Jane Austen nella letteratura Inglese

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Jane Austen: un’inquieta zitella con il vizio nascosto per la perfezione narrativa.

Mai esistenza terrena di scrittore fu così emblematica della sua vicenda più autentica come quella silenziosamente vissuta, fra un vicariato e l’altro, da Jane Austen in alcune cittadine di provincia per un numero di anni rapinosamente breve. Priva di serie complicazioni sentimentali, questa vita di zitella appare, a chi ne abbia saputo accogliere il messaggio consegnato alle sue opere cesellate e conchiuse in se stesse, come strenuamente dedicata alla creazione letteraria, ma quasi fosse una specie di vizio nascosto, non si sa se più per pudicizia o per civetteria.
Jane Austen nacque nel 1775 a Steventon, vicino a Basingstoke nella contea di Hampshire, a non molta

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distanza da Winchester, antica capitale del regno anglosassone del Wessex, nella cui cattedrale i sovrani erano incoronati e dove la scrittrice fu sepolta. La sua breve esistenza rimarrà legata a questa regione dell’Inghilterra meridionale che, alla fine del secolo seguente, troverà il suo epico celebratore in Thomas Hardy, il grande romanziere che ivi ambientò l’ampio ciclo dei suoi Wessex Novels.
Figlia di un ecclesiastico, la scrittrice trascorse gli anni dell’adolescenza nel vicariato, ricevendo dal padre un’istruzione notevolmente superiore a quella delle giovani della sua epoca, e si dedicò presto alle lettere. Il suo primo racconto risale al 1798, anno fatidico per la letteratura inglese, in cui la prima scuola romantica entra in scena con la pubblicazione del Lyrical Ballads, raccolta di poesie senza nome di autori, frutto della collaborazione di Wordsworth e di Coleridge. La vicenda terrena della scrittrice è singolarmente priva di eventi drammatici, di svolte clamorose: una vita quieta, in città di provincia, senza storia esteriore. Unica nube, la morte del giovane cui si era fidanzata. La sua stessa attività letteraria fu qualcosa di elusivo, di segreto. Finché poté, Jane Austen non ammise di essere l’autrice dei suoi romanzi, alcuni dei quali furono pubblicati sotto un nome d’arte. Nel 1801, la famiglia si trasferì a Bath, che sarebbe stata lo sfondo di molte scene dei suoi libri; nel 1805, dopo la morte del padre, la scrittrice si trasferisce a Southampton e infine in un paesino dell’Hampshire, Chawton, dove scrisse la maggior parte dei suoi libri. Nel maggio 1817 si manifestarono i primi sintomi di una malattia di petto che indussero Jane Austen a trasferirsi a Winchester, città in cui erano maggiori le possibilità di cure mediche; ma il decorso della malattia fu così rapido da stroncarla nel giro di due mesi.
Dei sei romanzi che ci restano, i primi quattro furono pubblicati sotto altro nome: Sense and Sensibility (1811), Pride and Prejudice (1813), Mansfield Park (1814) ed Emma (1815). Gli ultimi due Northanger Abbey, scritto nel 1798 e Persuasion, completato nel 1816, apparvero pochi mesi dopo la sua morte, quando il suo nome cominciò a essere noto. Godettero subito di un certo favore del pubblico tanto che entro il 1828 erano già tutti tradotti in francese. Jane Austen contò fra i suoi ammiratori un celebre romanziere come Walter Scott, due poeti, Coleridge e Southey, e lo storico Macaulay che additò nei suoi libri dei modelli di perfezione compositiva. Tra i suoi detrattori, i più illustri sono Charlotte Brontë che le rimproverò di rappresentare uomini e donne sempre e solo come ladies e gentlemen e l’americano Mark Twain che dichiarò di provare per lei addirittura una “ripugnanza fisica”. Oltre ai romanzi, ci restano alcuni importanti frammenti: The Watsons, pubblicato nel 1922, in cui la critica ha ravvisato il primo spunto di Emma e Love and Friendship, pubblicato nel 1927, satira dei temi del romanticismo, in cui la giovane scrittrice si fa beffa delle eroine immacolate e dei sentimenti purissimi, preannuncio di quella satira ben più sapientemente orchestrata di un aspetto particolare del romanticismo (il romanzo gotico o nero) che sarà Northanger Abbey, il primo dei grandi romanzi ad essere completato ed offerto invano ad un editore nel 1797. Le sue lettere alla sorella Cassandra e altri furono pubblicate da Lord Blabourne nel 1884.

