Londra: avventure alla Summer Exhibition

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E anche quest’anno è arrivata, puntuale come la pioggia, Wimbledon e i Proms. Guerre e rivoluzioni vanno e vengono, monarchi e Primi Ministri si susseguono, ma la Summer Exhibition resta una delle assolute certezze del calendario britannico. Non manca infatti ad un appuntamento con l’estate londinese dal 1769, e nei circa 250 anni della sua esistenza è rimasta un potente barometro per misurare le tendenze artistiche contemporanee.

Il motivo di tanto successo sta nella sua formula rivoluzionaria che rende questa esposizione unica nel mondo dell’arte.  Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare il prossimo Damien Hirst, secondo la filosofia della Royal Academy. Uno degli obbiettivi principali dell’Accademia sin dalla sua fondazione nel 1768 infatti, era proprio quello di istituire una grande esposizione annuale aperta a tutti gli artisti di merito e aperta al pubblico pagante. Ma non solo: ieri come oggi, tutte (o quasi) le opere esposte sono in vendita, con tanto di prezzo dovutamente indicato nel catalogo e il 30% dei proventi è destinato al finanziamento della Scuola della Royal Academy per creare la prossima generazione di artisti. Semplice.

E così con un centinaio di sterline chiunque può tornare a casa con un disegno di un artista emergente o (con qualche centinaio di sterline in più) con una stampa di Tracey Emin. E proprio la ragazza terribile di Margate, diventata famosa  nel 1999 per il suo anticonformismo e per il suo letto disfatto (My Bed, all’epoca degli YBA…) dal 2011 è diventata una socia della Royal Academy ed è un’entusiasta partecipante della Summer Exhibition. Il che dimostra come gli antagonisti di ieri, con l’età e un discreto conto in banca, finiscano per trovarsi incredibilmente a proprio agio nel mainstream di oggi…

Quest’anno le opere in mostra sono circa 1200, scelte da un Comitato costituito da artisti e architetti come vuole la secolare tradizione dell’Accademia, e si contendono spazio e attenzione sulle pareti con un effetto a metà tra l’opprimente e il casual… La pittura come tecnica regna sovrana, ma ci sono anche sale dedicate alla scultura e all’architettura e al disegno, curate da personaggi d’eccezione come Thomas Heatherwick (quello del calderone olimpico…) e Cornelia Parker, la cui affascinante sala che ha per tema il bianco e nero ospita vere e proprie icone dell’arte Britannica contemporanea come Jeremy Deller, David Shrigley, Martin Creed e Richard Wentworth.

Vagando qua e la’ per le sale si incontrano i soliti (un po’ noiosi) omaggi a Venezia e a Firenze, ma anche molte opere interessanti e divertenti, soprattutto nella Small Weston Room di artisti emergenti come Benjamin Bridges. E non mancano le opera strane (almeno per la sottoscritta) come una gigantesca grattugia create da Mona Artoum (a ciascuno il suo…) o una sorta di tavolo in legno con molte gambe, coperto da un denso strato di vernice creato da Phyllida Barlow, la cui gigantesca installazione al momento occupa mezza Tate Britain.

Perché questo è la Summer Exhibition: di tutto un po’. È una giustapposizione di nomi famosi e di perfetti (o quasi) sconosciuti, di opere di piccole e grandi dimensioni, di grandi spazi aperti e delle sculture che li abitano, del bello e dell’assurdo. E come al solito non me la perderei per nulla al mondo e non solo per la qualità (a volte discutibile) delle opera in mostra, ma soprattutto perché in questa nostra società in continuo movimento è una cosa terribilmente rassicurante vedere che ci sono cose che restano immutate nei secoli…

Paola Cacciari