Introduzione alla letteratura Inglese

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Un insolito viaggio negli affascinanti meandri della letteratura inglese

 

 

Nello spirito di Thomas Stearns Eliot ed Ezra Pound, che si basa sulla premessa che senza lettura non ci può essere letteratura e che letteratura è appunto “un insostenibile e infinito lottare con parole e significati”, più che offrire una storia della letteratura inglese, di cui tra l’altro sovrabbondano il web e le librerie specializzate, vorrei sforzarmi di presentare una guida alla lettura di centouno capolavori di poesia, narrativa, filosofia e teatro che hanno reso unica e “immortale” questa singolare manifestazione dello spirito umano che è la letteratura inglese. Centouno capolavori che, disposti in rigoroso ordine cronologico, possano rappresentare il “meglio” della storia della cultura inglese attraverso l’essenziale introduzione alla lettura diretta dei testi. La versatilità di questo approccio consente ampio spazio agli interessi e alle esigenze più disparate dei lettori, dal momento che stimola la lettura diretta dei testi letterari non discostandosi mai dal riconsiderare i nessi intrinseci tra letteratura, storia, filosofia e scienze in termini più problematici e attuali di quanto sia stato fatto in esperimenti consimili.

Costanti, lineamenti e sviluppi della letteratura inglese tra metafisica del reale e angoscia dell’esistenza

Gaetano Algozino

Gaetano Algozino

Uno dei maggiori critici inglesi, Herbert Grierson, affermava che tutta la grande poesia è in qualche misura metafisica, e cioè inspired by a philosophical conception of the universe and the role assigned to the human spirit in the great drama of existence (“ispirata da una concezione filosofica dell’universo e del ruolo assegnato allo spirito umano nel grande dramma dell’esistenza”): ed è fondamentalmente un’affermazione esatta, in particolare se riferita ad un atteggiamento tipico della tradizione inglese.
In realtà, non c’è letteratura che non tragga le proprie origini e le proprie ragioni anche da elementi che sono in genere considerati extra-letterari e non si nutra di essi in un fecondo scambio, finche’ non si giunga a comporre quell’unità che chiamiamo cultura, o civiltà, con precise e autonome caratteristiche. Caratteristiche che avendo le radici nel temperamento e nella storia di un popolo si fanno pensiero ed emergono nelle diverse forme espressive.
E’ difficile negare, in qualsiasi letteratura, un rapporto sensibile con la storia come con la scienza e la filosofia, sia pure in senso lato. E non è necessario che un tale rapporto si stabilisca e si riconosca per la presenza di esatti riferimenti a eventi particolari (per esempio le guerre francesi di Edoardo III in Geoffrey Chaucer, o Trafalgar o Waterloo in Samuel Taylor Coleridge o in John Keats) nell’opera di un narratore o di un poeta. Questi fatti possono però avere – e accade che lo abbiano ogni volta che un narratore o un poeta siano di notevole statura – un peso determinante sulle convinzioni che un testo esprime e sulla lingua con cui si esprime, e comunque su tutto ciò che con termine indicativo diciamo “contenuti”. La stessa cosa può essere affermata riguardo a un rapporto letteratura-scienza, dove di nuovo non è necessario che le concezioni scientifiche (e filosofiche) dell’età in cui un autore vive siano reperibili nella sua opera: la mutata relazione uomo-universo nell’irto barocco di John Donne, le nuove intuizioni fisico-matematiche filtrate persino nei fantasiosi nonsenses di Lewis Carroll, gli studi etnologici nella complessa allusività di tanti testi contemporanei non sono che alcuni esempi.
Tutto questo non è nuovo, ma una premessa del genere non è forse del tutto inutile se vogliamo indicare una “costante” della letteratura inglese, dove gli aspetti prima accennati sembrano più avvertibili di quanto non accada in altre letterature, e i testi da noi scelti per questo singolare viaggio letterario a rappresentare i diversi momenti della sua storia dovrebbero testimoniarlo ampiamente.
Fin dalle origini, nei due grandi periodi in cui si può suddividere la storia della letteratura inglese prima del Rinascimento tenendo conto degli eventi storici e degli sviluppi linguistici, è abbastanza semplice vedere come anche le più profonde influenze esterne (latine, germaniche e scandinave fra l’invasione delle tribù sassoni e la conquista normanna, francesi e ancora latine dopo il 1066) tendano a trasformarsi in opere le cui caratteristiche fondamentali sono raramente liriche in senso puro, o in opere in cui, anche se l’elemento lirico acquista maggiore importanza e autonomia, le preoccupazioni narrative e le qualità fantastiche (dalla Morte di Artù di Thomas Malory ai Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer fino alla Regina delle fate di Edmund Spenser, il grande poema non drammatico dell’età elisabettiana) restano preminenti.