L’opera letteraria di Jane Austen

Ci è stata tramandata l’immagine della scrittrice che avrebbe gelosamente sottratto i suoi manoscritti agli occhi indiscreti. La sua opera sorvegliata e calibratissima pare quasi evocare l’immagine di un Flaubert in gonnella, per altro senza l’elemento polemico e declamatorio di un difensore accanito della propria professione, assertore della pride-and-prejudicedignità quasi sacrale di chi scrive. I libri di Jane Austen sono all’apparenza tanto limpidi e il loro piano discorso appare così inequivoco che essa può essere ed è stata scambiata per un’autrice di romanzi rosa, lei donna del Settecento presa per una pudibonda vittoriana ante litteram. Ma se c’è chi ne ha tradizionalmente lodato le qualità più evidenti in quanto maestra dell’intreccio e creatrice di personaggi a tutto tondo, taluno ne ha sottolineato i più conturbanti sottofondi, come Alberto Arbasino che l’ha addirittura definita “una scrittrice altrettanto innocente come un satiro che offre caramelle”. L’elusività, la somma discrezione della donna, che quasi si vergogna del suo mestiere di scrittrice ha quindi quello che si vorrebbe definire con Eliot un “correlativo oggettivo” nell’elusività dei testi, apertissimi a una lettura di tutto riposo, si direbbe per signorine di buona famiglia, ma anche ricchi di suoni armonici e risuonanti di echi discreti, insomma assai più impegnativi e inquietanti di quanto un orecchio distratto non sia disposto ad ammettere.

L’immagine tradizionale della Austen come raffinata evocatrice di un piccolo mondo di provincia con le sue piccole tempeste in un bicchiere d’acqua, come una specie di piccola maestra del quadretto di genere ovvero della conversation piece di gusto olandese, si modifica arricchendosi di implicazioni meno tranquille. L’esame della sua impeccabile maestria architettonica e strutturale (i suoi memorabili inizi e finali di romanzo hanno la delizia dei critici stilistici)ci porta a situare con più esattezza questa scrittrice elegantemente in bilico tra Settecento e Ottocento nella stessa zona, quanto mai problematica, del così detto demonismo mozartiano. Saranno quindi da accettare in pieno e da approfondire i suggerimenti critici di chi come Arbasino, ha finemente paragonato i romanzi della Austen alle Nozze di Figaro e al Così fan tutte del salisburghese. Giochi di perle di una fantasia cristallina, architetture sonore perfettamente equilibrate, intrecci di note increspati ma non appannati da arcane malinconie, nei quali il Settecento sta già cedendo il passo ad un Romanticismo ancora non aggressivo.

Le date dei romanzi della Austen sembrano scompigliare gli schemi degli storici della letteratura. I primi tre furono certamente scritti, almeno in una prima stesura, fra il 1796 e il 1798, ma furono pubblicati una decina di anni dopo. emma-jane-austenGli ultimi tre risalgono al quinquennio 1811-16. Colei che può anche sembrare la portabandiera degli ideali più canonici del Settecento (la ragione, il buon senso, la misura, l’equilibrio) nasce qualche anno dopo i grandi pionieri del romanticismo inglese: Wordswhorth, Coleridge, Scott. Si è già notato come i suoi primi saggi narrativi risalgano all’epoca della pubblicazione delle Lyrical Ballads. I libri maturi sono, invece, contemporanei della poesia giovanile di Byron, Shelley, Keats. Alle sue spalle, una tradizione illustre di narratori: Defoe, il robusto fondatore della corrente realistica inglese, Fielding che acclimata in Inghilterra il grande realismo critico di un Cervantes arricchendolo di varianti picaresche, Richardson, l’inventore del realismo umile, già quasi piccolo borghese. Jane Austen sembra, tuttavia, ignorare quasi del tutto questa tradizione ed avvicinarsi solo al Richardson e semmai al caso isolato del Vicario di Wakefield, il rifinitissimo piccolo capolavoro di Goldsmith, col suo quintessenziale settecentismo sottolineato dalla purezza dello stile.

