Il London Bridge

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London Bridge. Annotazioni storiche in forma di “sogno” sul ponte di Londra

La splendida palla di Selene illuminava di riflessi biancastri, a tratti sporchi e opalescenti, la mia lunga passeggiata notturna, in compagnia del vulcanico e appassionato Federico, lungo i gangli oscuri e misteriosi di Southwark.
Nel cuore di quella calda notte di luna piena di metà giugno, mentre in lontananza si udivano gli echi distorti di un nostalgico motivo, i nostri pensieri erano come catturati e assorbiti dalla storia millenaria di quel ponte, che, ora sostituito da un orribile e asettica costruzione cementizia, aveva segnato la storia di Londra attraversandola – anche geograficamente – da parte a parte.
London Bridge (1616) by Claes Van VisscherSentimmo dentro di noi il peso schiacciante di quegli eoni, ora gloriosi ora miserandi, ed ignari di ciò che stava di fronte a noi, la City rilucente in tutto il suo splendore vitreo ed effimero di superbi grattacieli e camaleontici edifici
che sfidavano le leggi della natura, ci sedemmo proprio nel centro del ponte.
Il London Bridge, Brycge lo chiamarono già gli antichi Sassoni, ma pons era per i Romani, che giunti qui al seguito di Giulio Cesare intorno al 55 a.C., ne costruirono le palizzate per collegare Londinium da sponda a sponda. Intorno alle 3 anti meridiane, quando il mondo assopito dorme pigramente entro i suoi placidi giacigli, meravigliati e attoniti vedemmo profilarsi all’orizzonte uno spettro, una figura simile a figlio d’uomo, che spuntava, portentoso e massivo, dagli oscuri bassifondi della Clink Prison. Dalla capigliatura e dagli occhialini tondi come penny, nonché dal capello laccato e lucido, capimmo che si trattava proprio di lui, del cantore della Terra desolata, l’amato Thomas Stearns Eliot, di cui spesso, lungo la via, avevamo tessuto l’encomio.
Ci venne incontro nella sua tipica foga di uomo di lettere inglese, solenne e altero, indossando un lungo cappotto scozzese e con in bocca l’inseparabile pipa che emanava profumi forti, decisi, aspri.
London Prospect 1710Trasalimmo di gioia e di spavento ed egli, fatto cenno di volersi sedere accanto a noi, aprì il suo elegante taccuino vittoriano alla settantesima pagina. Posseduto dallo spirito di Dante, ci svelò di avere scritto un’ode mai pubblicata nell’antica lingua italica, di cui lui, visionario scrittore anglo-americano, era allo stesso tempo cultore e amante appassionato. Poi, portatosi sul muro centrale del ponte con una levità che avrebbe stupito anche il più virtuoso dei ballerini dell’Opera, disse di avere avuto un sogno proprio sullo stesso ponte ove io e Federico sostavamo in estatica contemplazione notturna. Nel 1962, due anni prima della sua morte, e sei anni prima del barbaro abbattimento dell’ultimo ponte ottocentesco, disse di avere visto la Sfinge, con la quale si intrattenne in amorosa, breve conversazione. Dietro nostra insistente richiesta pronunziò, quasi con tono sacerdotale e profetico, l’ode.
Disse (l’Uomo è proprio Eliot):
Uomo: “Confesso di amare a dismisura i ponti. Io collego ed unifico qualsivoglia, ma sovente esplodono divisioni travalicando i miei ponti“.
Sfinge: “Perché sei solito indugiare qui, sul London Bridge?
Uomo: “Lasciai l’America alla ricerca di una ideal colleganza tra Nord e Sud, tra ricco e povero, tra Nuovo Mondo e Vecchio Continente. Proprio qui per la prima volta sorse il sogno americano!
Sfinge: “Codesto è il mio enigma: che cos’è ciò che vien visto? Di fronte pare un sentiero, di profilo è una porta e dall’alto è forse un rifugio?”
Uomo: “No, Un ponte. Codesto ponte raffigura il grande sogno dell’Umanità. Il mondo, alla sua fine, sarà giusto un
ponte, ove guerre e passioni, nazioni e religioni si dissolveranno e il Mondo intiero, come d’incanto, si trasformerà in un mero sentiero. Risorgerà il Nomade, l’uomo delle origini farà il suo ritorno!”
Sfinge: “Tu, o Figlio dell’Uomo, fino a quando miri a possedere e contenere il Mondo entro i tuoi occhi, tu, dico, vedrai senza aver visto!
