Italiani a Londra tra cultura British e English

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Watching English culture
Uno strano intreccio di eccentricità tra British ed English

Gaetano Algozino

Gaetano Algozino

E’ stato sovente detto e scritto da più parti e in maniera autorevole che l’universo storico-culturale e linguistico-letterario “british” costituisca uno strano e avvolgente intreccio di eccentricità tali da destare ora l’ammirazione sconfinata dei cultori, ora la maledizione impenitente dei detrattori. A chi per la prima volta, come nel mio caso personale, si accinga ad addentrarsi negli infiniti meandri di una citta’-mondo come Londra, così sorprendentemente ricca di infiniti e insanabili contrasti, non può che calzare a pennello l’impressione vissuta da un giovane ventisettenne Samuel Johnson, il qualeessendo giunto a piedi nella Londra opulente e fastosa del Settecento alla ricerca di fortuna, ebbe a scrivere poi nell’età della saggia vecchiaia: “ quando un uomo è stanco di Londra, e’ stanco anche di vivere perché Londra offre tutto ciò che la vita può offrire. Non troverete un singolo uomo di intelletto che desideri lasciare Londra!”. Ed è proprio da questa “infaticabile”, instancabile e indefessa relazione con Londra, che prende le mosse a mia descrizione dell’eccentrico universo British – English al fine di offrire al paziente lettore, augurato uomo di intelletto, delle coordinate storico-antropologiche per una più profonda comprensione di questa città multi-stratificata dalle infinite suggestioni iperboliche che non lascia mai insensibile lo spirito.