Questa scrittrice, che nasce dieci anni prima del Manzoni e muore dieci anni prima del Foscolo, opera dunque con sovrana indipendenza nel campo della narrativa nel momento in cui Balzac e Stendhal non hanno ancora posto mano alla loro elaborazione delle strutture del romanzo moderno, del quale getteranno le fondamenta nei primi decenni dell’Ottocento. Ma nonostante tutto essa è il primo romanziere moderno, come ancora una volta sottolinea Arbasino. Apparentemente isolata nel suo contesto culturale e indifferente alle vicende della storia contemporanea (la rivoluzione francese, l’era napoleonica) con imperioso distacco essa si ritaglia una sua fetta di realtà, approfondisce con piccoli tocchi sapienti la gamma coloristica di un suo unico quadro, rimette sul telaio poche storie paradigmatiche, sfoggiando un virtuosismo prodigioso nelle variazioni. Si può allora affermare che questa contemporanea di Rousseau, e di Goethe, nella realtà oggettiva dei suoi testi anticipi un modus operandi  ben più avanzato rispetto ai suoi predecessori e contemporanei, anzi addirittura appronti un modello di romanzo che è già quello di una scrittrice inglese del Novecento, Ivy Compton-Burnett.

Si potrebbe definire quest’ultima, con i suoi romanzi così tutti perfettamente omologhi e rigorosamente basati sull’arte della variazione, una Austen più crudele, nella quale quel minimo di vittorianesimo in potenza che si può anche rinvenire nell’autrice di Orgoglio e Pregiudizio è ormai ferocemente liquidato. La serena famiglia inglese col rito dei suoi tè quotidiani è diventata per la Compton-Burnett un nido di vipere. Si è chiusa una parabola. Del resto, anche un grande maestro della critica inglese, il Leavis, assegna alla Austen il primo posto in quella che egli definisce la Grande Tradizione nel libro che porta questo titolo (The Great Tradition, London 1948), ritenendola degna di affiancarsi non solo a George Eliot ma ai due grandi moderni James e Conrad nell’empireo della narrativa inglese, da cui esclude nomi ben più illustri.

Consideriamo gli inizi della carriera di Jane Austen. La più popolare e feconda autrice di romanzi dell’ultimo decennio del secolo era Mrs. Radcliffe. Quando uscirono I Misteri di Udolpho la nostra aveva diciannove anni ed Northanger-Abbey-Jane-Austenaveva appena iniziato a buttar giù la traccia di qualcuno dei suoi romanzi futuri. Non è senza significato che la Austen inizi appunto con una parodia di Udolpho, il grande successo di quella che poteva essere un temibile rivale. Mrs. Radcliffe era infatti la copiosa fornitrice di un genere di libro allora molto richiesto dal pubblico, il cosiddetto romanzo gotico o nero, congerie di avventure sensazionali che avevano per protagonisti personaggi tenebrosi e cinici di stampo byroniano. Jane Austen compie invece un’opera di demistificazione, come è oggi di moda dire, imperniando il suo romanzo Abbazia di Northanger sul personaggio di una ragazza, Catherine Morland, lettrice affezionata della Radcliffe che vede dovunque cupi misteri e delitti atroci, ostinandosi a credere che il mondo in cui vive sia simile a quello partorito dalla morbosa fantasia della sua scrittrice prediletta. Si direbbe, fatte le debite proporzioni, un caso di bovarysmo. Un giovane innamorato ricondurrà la ragazza sulla via del buon senso.