Uomo: “Solo uno dei nostri poeti passò codesta porta, e sai cosa egli vide? Masse indistinte consumate dall’interiore struggimento di rinserrare la salvezza: la Metropoli. Ogni poeta è come sospeso e appeso a codesto limitare, ma nessuno di costoro riuscì mai a passare per una seconda volta. Quel limitare, come una possente barriera, non si trasformò più in un ponte.
Sfinge: “Tu non dominerai in nessun luogo. A migliaia, morti e vivi, si stanno ancora ammassando su questa linea mirando a trasformarla in un ponte. Tu tenti di dominare il mondo e brami di volare. Cammina e vedrai te stesso: il mondo è giusto un rifugio e tu non sogni che ponti…” (1)

OldLondonBridgeEsalatosi misteriosamente come profumo d’incenso tra le nuvole, il poeta lasciò a noi, perplessi e stralunati, l’arduo compito di tessere la trama della storia di quel ponte che aveva segnato per sempre il grande sogno dell’umanità, sogno di conquista di terre lontane e sconosciute, ma anche sogno di riscatto da una pesante eredità imperialistica e coloniale. Erano quasi le 4 antimeridiane quando cominciò la nostra strana lectio sulla storia del London Bridge. Rimanemmo seduti proprio lì, nel mezzo di quel ponte, di cui avevamo anche incautamente sbarrato i punti di accesso. Volevamo rivivere, quasi come in un sogno folle, tutti i fasti, le ascese e le cadute di quel ponte, cercando di capirne e, allo stesso tempo, carpirne l’anima.
Sentimmo irresistibile e incontenibile il fascino di liberare la vera anima del London Bridge, rinserrata tra quelle pietre fittizie che non appartenevano più da secoli al vecchio ponte, al primo ponte. A quale ponte?
Proprio da questa domanda lacerante iniziò la nostra indagine. Più che rispondere alla nostra domanda impossibile, la prima pagina che aprimmo dell’antica e venerabile Storia di Londra di Sir Walter Besant pubblicata nel 1893, non fece che confermare e amplificare i nostri dubbi. Il pomposo storico dell’età vittoriana esordiva così nella parte relativa al London Bridge: “NOBODY knows who built the first Bridge.
Nessuno sa, e potrà mai sapere, chi fu l’artefice del primo ponte. Quella frase, tagliente come una sentenza, ci spiazzò ma allo stesso tempo aprì la mente ad una fervida ed incontrollata fantasia.
Il London Bridge, pensammo, era già lì nel IV secolo: un ammasso di legname, disposto a mo’ di palizzata,
fungeva da ponte con una porta fortificata, una delle porte principali della Città. Chi lo eresse, e quando, quanto tempo ci volle per costruirlo, quale spazio vi fu tra i pontili e quanto ampio esso fosse, nessuno potrà mai saperlo. Probabilmente il ponte delle origini fu piuttosto stretto e angusto, consistente di travi incrociate da una parte all’altra e di una ringhiera posta nel mezzo per trattenere le due parti. Che poi codeste travi non fossero proprio l’una vicina all’altra è fatto piuttosto noto e accertato dal ritrovamento di molte monete sul letto del fiume, proprio sotto il vecchio bridge. Oltre al ponte è probabile che ci fossero già allora dei rudimentali battelli che servivano per attraversare il Tamigi, specialmente tra Dowgate e l’opposta sponda chiamata St. Mary Overies Dock, ove più tardi fu eretta la Prioria di St. Mary Overies, alla quale apparteneva la Chiesa, ora denominata del Santissimo Salvatore, in Southwark. Gli attracchi dei vecchi battelli rimangono ancora, seppur parzialmente nascosti da mura e paratie.
Ma la storia del London Bridge è lo specchio della storia di Londra: un groviglio infinito di disgrazie, calamità e distruzioni misto a risurrezioni e ricostruzioni, in cui i due temuti protagonisti furono sempre due: l’acqua del dio Thamesis e il fuoco divoratore. La prima di queste misfortunes accadde, secondo l’unanime consenso degli storici, nel 1013, quando i terribili Danesi lo distrussero. Forse per distruzione, come annota acutamente Besant, dovremmo intendere danneggiamento. Tuttavia fu certamente arso dalle fiamme nel Grande Incendio del 1136. Un altro ponte, anch’esso di legno, fu costruito nello stesso luogo. Correva l’anno 1176 quando fu iniziato il nuovo London Bridge, costruito sia con legno che con pietre.
Quel famigerato ponte dai severi lineamenti gotici, la cui costruzione si protrasse per trenta anni, rimase stabile e in piedi fino al 1831, anno in cui fu completato il nuovo London bridge e il vecchio fu abbattuto.