Non posso che iniziare questa singolare esplorazione con un racconto molto autobiografico, che si intreccia misteriosamente al mio vissuto di ricercatore sul campo che spesso “confonde” l’oggetto del proprio studio con la propria ricerca di senso. E’ la storia di Federico Leonardi, brillante filosofo milanese, nonché’ mio amico e compagno di ricerche “londinesi”, che un giorno decide di abbandonare l’Italia in nome di una ritrovata libertà interiore ed espressiva che gli era stata a lungo negata in patria.
…Federico era esiliato a Londra. La capitale del mondo non era più il centro dell’impero globale, vittoriano, eterno, meta di cerchie di cospiratori legate a celebri profeti politici come Marx o Mazzini, che si battevano per la redenzione del mondo. Era ormai una città multietnica, della musica, della moda, della finanza, precaria finanche nell’architettura, tanto era pronta a concedersi a cambiamenti radicali, secondo le esigenze accelerate della modernità, un grande parco dove tutto il mondo veniva in cerca di fortuna. Era esiliato, allora, in due sensi diversi. Innanzitutto, egli si sentiva parte di quel mondo ottocentesco, dove la critica radicale alla società si faceva con la grazia ellenica di Wilde, se ne raccontavano pregi e difetti con la prosa ricca e popolare di Dickens, sorretto dalla fede che tutto fosse catalogabile secondo un ordine preciso, fede che aveva animato il lavoro di Darwin con le specie animali come quello di Toynbee con le civiltà. Era, dunque, un esiliato di un mondo gerarchico e romantico in uno liquido e nichilista. In secondo luogo, era davvero scappato dall’Italia, un Paese, dove ci si crogiolava: la sua anima collettiva nella convinzione d’esser inchiodata nel suo carattere cinico e incivile, quella individuale nel proprio narcisismo, troppo pronta a barattare il senso civico con la fedeltà a qualche conventicola. Aveva lavorato con un giovane professore cattolico, così abituato a pensare d’essere il migliore al mondo da confondere la cristianissima verità dello spirito di servizio con la coscienza d’essere infallibile, insomma una miscela esplosiva di amore e presunzione. Federico era uno spirito libero e romantico e sopportava i vincoli come i cavalli il giogo e l’autocompiacimento italiano gli sembrava strozzare le persone come i pesci d’allevamento. Amava Londra perché era un microcosmo del mondo: crogiolo di tutte le razze, conservatrice con la sua anima cattolica, classista, monarchica ma anche progressista, aperta alla novità, metropoli per estensione, paese per dimensione delle case e diffusione del verde. Aveva passato dieci anni a Londra, immergendosi furiosamente nella realtà internazionale di questa citta’, senza tuttavia sanare completamente la ferita che l’aveva allontanato dall’Italia. Si era diviso fra l’insegnamento della filosofia e l’attività sociale nelle periferie, insegnando gratuitamente letteratura e storia ai ragazzi di strada. Rientrava in Italia sporadicamente, giusto per le vacanze. Non abitare in Italia era il modo più italiano di vivere. Il mondo era come un mercato rionale, dove le nazioni sciorinano il loro marchio, punteggiando in un serpentone di bancarelle il vicolo dove la globalizzazione le ha disposte. L’Italia stava scomparendo sempre più dolcemente nel marchio che la segnava, come se amasse dissolversi nel mito che da secoli che la voleva come la dama più sfuggente al gran ballo della Storia…
Guardando e contemplando con attenzione (watching, appunto!) l’universo British, tra interminabili passeggiate sul Tamigi da Kew Gardens a London Bridge e una sosta notturna nei frizzanti e trasgressivi pub di Clapam, tra un incontro alla British Library e una singolare rilettura dell’indiscusso capolavoro The Waste Land di Eliot, io e Federico ci ritrovammo miracolosamente più italiani, perché capimmo il mirabile intreccio che teneva insieme le indiscusse e celebrate eccentricità inglesi alla voglia di autoaffermazione individuale, quasi eroica, tipica dell’isolato genio italico. E capimmo molte cose in quell’intenso mese di agosto in cui gli scoiattoli e le volpi popolano i parchi di una città industriale ed economicamente avanzata, e in cui la molle e fresca aria estiva stimola i pensieri più arditi e le fantasie più inespresse. Innanzitutto ci apparve con molta più chiarezza il motivo di una strana inversione di tendenza. Se un tempo erano gli inglesi della middle-high class ad abbandonare l’England per la mitica terra italiana, con particolare predilezione per la Toscana e la Sicilia, luoghi emblematici della cultura europea, il primo per il Rinascimento e il secondo per le tracce della grecità classica, ora sono gli italiani della classe medio-bassa a lasciare la propria terra in cerca di lavoro e di una dignità sociale che in patria faticano a conseguire. Una squilibrata inversione però, perché mentre il travel inglese d’età romantica era alimentato da un insaziabile avidità culturale, il viaggio di migliaia di italiani alla volta di Londra e dell’UK oggi è sorretto unicamente da una tragica e impellente necessità di soddisfare i bisogni primari della vita (lavoro, casa, cibo). Ed è per questo motivo che purtroppo molti italiani vivono Londra unicamente come la città del lavoro, con i suoi esigenti, rigidi e implacabili ritmi e le sue improcrastinabili scadenze (in inglese dead-lines significa “linee morte o linee di morte!”), luogo di transito e città dello stress quotidiano, dalla quale fuggire al momento opportuno dopo aver accumulato un discreto capitale economico finanziario. A codesti e a molti altri che vivono la città come temporaneo stazionamento lavorativo, Londra non svelerà mai la sua intrigante anima segreta, fatta di gustosi capricci salottieri e di dotte conversazioni negli splendidi parchi conditi da uno speziato the Twinings, di concerti free nella superba e centralissima Chiesa di Saint Martin in the Fields durante l’ora della pausa pranzo, o di sublimi Musei in cui a prezzi irrisori o addirittura gratis è possibile ammirare, come in un’ideale atlante di storia comparata, lo sviluppo delle arti internazionali dall’oscura preistoria alla sperimentazione post moderna. A queste menti pigre e incapaci di vedere oltre, Londra mostrerà solo il suo volto truce e puzzolente fatto di grigi bassifondi o di flats stipati come un formicaio nelle oscure periferie della capitale. A costoro le eccentricità british appariranno solo come un insopportabile fardello di cui liberarsi presto, senza capirne il fascino, la storia e l’attrazione. Infatti se il British è il carattere proprio e distintivo di questa isola che si vanta ancor oggi di esser parte determinante e influente dell’Unione europea pur mantenendo la propria moneta nazionale o l’orario fisso sul meridiano di Greenwich che echeggia ancestrali ricordi della civiltà latina con quella predilezione per l’am (ante meridiem) e il pm (post meridiem) o il volante dell’auto a destra, l’English invece è ormai un indiscusso sigillo di internazionalità dato al mondo delle comunicazioni globali, dell’economia e del business con tutte le sue varianti semantiche e linguistiche provenienti dall’America, dall’Australia, dalla Cina, dal Giappone e dall’India. Insomma Londra come un mondo di mondi, o come un sistema di mondi che custodisce però gelosamente e misteriosamente la sua profonda anima british fatta di eccentrici capricci e di stranezze a volte pedanti. Io penso che sia ancora possibile riscoprire e valorizzare le infinite eccentricità di questa Isola-Mondo per non sentirsi qui, nel cuore dell’Europa e del mondo, semplicemente meri ingranaggi di un oscuro e inflessibile potere economico che “condanna” tutti all’affannosa produttività senza la possibilità di un godimento, di una pausa, di una sosta che rinfranchi mente, corpo e spirito. E Londra può offrire questo e molto altro, Londra è tutto questo e il contrario di questo, perché’ può essere contemporaneamente il paradiso degli intellettuali e dei cercatori di bellezza, il purgatorio delle anime che stazionano qui solo per un ristretto periodo di lavoro e l’inferno di poveri e migranti che spesso non trovano facilmente ciò che il loro cuore desidera. Lo vedremo nelle prossime “puntate” di questo nostro intrigante e infinito trip. ( Gaetano Algozino)