A questa virtù cardinale nell’universo della Austen allude fin dal titolo il romanzo successivo, Buon Senso e Sensibilità, il cui modello più prossimo è da ricercare in Pamela del Richardson e nei romanzi delle contemporanee Frances Burney, nota anche come Madame d’Arblay avendo sposato un ufficiale francese, e la scozzese Maria Edgeworth. La protagonista del libro è ancora una volta una ragazza, Marianne Dashwood, al cui romanticismo, che l’autrice considera con simpatia senza peraltro approvarlo, si contrappone il senso pratico della sorella Elinor. I personaggi delle due sorelle hanno un maggior rilievo rispetto a quelli maschili, più convenzionali, e tratteggiati meno incisivamente. E sarà questa una delle obiezioni critiche che più di frequente verranno mosse anche in seguito alla scrittrice. Nel libro, comunque, predomina, già un senso del comico particolarmente vivace e personalissimo. La comicità e lo spirito satirico tornano a prevalere nel successivo e celebrato Orgoglio e Pregiudizio (il titolo della prima stesura, che risale al 1796 ha First Impressions), uno dei libri oggi più divulgati della Austen, grazie anche ad una fortunata versione cinematografica che si avvaleva della prestigiosa interpretazione di Lawrence Olivier nella parte dell’insolente Mr. Darcy. Il romanzo è foltissimo di personaggi e costruito con grande perizia, col suo intreccio imperniato sulle schermaglie dei Bennett per maritare le figlie. Un esempio perfetto di satira, commedia e realismo in una scena singola si ha nel capitolo XXIX, con la descrizione di una cena, orchestrata con un calibratissimo montaggio di tocchi descrittivi e brani di dialogo.

In Mansfield Park, come del resto negli altri due romanzi che formano la triade della maturità, cominciano ad emergere altri valori e la critica ha rilevato una minor perfezione dell’equilibrio complessivo, una dosatura di toni meno sicura, pur segnalando un tocco più morbido, una visione più matura della vita. Lo spirito comico non appare MansfieldPark-JaneAustenpiù predominante e si avverte come un senso di maggiore serietà morale; la comicità è meno spontanea e certi personaggi stereotipati fanno più presagire la tecnica di un Dickens. Tuttavia in Emma la maggior parte dei critici addita il capolavoro della Austen in quanto rappresenterebbe la fusione più armoniosa delle migliori qualità della scrittrice, qualora si accetti una divisione in due periodi della sua attività, che sarà comunque da intendere sempre in un senso non troppo rigido, tenendo presente la rapidità della sua carriera e quindi della sua maturazione. Per meglio comprendere il senso del passaggio a questa seconda maniera, sarà utile leggere alcune righe di una lettera della Austen alla sorella Cassandra a proposito del successo di Orgoglio e Pregiudizio, che la critica aveva lodato per la purezza dello stile: «Il libro è un po’ troppo leggero, brillante, sfavillante: dovrebbe essere allungato qua e là con qualche brano di buon senso, se fosse possibile, e magari con qualche pagina di solenne nonsenso, a proposito di qualcosa che non avesse rapporto con la trama; un saggio su come si scrive una critica di Walter Scott o la storia di Bonaparte, o qualsiasi altra cosa potesse formare contrasto in modo che il lettore tornasse a gustare il brio epigrammatico dello stile prevalente del libro, con accresciuto piacere».

Mansfield Park è appunto il primo tentativo di superare questa eccessiva brillantezza che la scrittrice sembra considerare una limitazione. Non si tratta tanto e solamente di un perfezionismo tecnico, quanto di allargare una formula di romanzo che essa è consapevole di aver portato al grado massimo di perfezione, di renderla più comprensiva. Ecco allora l’ironia acquisire in Mansfield Park risonanze più tonde, alimentarsi di una basilare serietà. Ad alcuni critici il romanzo è addirittura sembrato privo delle caratteristiche più tipiche della scrittrice; ma un lettore perspicace, Lionel Trilling, ne ha brillantemente centrato ed analizzato il carattere di opera di crisi, una svolta obbligata nella carriera della Austen. È la prima risposta ad una insoddisfazione, il tentativo di rinnovare una formula narrativa dall’interno, approfondendone i contenuti. Il critico istituisce un confronto tra Mansfield Park e Orgoglio e Pregiudizio, pubblicato l’anno precedente, ed osserva come Mansfield Park contraddica tutto ciò che aveva affermato l’altro romanzo, un divertimento mozartiano, il trionfo della commedia pura. Se nel primo predomina un senso di comprensione per la debolezza umana e il comico è l’atteggiamento prevalente, nel romanzo immediatamente successivo è avvertibile un tono fondamentalmente moraleggiante se non moralistico; la virtù è additata come valore supremo.