Già con l’abbattimento del ponte medioevale, che fu ulteriormente ingrandito ed abbellito nel 1209, si può dire
conclusa la storia del London Bridge, quella storia gloriosa di un ponte che per importanza geografica e simbolica, per un lunghissimo lasso di tempo, fu considerato il più lungo ponte in pietra in Inghilterra.
A Londra esso detenne il primato di ponte per eccellenza che collegava la città da una sponda all’altra del Tamigi fino al 1750, anno in cui fu costruito il Westminster Bridge.
Dalle ricostruzioni minuziose di storici e architetti, i cui esiti sono esposti nel mirabile Museo di Londra, si può affermare senza ombra di smentita che si trattasse più di una città sospesa sull’acqua che di un mero ponte.
I piloni erano costituiti da palizzate piantate nel letto del fiume e riempite di macerie;London Bridge, Lake Havasu City, Arizona (3227888290)
gli archi erano di larghezza variabile tra i 4,5 e i 10 metri, mentre le 20 arcate a sesto acuto che si aprivano
come porte sul Tamigi si alternavano a parapetti e ringhiere in ferro. Per di più case e negozi di vario
genere e natura si affacciavano su entrambi i lati del ponte, e gli stessi negozianti, che vivevano sopra i
loro negozi, producevano le merci che i loro garzoni vendevano, facilitati dai collegamenti fluviali. Al centro di questa città di legno e pietra sospesa sul Tamigi, si ergeva una deliziosa Cappella dedicata a San Thomas Beckett, il coraggioso Arcivescovo di Canterbury che fu assassinato nel 1170 dai sicari di Re Enrico II, al quale si era energicamente opposto. Beckett fu fatto santo e il suo sepolcro fu a lungo meta di pellegrinaggi. Da questa cappella pare che partisse lo stuolo di pellegrini diretti al Santuario di Canterbury: lo scrittore Geoffrey Chaucer, nel suo immortale capolavoro Canterbury Tales, fa iniziare il viaggio dei pellegrini alla volta di Canterbury proprio in questa zona di Londra, tra il Bridge e il Tabard Inn in Southwark. L’architetto di questo piccolo mondo medioevale fu un certo Peter, Cappellano di St.Mary Colechurch presso la vecchia giudecca, chiesa che poi fu distrutta dal Grande Incendio del 1666 e non fu mai più ricostruita.
Nel XII secolo fu fondato in Francia un ordine religioso chiamato, per l’appunto, Ordine dei Pontifes, o Fratelli costruttori di ponti. Pontefici senza alcun privilegio pontificio, i Fratelli costruttori di bridges, lasciarono un’impronta durevole nella loro nazione costruendo innumerevoli ponti, che ancor oggi sono in piedi e resistono all’usura del tempo. Non è tuttavia certo che l’architetto del London Bridge medioevale, il citato Peter di Colechurch, fosse un affiliato all’Ordine dei Fratelli. Non ci stupirebbe affatto se lo fosse stato. Quando egli morì, nel 1205, prima che il Bridge fosse completato, il Re John chiamò un francese affiliato alla Fratellanza dei costruttori di ponti, un certo Isembert, il quale aveva costruito numerosi ponti a La Rochelle e a Saintes. Ma i principali costruttori del ponte pare che siano stati tre mercanti di Londra, Serle Mercer, William Almain e Benedict Botewrite. La costruzione del ponte medievale, che resse in piedi per 650 anni fino a quando il Grande Incendio del 1666 ne distrusse una parte, fu considerata alla stregua di un’opera nazionale: Re, Lords, Vescovi, come anche semplici cittadini di Londra, donarono molti soldi per affrettarne il completamento. Quella infinita lista di benefattori e
donatori fu incisa su una preziosa tavoletta, gelosamente custodita nella Cappella di San Thomas Beckett, fino a quando le fiamme divoratrici del Grande Incendio non la spazzarono via per sempre.
Dopo questa lunga e affascinante diLondon Bridge, November 2005ssertazione storica sul Bridge, tornammo a fissare l’attenzione sul penultimo ponte, quello ottocentesco, che rimpiazzò quella magica città di legno e di pietra e con il suo abbattimento seppellì secoli di storie avventurose e spericolate di cavalieri e mercanti, monache e preti, che avevano ravvivato quell’oscuro lembo di periferia londinese. Nel 1968, dopo soli 137 anni dalla sua costruzione, il quinto London Bridge fu demolito, smontato e trasportato pietra su pietra, in Arizona, ove attualmente si trova come albero sradicato dal suo suolo natio. Nel 1973, infine, fu inaugurato il nuovo London Bridge, che attualmente si ammira, frutto più di una fredda ragione calcolatrice che di una fervida creatività che avrebbe reso onore a quel ponte che fu per millenni porta e barriera, luogo di transito e di attraversamento, città sospesa sull’acqua, simbolo, memoria e profezia di una Metropoli a volte ingrata e a volte riconoscente, ma pur sempre segnata da un nobile destino di grandezza.