Certo in pieno Rinascimento, e anche per i non indifferenti legami con la nuova musica, la forma lirica ebbe vasta fortuna e raggiunse esiti notevoli, ma è fuori di dubbio che il periodo fu dominato dalle figure possenti di Shakespeare, di Marlowe e di Johnson, e si sa quante implicazioni di tipo storico, sociale e ideologico i loro drammi contengano, per non dire poi della presenza di uomini dall’eccezionale levatura etica e culturale come Thomas More e Francis Bacon.

Successivamente lo stesso barocco si manifestò in Inghilterra, attraverso l’opera di poeti come John Donne, George Herbert, Richard Crashaw e gli altri “metafisici”, con caratteristiche del tutto particolari (la coscienza di una drammatica dissociazione della sensibilità da cui non ci siamo ancora liberati), e sfociò, nel periodo della Restaurazione, nel Paradiso perduto di John Milton, fondato essenzialmente su problemi teologico-metafisici. Per quanto sempre rintracciabili in qualche misura, le influenze italiane e francesi da Petrarca alla Pleiade ebbero un peso relativo.
Ne’ fu mai “disinteressata” la narrativa fiorita fra il 1660 e lungo tutto il regno della Regina Anna (salita al trono nel 1702) fino alle soglie del Romanticismo: la satira, l’amaro umorismo, la polemica, in breve l’appassionata socialità dei romanzi di Jonathan Swift, di Daniel De Foe, di Henry Fielding sono la testimonianza di un impegno vigoroso, di un atteggiamento didattico in pieno accordo con la tradizione legata a una costante indagine del “ruolo assegnato allo spirito umano nel grande dramma dell’esistenza”. D’altra parte, non è a caso che i principi fondamentali del neo-classicismo inglese tendessero ad assegnare un ruolo dominante alla ragione e ai fatti definendo la natura umana assai più importante della Natura, l’analisi dei fatti assai più importante di una descrizione individuale (magari più “poetica”) di una realtà generica. Nemmeno William Blake, nemmeno William Wordsworth o Samuel Taylor Coleridge (che pure sembrano trovarsi agli antipodi delle convinzioni e delle rese poetiche di uno scrittore come Alexander Pope) riescono a sfuggire del tutto alle caratteristiche alle quali si accennava all’inizio citando il Grierson.
Nel loro atteggiamento visionario ed individualistico l’irrazionalità o comunque l’abbandono lirico e il recupero di un’area “fantastica” che era andata in qualche modo perduta nel periodo precedente restano legati a precise ideologie, e la loro opera si presenta sempre con forti connotazioni problematiche e argomentazioni di tipo filosofico. Dal Romanticismo a noi, con la rara eccezione di John Keats (Beauty is Truth and Truth is Beauty) e in parte di Percy Bysshe Shelley e pochi altri minori, i narratori, poeti e saggisti inglesi più rappresentativi sembrano non poter sfuggire a questa specie di regola, e persino in quelle opere – come per esempio Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll – che passano per opere di puro divertimento. E anche attraverso questa scelta è facile rendersi conto di tutto ciò: Dickens, Arnold, Hopkins, Stevenson, Shaw, Conrad, Yeats, Joyce, Woolf, Lawrence e Eliot continuano a sottolineare con tono e interessi diversi e magari contrastanti il fatto che nella letteratura inglese il pensiero domina sulla descrizione, il ragionamento sull’espressione lirica, l’angoscia dei problemi sulla fittizia e superficiale felicità delle evasioni, e le loro opere, visionarie e ragionanti, si muovono in una dimensione dove idea e sensibilità si incontrano, e magari si scontrano, a formare un complesso, drammatico disegno significante. ( di Gaetano Algozino)