L’eroina, Fanny Price, è consapevolmente virtuosa e la sua conquista di Mansfield Park sarà il premio vistoso di questa virtù forse un po’ troppo programmatica e sapientemente gestita. Essa ci ricorda un po’ troppo, ancora una volta, la Pamela di Richardson, nei cui confronti in questo caso almeno, il conto di Jane Austen è ancora aperto. Iniziando la lettura del romanzo si dovrà quindi tener presente il suo carattere quasi sperimentale, di tentativo di iniziare una nuova fase, che si discostava in parte dalla strada fino a quel momento battuta. Ma chi desideri farsi un’idea più completa della scrittrice dovrà integrarne la lettura almeno con quella di Orgoglio e Pregiudizio e soprattutto di Emma che ci consegna l’immagine forse più fedele e autentica di Jane Austen. Sullo stesso piano di Emma è messo da alcuni studiosi anche Persuasione, uno dei due romanzi pubblicati postumi che viene considerato come la sua opera più sottile e complessa per l’analisi dei rapporti fra valori personali e valori sociali. A conclusione sarà utile e giovevole riportare un piccolo florilegio di interpretazioni critiche sull’opera letteraria della Austen. Richard Whateley, paragonando l’arte di Jane Austen a quella di Shakespeare, scrisse: «come Shakespeare la Austen rivela una uguale maestria nel tratteggiare personaggi sciocchi o pazzi e personaggi equilibrati – qualità tutt’altro che comune. Molti sono riusciti a delineare personaggi elevati ma sono falliti nel tentativo di dar vita a quei caratteri più deboli che è necessario introdurre in un’opera e si vuol dare una rappresentazione fedele della vita». Thomas Babington Macaulay, stregato dai complotti sentimentali dei romanzi austeniani, così si espresse: «Quella giovane signora ha un talento spiccato per la descrizione delle complicazioni sentimentali in cui si impigliano personaggi modesti, uomini e donne comuni, ed esso, a mio giudizio, è il più straordinario che mi sia capitato di incontrare». Celebre è il giudizio di André Gide: «Jane Austen raggiunge la perfezione, ma si avverte un po’ troppo presto che essa non si arrischierà mai su vette esposte a venti troppo forti. Squisita padronanza di ciò che può essere dominato. Incantevole differenziazione dei personaggi medi. Riuscita perfetta e facile trionfo della decenza. Che donna incantevole dovette essere! Ma quanto la mia ammirazione per la scrittrice si appanna, quando la sento paragonare a Shakespeare!». Mario Praz, noto critico italiano, ha scritto: «Jane Austen possiede l’arte classica di rappresentare con sobri tocchi, spesso maliziosi, il piccolo mondo provinciale in cui trascorse la sua vita monotona e breve. Ammiriamo nella Austen la linda stesura notarile, la puntualità delle azioni e reazioni, come l’estremo limite dell’antiromantico, oltre la quale non c’è più arte, ma mero discorso logico». Lionel Trilling, nei suoi saggi illuminanti dedicati ai romanzi Emma e Mansfield Park, ha scritto pagine memorabili sull’ironia austeniana: «L’ironia di Jane Austen è, solo in via secondaria, una questione di tonalità. In primo luogo, essa è un metodo di comprensione. Essa percepisce il mondo attraverso la consapevolezza delle sue contraddizioni, i suoi paradossi e le sue anomalie. Non è assolutamente un’ironia distaccata. È piuttosto il riconoscimento del fatto che lo spirito non è libero, bensì condizionato, limitato dalle circostanze. L’ironia di Jane Austen ha come bersaglio non solo alcuni dei suoi personaggi ma lo stesso lettore». Il giudizio scultoreo e secco di Frank Raymond Leavis può essere il sigillo finale di questa nostra breve disamina sulla vita e l’opera letteraria della Austen: «Ad eccezione di Jane Austen, George Eliot, James e Conrad, non ci sono romanzieri di lingua inglese che valga la pena di leggere».

 

Gaetano Algozino                                                                  London-South Norwood, 11 aprile 2016