Erano quasi le 5,30 ed Eos rododaktylus, l’omerica alba dalle dite rosate, così delicata e stemperata nei suoi timidi e discreti colori inglesi da apparire quasi irreale ed eterea, si posava quasi in punta di piedi, quale pudica dama vittoriana, sul London Bridge. Io feci cenno a Federico di continuare la narrazione.
Era dolce e avvolgente l’atmosfera dell’alba e io desideravo ora solo ascoltare, quasi a completamento del mio sforzo espositivo, le fragranti parole del mio inseparabile amico e compagno, figlio possente e sapiente della bassa novarese, aduso, come tutti i veri filosofi, ai paradossi e alle contraddizioni. Egli, aprendo ancora il famigerato libro di Sir Walter Besant, continuò a leggere e a parafrasare, disquisendo sugli aspetti più antropologici della faccenda. Riprese da quella pagina in cui il nostro storico annotava che “now the building of bridges was regarded, at this time, as a work of piety”. Può la costruzione di un semplice ponte esser considerata alla stregua di un’opera di pietà, di un lavorio che attiene più all’aspetto spirituale e religioso che non al semplice calcolo geometrico e architettonico? Certo che sì, se consideriamo appunto l’aspetto antropologico del ponte come una sorta di auxilium, che vada in direzione dell’aiuto vicendevole tra gli uomini. Così lo concepirono i “nostri” antenati medioevali: una sorta di isola felice per sopravvivere alle minacce del devastante Tamigi. Ma a questo aggiunse anche il concetto di collegamento, di tramite e di un inter-spazio che servisse a raccordare la città alle singole vite degli uomini, che in essa vivevano.
Senza il London Bridge, tutte quelle persone che vissero su una sponda del Tamigi non avrebbero mai potuto comunicare con le altre persone che abitarono nella sponda opposta, se non solo servendosi di barche, zattere o battelli. Senza il London Bridge, i valorosi mercanti medioevali non avrebbero potuto trasportare le merci da una parte all’altra della città, così come i contadini non avrebbero potuto consegnare e vendere i loro prodotti ai negozi costruiti sul ponte. Senza il London Bridge viandanti, vagabondi e pellegrini avrebbero potuto attraversare il Tamigi con un semplice vascello, ma non avrebbero mai trovato un punto di ristoro e un luogo di consolazione per le loro vite spezzate e piagate. Senza il London Bridge, allo stesso tempo, gli eserciti di mare e di terra non avrebbero potuto marciare: se infatti tu, in veste di generale, volessi guidare un esercito da una parte all’altra di una nazione, in cui non ci siano ponti, dovresti per forza di cose attraversare a guado i fiumi. Le strade stesse sarebbero inutili se non ci fossero ponti che raccordano, uniscono e collegano le varie parti di un paese o di una nazione. La cosa più importante ed essenziale che garantisce l’unità di un paese è dunque la possibilità di una inter-comunicazione: senza strade e senza ponti l’abitante di Southwark sarebbe stato uno straniero ed un nemico per l’abitante di Westminster.
Noi, figli del progresso e delle nanotecnologie, abbiamo ponti su ogni fiume; noi, figli della telecomunicazione e della velocissima banda larga, non dobbiamo più attraversare a guado un torrente o un corso d’acqua; noi, figli della connessione interplanetaria, non sapremo mai cosa significhi attraversare con sforzo e fatica la corrente contraria di un fiume su una barca. Noi, figli dell’autosufficienza informatica e del facile ottimismo consumistico, abbiamo facilmente dimenticato, se non addirittura mai considerato, l’importanza di un ponte.
Noi, esseri disgregati e allucinati dall’illusione comunicativa della rete globale, dovremmo sforzarci di capire che i ponti non nacquero così dal nulla, come querce e tigli; essi, piuttosto, furono costruiti dopo lunghi studi storici e considerazioni matematiche, filosofiche e sociali, alla stessa stregua di cattedrali, chiese e monasteri.
