Mary Shelley e Frankenstein

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Mary Shelley, l’inquieta madre del moderno Prometeo.

 An orphan, a widow, always lamenting. Così, in un ritratto non certo molto lusinghiero, la biografa Muriel Spark tratteggia in tre parole la parabola esistenziale di Mary Shelley,  la popolarissima autrice di Frankenstein, posta nel punto di congiunzione storica tra lo scientismo illuminista al tramonto e gli inizi della “rivoluzione” romantica. Nata a Londra nel 1797, figlia unica del filosofo William Goldwin e di Mary Wollstonecraft, autrice del celeberrimo A Vindication of the Rights of Woman, Mary Shelley fu affetta da depressione per più di quaranta anni della sua vita. Muriel Spark suggerisce argutamente che “se nella vita di quest’orfana e vedova sempre in uno stato di continua lamentazione ci fosse stato più vino, ci sarebbero state sicuramente meno lacrime”, asserendo che non fu mai ubriaca del buon vino della vita, della letteratura e dell’amore. È anche vero che devastanti energie negative sembrano essere state parte della sua eredità genetica, e le circostanze fecero di tutto per rinforzare questa tendenza, sicché ella ebbe tutte le ragioni per vedere e percepire se stessa come una vittima.

Sua madre, Mary Wollstonecraft, fu una donna di grandissimo talento che visse in una situazione emozionale instabile, caratterizzata da continui andirivieni e sbalzi d’umore, e fu salvata “in extremis” da un disperato tentativo di suicidio a seguito dell’abbandono del padre di Fanny, la sua prima figlia. Mary, la seconda figlia, fu allevata con estrema cura dal suo padre adottivo, il filosofo William Goldwin, ma la sua nascita costò la morte alla madre. Mary fu allevata da un padre costantemente addolorato e con il ritratto della madre appeso sulla parete, che guardava in basso. Un inizio alquanto infausto e doloroso che segnò definitivamente la sua immaginazione: bambini orfani sono un tratto costante della sua narrativa.

Quando la matrigna fece la sua apparizione, non si conquistò l’affetto di Mary e il sovraffollamento della loro piccola casa londinese con ulteriori bambini rese le cose per lei ancor più complicate, anche perché i guadagni di questa numerosa famiglia erano alquanto magri. Pur tuttavia  Mary fu la figlia prediletta di William: fu egli infatti a discernere profondamente la sua intelligenza e ad incoraggiarla alla lettura, ma Mary fu continuamente infelice in quella casa angusta. Fu alquanto felice quando, all’età di tredici anni, suo padre le diede la possibilità di trascorrere sei mesi in un convitto a Ramsgate, e nel 1811 fu inviata presso una famiglia a Dundee, ove trascorse due stagioni estive. Suo padre la descrisse come una fanciulla dal carattere deciso, prepotente, di mente attiva e molto leggiadra (bold, imperious, active of mind, and very pretty).

Nel 1813 ritornò a Londra, ove ancora sedicenne, incontrò il poeta Shelley. Questo fu l’inizio di uno dei periodi migliori della sua vita. Si potrebbe dire che raggiunse altezze vertiginose in compagnia dello Shelley, i cui umori spesso sconfinavano nella pura mania. Sedici anni non è certo l’età migliore per prendere decisioni importanti nella vita, ma una romantica fuga d’amore con uno splendido, brillante e aristocratico poeta doveva essere apparsa alla giovane Mary molto più attraente ed interessante di una esistenza grigia e grama vissuta nell’angusta casa di Clerkenwell assiepata di sorellastre e fratellastri, nessuno dei quali le era affine. Così questa audace, volitiva e intelligente fanciulla di sedici anni si lanciò a capofitto nella sua avventura amorosa.

Il periodo migliore della vita di Mary fu brevissimo; durò appena quattro anni. Incoraggiata da Shelley e Byron, scrisse il suo indiscutibile capolavoro Frankenstein, or the Modern Prometheus pubblicato nel 1818. Diede alla luce tre bambini, il primo dei quali morì; adorava e idolatrava Shelley, ed ebbe anche un flirt alquanto intenso con un suo amico molto stretto, Thomas Jefferson Hogg; sopportò con ragionevole equanimità la veemente riprovazione di suo padre, la furibonda condanna della famiglia di Shelley, i suicidi della moglie di Shelley e della sua “mezza-sorella” Fanny, nonché la persistente e sgradita compagnia di Claire Clermont, la figlia della sua matrigna. La punta più alta di queste tragiche vicende si concluse con la morte della sua neonata figlia Clara. Per questo addusse a Shelley una parte di responsabilità: Shelley, frattanto, aveva ceduto alla seducente proposta di Claire di lasciare l’Inghilterra e di condurre una vita errabonda attraverso l’Italia. Mary, che lo aveva seguito con la folle speranza di poterlo incontrare, alla fine fu abbandonata da Shelley nella calura di una landa deserta, sola e disperata con due bambini indifesi e deboli. Dopo ciò, ella non fece più affidamento sul suo ingrato e disperato consorte. La morte di Clara segnò non solo il punto centrale degli anni di Mary con Shelley ma anche la reale e definitiva rottura della loro tormentata storia d’amore. I quattro anni seguenti, tra il 1819 e il 1822, furono caratterizzati da una lugubre e squallida monotonia, offrendo una sequenza di confusione e miseria che culminò col misterioso episodio della bambina nata e abbandonata a Napoli (Elena Adelaide Shelley, registrata da Shelley nel febbraio 1819 a Napoli, quale figlia sua e di Mary, fu tralasciata a Napoli allorché Shelley, Mary, Claire e William viaggiarono verso il Nord, e ivi morì, totalmente abbandonata al suo triste destino, nel giugno 1820), con la morte dei loro figli  William e Claire a Roma, e con il pericoloso disguido della infatuazione di Shelley con un’altra donna. L’unico sollievo fu la nascita di un secondo figlio, Percy Florence, e la composizione di due novelle, Matilda e Valperga, che però non trovarono mai un editore disponibile per la pubblicazione.

