L’occhio del fotografo: Martin Parr

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Lo sapevate che l’artista Martin Parr è uno dei più grandi collezionisti al mondo di libri di fotografia? Pare che la sua raccolta conti più di 12.000 volumi e, a renderlo noto, oltre a un articolo apparso su The Guardian che lo definisce “The man who matters most in the world of the photobook” (l’uomo che conta di più nel mondo del photobook). Martin Parr è un fotografo documentarista e fotogiornalista inglese. Nato nel 1951 a Epsom, nel Surrey, piccola cittadina della provincia londinese, s’interessa alla fotografia sin da bambino, incuriosito e incoraggiato dal nonno George, fotografo amatoriale. Sin dall’infanzia, Martin Parr è affascinato da cartoline e foto degli anni 50-60, dai loro colori e dalle loro ambientazioni. Ne diviene un appassionato collezionista, considerandole simbolo e specchio della cultura popolare e cercando di riprodurne i colori e le tonalità nei suoi lavori.

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Interessato agli aspetti pop della provincia inglese, Parr sviluppa da subito, nei suoi scatti, un profondo e amaro senso dell’ironia e del sarcasmo. Sempre delicata e mai violenta, la sua fotografia c’induce a sorridere e riflettere, istintivamente, sugli aspetti contraddittori, provinciali e, a volte miseri, della vita moderna. Il suo approccio alla fotografia è di tipo documentaristico-antropologico, e non è mai banale. Il suo sguardo su tutto ciò che appare kitsch è sempre delicato, come se ne fosse sempre affascinato e incuriosito.
La sua fotografia tende a mostrare le contraddizioni di un mondo globalizzato, senza mai risolverle o giudicarle, permettendo così allo spettatore di riconoscersi e identificarsi in certe situazioni e immagini, lasciandoci ridere di noi stessi. Quando nel 1986 la Serpentine Gallery di Londra mostrò per la prima volta le immagini di The Last Resort, per il pubblico e la critica fu uno shock. “Martin Parr ha ritratto le persone al loro peggio”, scriveva il critico David Lee su Art Review“Mangiano e bevono avidamente junk food scartando confezioni e involucri con un trasporto in grado di mandare in crisi la coscienza libera”.  I suoi soggetti  appaiono grassi, goffi, senza stile, noiosamente conformisti e incapaci di affermare alcun tipo di identità individuale. Indossano vestiti sgargianti a buon mercato e, in puro stile conservatore, sono rassegnati al loro misero destino. Solo i neonati e i bambini sopravvivono al ridicolo ed è la loro presenza in molte immagini a dare alla visione disperata di Martin Parr un tocco di poesia. Robert Morris, sulle colonne di The British Journal of Photography, sentenziava invece: “È un mondo da incubo, viscido e claustrofobico, dove le persone sono immerse tra confezioni di patatine e nuotano in pozze nere e inquinate scrutando un fosco orizzonte di degrado urbano”.

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Il fast food è un tema ricorrente: le mani sporche di un bambino che stringe una ciambella gigante, file di lecca-lecca, piatti traboccanti salsicce e uova fritte o ciotole colme di gelato. Una donna sovrappeso afferra una banconota da cento dollari tra i denti. In scena va la cultura dell’usa e getta. È il mondo pop prima che diventi “icona” tra le mani di Andy Warhol. “La maggior parte dei fotografi è molto legata alle situazioni esotiche e alle persone che si trovano in circostanze estreme e drammatiche”, ha spiegato Parr in un’intervista con Martin Gayford: “Ma credo che la vita ordinaria sia molto più interessante di quanto la gente pensi. La familiarità tende a generare disprezzo, ma un supermercato o un centro commerciale possono essere luoghi davvero straordinari”.

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La ricerca di Martin Parr inizia dal mondo che lo circonda, quello inglese, e poi si allarga dal Midwest degli Stati Uniti fino all’Estremo Oriente passando per l’Europa. Uno dei temi della cultura pop, infatti, è il turismo e Parr mostra i paradossi visivi della classe media in vacanza. Una delle immagini simbolo è quella delle persone in posa davanti alla Torre di Pisa mentre fingono di sostenere il campanile pendente. Fotografa i turisti che si fanno fotografare. Nel turista in canottiera e bermuda l’occhio di Parr vede una parte di sé e, in fondo, anche di noi che guardiamo il suo lavoro. Chi non si è mai fatto fotografare davanti a un monumento?

Le immagini di Martin Parr mettono in scena la globalizzazione del cattivo gusto, volontario o involontario. Eppure l’attaccamento allo spirito britannico è fortissimo: “Sono combattuto quando penso all’Inghilterra. Da un lato ho grande affetto per le tradizioni, dall’altro mi piace conoscere il nuovo mondo”.

05L’inquietudine che muove l’obiettivo di Parr, paradossalmente, si esprime in modo giocoso e divertito. È come se dicesse: noi siamo queste cose. “Ho la sensazione che a raccontare storie tristi e deprimenti nessuno ti darebbe retta”, ha detto in un’intervista con Quentin Bajac: “Ecco perché le mie fotografie sono allegre e colorate e, spero, accessibili, perché voglio fare partecipare lo spettatore, non voglio annoiarlo, voglio farlo entrare in ciò che faccio e così potrà avere una lettura più ampia. Però non mi aspetto che la mia fotografia cambi un bel niente, sarebbe talmente ingenuo da parte mia, una volta la gente lo diceva, adesso non più”.

 

Martin Parr analizza le disfunzioni sociali, le consuetudini, le patologie della routine criticando temi quali il consumismo, il turismo di massa,l’idea stereotipata di famiglia e il cibo. Ma il consumismo di Parr non è un mero comportamento sociale, bensì un qualcosa che si sostituisce al reale. Lo stile degli oggetti ritratti dal fotografo, dalle 02pantofole di peluche al cibo preconfezionato, si insinua nella vita dell’individuo scandagliando non solo la natura degli oggetti in sè ma anche e soprattutto la percezione che noi abbiamo di essi. Dotato di un occhio implacabilmente sarcastico, Martin Parr evidenzia l’inutilità del turismo di massa attraverso un obiettivo macro con flash circolare, proprio come la polizia scientifica per le scene del crimine. Così il fotografo si trasforma in un investigatore del continuo divenire del presente e magari uno di noi se lo ritrova a scattarci delle foto per strada.

 

Guildhall Art Gallery and London’s Roman Amphitheatre  dal 4 marzo al 31 luglio 2016