Questa è la storia del London Bridge. Questa è la storia di un microcosmo lontano e quasi inafferrabile che è scomparso inghiottito dalle nebbie e dai fumi della Londra industriale. Questa è la storia di un primitivo ponte di legno, che poi diventò un fortilizio di pietra e infine, prima che la sciagura del Grande Incendio e la mania demolitrice e innovatrice dell’uomo moderno lo spazzassero via per sempre, fu una città sospesa sull’acqua per circa 650 anni, un gradevole e ameno luogo residenziale ove  l’aria fresca e tersa e l’infinita disponibilità delle acque cristalline del Tamigi resero attraente, famoso e desiderabile questo ideale punto di colleganza tra le due città, e tra la città e il mare. London Bridge City Pier

Era ormai pieno giorno ed Elios, con i suoi raggi infuocati e luminosi, aveva riempito del suo calore e della sua luce abbacinante il London Bridge. Ora, dopo quelle visioni notturne, il ponte ci apparì alla stregua di una semplice strada che collegava la trafficatissima stazione ferroviaria di London Bridge alla City, cuore pulsante della finanza e del business mondiale. Esso oggi non è che un semplice “non luogo” di transito per trafelati, disattenti e imbronciati business men. Non ci fu chiaro se l’apparizione di Eliot fosse stata un’allucinazione della mente, un vago presagio, oppure una profezia oscura e indecifrabile. Ma le sue parole no! Esse si conficcarono nella nostra carne come quelle possenti palizzate lignee che per secoli avevano retto il Bridge.
Continuammo il nostro cammino lungo il Tamigi, con il desiderio di raggiungere Margate, quell’estremo e solitario lembo di terra, oltre le barriere della civiltà, ove il fiume diventa mare, ove le acque salmastre e dolci diventano salate e burrascose, ove la turbinosa immaginazione artistica di Turner si unisce ancora alle suggestioni eliottiane della Waste Land. Era ancora lui, il vegliardo che ci era apparso sul London Bridge, a tenerci compagnia con il suo verbo appassionante ed enigmatico.
Proseguendo il cammino, dopo aver sostato all’Isola dei cani di Canary Wharf – quella landa desolata ove un tempo ululavano cani e lupi selvatici, ora residenza dei nuovi affamati cani della finanza globale – ripetemmo infinitamente, a mo’ di estenuante mantra tibetano, le parole finali della Sfinge, che risuonavano dentro di noi come una profezia, un imperativo categorico della coscienza, un potente invito a ritrovare se stessi nell’eterno cammino della vita.
Just walk and you shall see yourself! World is just a shelter and you dream of bridges.
Gaetano Algozino London-South Norwood, 24 Settembre 2015, ore 23.22

1. L’Ode “inedita”, sulla quale ho costruito questo artificioso sogno, è in realtà opera di Federico Leonardi, filosofo della Storia e docente presso l’Università Vita Salute San Raffaele di Milano, col quale condivido un singolare e appassionante percorso di ricerca intellettuale e umana incentrata sul paradigma della persistenza delle radici italiche nella cultura anglosassone, con particolare riferimento alla città di Londra, metropoli millenaria ove si concentrano, quasi cristallizzandosi, le ansie di riscatto e di auto-affermazione degli italiani.
Mia, invece, è la traduzione (in realtà riscrittura, con qualche piccola variante ed aggiunta) in italiano antico dall’originale inglese. Essa vuole essere un omaggio a Thomas Stearns Eliot (1888-1965), eclettico e geniale
poeta del secolo scorso il quale fu anche un raffinato cultore di Dante e della lingua italica. Riporto, dunque, per onestà
intellettuale e ad onor del vero, il testo originale inglese dell’Ode scritta da Leonardi e pubblicata sulla bacheca della sua pagina Facebook del 1 luglio 2015.
ODE TO DANTE (by Sir Thomas S. Eliot, dreamt on London Bridge, June 2015, Midnight)
MAN: I confess I love the bridges, I link and I unify but divisions explode back running over my bridges.
SPHINX: Why do you use to linger here on London Bridge?
MAN: I left America on the search of a link between North and South, the rich and the poor, World and Europe.
Here the American dream rose first.
SPHINX: My riddle: What seen from before is a path, from the profile is a gate and from below is a shelter?
MAN: A bridge. It represents the dream of Humanity. World at its end shall be just a bridge, when wars and passions, nations and religions will fade away. World will turn into a pure path. Nomadic man will rise again.
SPHINX: You, son of Man, as far as you aim at holding the World into your eyes, you will look without seeing.
MAN: Once one of our poets passed this gate and what he saw? Worn out masses struggling forward to a locked-up
salvation: the Metropolis. Every poet hanged and hangs on this boundary but nobody has never passed it again. That
boundary turned into a bridge no longer.
SPHINX: You won’t head anywhere. Thousands, dead and alive, are still cramming into this line aiming at turning it into a bridge. You endeavor to overlook the world and you crave to fly. Just walk and you shall see yourself: World is just a shelter and you dream of bridges.