Alan Parsons Project

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ALAN PARSONS PROJECT NELLA MUSICA INGLESE ANNI ’80

Per noi adolescenti degli anni ’80, giovanissimi liceali, la musica di Alan Parsons Project rappresentava un must nelle feste domestiche pomeridiane (si, proprio quelle stile Il Tempo delle Mele…): c’è voluto un po’ prima di capire che in questo gruppo c’era del genio puro!
Il “progetto” nasce nel 1974 da un’idea del londinese Alan Parsons (ingegnere del suono presso i mitici studi EMI di Abbey Road), dello scozzese Eric Woolfson (compositore con un passato in politica) e del produttore ed AlanParsonProject-Games_people_play_coverautore Andrew Powell. La band si rivela decisamente anomala ma altro non poteva essere considerando il calibro dei suoi componenti: Alan Parsons, in particolare, proviene da un glorioso passato trascorso nelle sale di registrazione in compagnia dei Beatles, dei Wings (la band che Paul McCartney aveva fondato negli anni ’70 con la moglie Linda) e, soprattutto, dei Pink Floyd, il cui sound geniale ottenuto con tecniche innovative da lui stesso inventate, contribuì in modo significativo al successo di The Dark Side Of The Moon.
Il loro primo disco è del 1976 e, come tutti i lavori successivi, si tratta di un concept album Tales Of Mystery And Imagination Edgar Allan Poe; questo album si avvale della collaborazione di Orson Welles come voce narrante mentre Parsons, caso raro, esegue come cantante il brano The Raven. I membri del trio, infatti, fungono principalmente da compositori e arrangiatori affidando ad uno stuolo di vocalist l’esecuzione dei singoli brani nonché a diversi sessionmen il ruolo di strumentisti (chitarra, basso, ecc.): comune denominatore sono gli effetti strumentali realizzati con le tecnologie più avanzate.AlanParsonProject
Seguiranno tra il 1977 e il 1979 gli album I Robot (ispirato al romanzo di Isaac Asimov), Pyramid (sul mondo antico visto con occhi moderni) e Eve (sull’universo femminile).
Arrivo,così, ai miei Fab 80’s. Nel 1980 esce The Turn Of A Friendly Card (sul vizio del gioco): tra i brani contenuti non posso non ricordare Time, cantata da Eric Woolfson, e Nothing Left To Lose.
Il massimo successo arriva nel 1982 quando il gruppo decide di tornare negli studi di Abbey Road per registrare Eye In The Sky: il disco ottiene vasti consensi sia di critica che di pubblico aggiudicandosi il disco di platino. A mio parere i brani risultano notevolmente influenzati dalla New Wave in atto: i testi sono molto intensi ed introspettivi, quasi metafisici. La title track è sicuramente una delle melodie più conosciute degli anni ’80 insieme a Sirius (utilizzata innumerevoli volte come inno all’interno di manifestazioni sportive) e Mammagamma.
Il successivo Ammonia Avenue (1984 – sul dominio della società industriale) risente della mancanza in squadra di Andrew Powell, impegnato nella colonna sonora del film Lady Hawke.
Qualcosa, però, cominciava a non funzionare: Stereotomy (1985) e Gaudi (1987) non suscitano le stesse forti emozioni e si allontanano dal successo degli album precedenti. L’ultimo progetto che Parsons e Woolfson realizzano insieme è un musical, Freudiana, del quale Parsons si dichiara apertamente insoddisfatto. La separazione artistica porterà Alan a proseguire come solista; cito alcuni dei suoi album più conosciuti come Try Anything Once (1993), On Air (1996), The Time Machine (1999 – in cui, tra i cantanti turnisti, figura Tony Hadley, all’epoca ancora ex Spandau Ballet), A Valid Path (2004) e l’ultimo Fragile (2015).
Nel 2009, poco prima di morire a causa di un tumore, Eric Woolfson pubblicò un album da solista The Alan Parsons Alan-Parson-ProjectProject That Never Was contenente brani da lui composti per il gruppo e rimasti inediti.
Nel 2014 è stata pubblicata un’interessante raccolta, The Complete Albums Collection che include, oltre ai 10 album del gruppo, anche The Sicilian Defence, album che avrebbe dovuto essere pubblicato nel 1979 ma che rimase inedito.
Vorrei concludere con un’annotazione personale: Alan Parsons si è esibito a Roma il 28 marzo scorso (2015), due giorni prima del concerto degli Spandau Ballet (grande successo e tutto esaurito – inutile specificare che ero tra le prime file…). Ho dovuto mio e nostro malgrado riflettere su come soprattutto quelli della nostra età (ormai un’altra generazione ma non abbastanza attempati da aver perso l’anima “rocchettara”) sentano la cronica mancanza di buona musica e di belle canzoni eseguite da cantanti “veri” e musicisti che sappiano suonare “davvero”… e non aggiungo altro!  di Luisa Volpicelli

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