa nel ghetto di Lincoln recandosi a scuola. Il corpo è scoperto perché dalla gola tagliata esce ancora il canto. Vari critici sostengono che questo racconto sia un giudizio sulla natura acritica della Priora.
15. The Tale of Melibee. Dopo aver lasciato incompiuto “Sir Topazio”, nel quale attribuisce con perversa autoironia a se stesso la filastrocca di Topazio, una parodia dei romanzi cavallereschi, essendo stato interrotto dall’Oste spazientito, Chaucer si vendica col quindicesimo racconto narrando la favola di Melibeo, lunga e per noi moderni noiosa disputa tra Melibeo e sua moglie Prudenza sul modo migliore per trattare i nemici che ci hanno gravemente offeso. La fonte prima è il Liber Consolationis et Consilii di Albertano da Brescia (1193-1270), ma Chaucer si servì di una parafrasi francese. E’ questo l’unico racconto in prosa dell’intera raccolta, oltre a quello finale del parroco, che tutti ascoltano senza protestare.
16. The Monk’s Tale. Il sedicesimo racconto, detto del Monaco, appartiene al tipo degli Uomini illustri di Boccaccio: una serie di “tragedie” di illustri personaggi derivate da vari autori, tra cui Dante (episodio del Conte Ugolino).
17. The Nun’s Priest’s Tale. Il racconto  della monaca, diciassettesimo della serie, risale ad una versione perduta del Roman de Renart e narra come una volpe ingannò un gallo lodando la voce del padre di lui, e come il gallo riuscì a scampare ingannando a sua volta la volpe.
18. The Second Nun’s Tale. Il diciottesimo racconto, detto il racconto della seconda monaca, tratta un argomento devoto tratto dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, la vita e il martirio di Santa Cecilia e dello sposo Valeriano, ma il testo chauceriano è più vicino a una versione che segue la vita della santa descritta in greco da Simone Metafraste.
19. The Canon’s Yeoman’s Tale. Il diciannovesimo racconto, denominato del valletto del canonico, è una denuncia della stoltezza e della birbanteria degli alchimisti.
20. The Manciple’s Tale. Il racconto dell’economo del collegio, penultimo secondo questo ordinamento, deriva dalla favola ovidiana di Apollo e Coronide. Febo ha un corvo bianco che può imitare il linguaggio umano, e da lui apprende l’infedeltà della moglie. Irato Febo uccide costei, poi, preso dal rimorso, strappa al corvo le penne bianche, lo priva della favella e lo manda al diavolo: ecco perché i corvi sono neri.
21. The Parson’s Tale. Il racconto del Parroco, che chiudeva il viaggio di andata a Canterbury, è una predica in prosa sulla penitenza con un lungo trattato sui sette peccati capitali.

Così il capolavoro di Chaucer presenta un quadro vasto e complesso della vita medioevale, un’autentica commedia umana che, su un piano “borghese”, corrisponde a quel che la Divina Commedia è su un piano aristocratico e oltremondano. Percorrendo i vari “gironi” di un universo impastato di peccato, morte, male, tradimento, gelosia, Chaucer sembra prendersi gioco del lettore-compagno di viaggio costringendolo a cadere nella macchina di un’ironia demolitrice che tutto macina e tracima, nel suo impetuoso e impietoso avanzare. La pura orizzontalità dell’esistenza umana viene qui trasfigurata in un desiderio etico, in un afflato mistico-morale che non trova il suo compimento e la sua realizzazione se non nell’ossessiva descrizione dei caratteri, nella tragicomica narrazione degli eventi che, come palinsesti e frammenti collazionati da altri contesti letterari, fanno dei Canterbury Tales un caleidoscopio infinito di storie e di personaggi, un contenitore onnivoro e onnicomprensivo. Nel suo tentativo di encomiare i classici latini e italiani, ora emulandoli ora seguendoli quasi passo dopo passo, Chaucer inventa il romanzo moderno e la narrazione come puro gusto del narrare senza secondi fini, conferendo ad essa un tocco tipicamente “british”: quell’ironia distaccata e dissacrante che ha il sapore acre di una commiserazione e di una visione super partes della vicenda umana, abbandonata e consegnata al suo ineluttabile destino.
Gaetano Algozino
South Norwood, London 24 marzo 2015