Il cacciatore d’aquiloni

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“È meglio essere feriti dalla verità che essere consolati da una menzogna.”
KHALED HOSSEINI

Bene e male, amore e morte, guerra e pace, delitto e castigo: sono i motivi principali, in alcuni casi anche titoli di opere famose, di tanta letteratura dell’Ottocento europeo e di quella orientale. Di entrambe si è nutrito lo spirito di Khaled Hosseini, il medico afghano di quarantadue anni, divenuto noto quattro anni fa con il romanzo “Il cacciatore di aquiloni”, e che ora vive, con moglie e due figli, in California dopo varie peregrinazioni, Iran, Francia, compiute con la famiglia paterna a causa delle gravi situazioni politiche e sociali succedutesi in Afghanistan durante questi ultimi decenni; fine della Monarchia, invasione russa, regime dei Talebani, disordini dei giorni nostri. Tutta questa storia Hosseini percorre in “Il cacciatore di aquiloni”, sua prima opera comparsa nel 2003 e divenuta in breve tempo un best seller. Pubblicata in dodici paesi è stata ora ristampata in italiano dalla Piemme per la quarantacinquesima edizione. Essa è ancora tanto nota e richiesta da far trascurare il secondo romanzo, “Mille splendidi soli”, recentemente pubblicato dall’Hosseini. Anche in questo lo scrittore rappresenta la difficile condizione storica e politica attraversata dal suo paese negli ultimi trent’anni e lo fa combinandola, stavolta, con quella privata di due donne. Pure queste mostra bambine poi ragazze e adulte. L’attenzione maggiore, da parte del pubblico, rimane rivolta, tuttavia, al primo romanzo dal momento che “Mille splendidi soli” ha tutti i caratteri di una ripetizione. Ne “Il cacciatore di aquiloni” Hosseini per la prima volta svelava ad un pubblico che non era solo il suo i modi di nascere, crescere, vivere, gli usi, i costumi, la religione, le credenze, le superstizioni di un paese come l’Afghanistan, le intrecciava con le recenti drammatiche vicende afghane, con quanto di grave, di crudele, di orrido la guerra comportava e tutto con le particolari esperienze dei due protagonisti, Amir ed Hassan, il cacciatore di aquiloni. La loro vita di bambini, giovani, uomini, veniva mostrata insieme alla storia senza che fosse possibile distinguere quale delle due avesse più peso negli avvenimenti.

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“Qualcuno ha detto che in Afghanistan ci sono molti bambini, ma manca l’infanzia.”

Nel romanzo compaiono alcuni luoghi comuni derivati ad Hosseini dalle sue letture di classici occidentali ed orientali, dal fatto che si trattava della prima opera e non gli era stato facile liberarsi da tali ascendenze. Avvengono improvvise rivelazioni, ritardati riconoscimenti, alcune delle esperienze compiute dai due  protagonisti rientrano in una letteratura già nota. Distingue, però, l’Hosseini da quanto lo aveva formato la sua scrittura, il suo stile che è nuovo, libero, pronto ad aderire ai contenuti, a renderli nel modo più immediato, più vero, più naturale possibile, a farli vivere così come avvengono. Hosseini narra di Amir, figlio del padrone, che scopre che anche Hassan è figlio di suo padre e non del servo. Questo aggraverà il senso di colpa nei riguardi di Hassan, da bambini non lo aveva aiutato in una situazione pericolosa, e pur essendo andato lontano penserà sempre di rimediarvi. Finalmente gli riuscirà col figlio di Hassan ma dovrà percorrere una strada molto lunga e irta di ostacoli e pericoli, dovrà conoscere molti posti, vivere molte circostanze, trattare con molte persone, dovrà soffrire molti contrasti. Tanto richiede la remissione di un peccato!

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E’ il percorso contenuto dal lungo romanzo, è la lezione che Hosseini vuol trasmettere dalle sue pagine. E questa non gli proveniva dalle sue letture ma dall’esperienza diretta che, in Afghanistan, aveva avuto con quella fascia della popolazione detta degli hazara. Erano persone di origine mongola e vivevano soprattutto sulle montagne. Nei rapporti con loro Hosseini aveva imparato l’importanza dei valori umani quali la virtù, la giustizia, la verità, l’onestà. Gli hazara non erano stati guastati dalla modernità, dalle sue richieste e dai conseguenti vizi che agli uomini erano da esse derivati. Hosseini è vissuto con gli hazara, Hassan è un hazara e tale era la donna, una serva, la bellissima e passionale Sanaubar, con la quale il padre di Amir l’aveva avuto. Per tutta la narrazione ci si imbatterà negli infiniti pregiudizi che, in Afghanistan, esistono nei riguardi degli hazara poiché ritenuti persone d’infimo grado sociale. Anche questa loro condizione ha voluto Hosseini riscattare con la sua scrittura, per questo ha fatto del servo Hassan il suo eroe positivo, continuato dal figlio mentre del padrone Amir ha fatto il personaggio tormentato per aver recato offesa, il colpevole.

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E’ un’altra lezione affidata da Hosseini alla sua opera ed anche questa di significato ampio, profondo mentre facile, scorrevole rimane sempre il suo stile. Qui la qualità maggiore dello scrittore, riuscire semplice nella forma e impegnato nel contenuto e di un impegno non solo umano ma anche civile, sociale. Qui pure le ragioni del successo dell’opera: per il vasto pubblico che ha raggiunto essa è stata un richiamo a quei valori morali, dello spirito, che negli attuali ambienti di vita e nella loro letteratura sembrano ormai svaniti.

“Le persone che dicono solo quello che pensano veramente credono che tutti facciano come loro.”

The Kite Runner
Khaled Hosseini’s haunting tale of friendship and betrayal.
Wyndham’s Theatre, Charing Cross Road, Londra
Dal 21 Dicembre 2016 – 11 Marzo 2017