Quando, nel 1822, Shelley morì annegato, Mary si ritrovò vedova a venticinque anni, con un bambino, di fatto senza alcun reddito, e per di più con un suocero ostile e dispotico. Il lavoro di scrittura costituì la sua unica risorsa economica e la sua ancora di salvezza da una vita grama, solitaria e triste. The Last Man, la prima opera della vedovanza, fu pubblicato nel 1826: è una grandiosa, errante opera di fantasia letteraria che prefigura una Repubblica d’Inghilterra, una pestilenza mondiale, e l’estinzione definitiva del genere umano. Tutto ciò che ella progettò di scrivere in seguito, anche se non ottenne un unanime riconoscimento di pubblico e critica, fu di una qualità ragguardevole. Quando, nel 1851, Mary morì all’età di cinquantatre anni, lasciò un immenso patrimonio di scritti: sette romanzi, una vasta collezione di storie brevi, diversi volumi di saggi biografici, un libro di viaggi, alcune edizioni annotate delle poesie di suo marito, e i suoi preziosi diari personali, ove furono annotati con dovizia di particolari ricordi, emozioni e stati d’animo non destinati alla pubblica fruizione (soltanto di recente sono stati pubblicati “violando” la sua volontà).

Mary Shelley è entrata a pieno titolo nell’Olimpo letterario mondiale con la pubblicazione del suo Frankenstein, e la sua indiscussa fama e celebrità è strettamente legata alla creazione di questo mostro moderno, un autentico cult mai definitivamente tramontato. Frankenstein è l’espressione più matura del conflitto tra il razionalismo del XVIII secolo – e il suo similare temperamento gotico – e il sentimento romantico. La creazione “illuminata” è vista come un atto affine all’omicidio: il Romanticismo, con i suoi miti della re-invenzione dell’universo prometeico dalle ceneri del dispotismo pre-rivoluzionario, dell’industrializzazione, nonché delle sue speranze disattese di una ri-costruzione della Città dell’Uomo, sono in egual misura implicati nel sogno impossibile espresso  in Frankenstein. Quel sogno, che contempla con sguardo lungimirante e profetico i tentativi post-moderni di una manipolazione genetica, è alquanto evidente nella popolarissima iconografia e ideologia dello scienziato “pazzo” e della sua creatura vendicativa, il “mostro”. Nel libro della Shelley, romanzo filosofico la cui composita architettura stilistica si regge su una giudiziosa miscela tra umanitarismo sentimentale e nozioni scientifiche quali il galvanismo e le vaghe idee di una “scintilla vitale”, Frankenstein non è il mostro, contrariamente alla diffusa credenza popolare, ma un idealista studente ginevrino di scienze naturali che scopre il segreto di conferire la vita alla materia inanimata generando un mostro sensibile e abominevole. Alla fine il mostro, uscito fuori di sé a seguito della sua folle solitudine, si trasforma in un pluri-omicida ed è inseguito nell’Artico da Frankenstein, il quale guidato dall’insana vendetta della sua spregevole e ripugnante creatura, è ormai intenzionato a distruggerla. Frankenstein muore in questo proposito, dopo aver correlato la sua storia a quella di un esploratore inglese nell’Artico, mentre la sua creatura si dilegua per porre fine a quella “scintilla vitale” che non desidera più avere dentro di sé.

In pieno accordo con il conflitto tra il temperamento essenzialmente settecentesco di Mary, che privilegiava il lavoro intellettuale a scapito di quello sentimentale, e l’emergente temperie romantica dello Sturm und Drang che aveva ispirato e guidato lo Shelley (cosicché incubo e teoria furono terreno prediletto di Mary, mentre tempeste e sogni costituirono il cuore del suo tormentato marito), il mostro della storia è temuto, ma altresì identificato con se stessa. È alquanto probabile, come da più parti si asserisce, che la relazione di Frankenstein con la sua orribile creatura sia quella di un Doppelgänger, una sorta di doppio, per cui il mostro rappresenta una parte della natura di Frankenstein che si separa da se stessa. Quando, per esempio, egli dice: “Considerai che l’essere che Io stesso avevo gettato in mezzo al genere umano pressappoco nella luce del mio vampiro, permise al mio spirito di sciogliersi dalla tomba, e mi costrinse a distruggere tutto ciò che fosse caro a me”, Mary Shelley si sta inconsciamente muovendo in direzione di una sensiblerie stevensoniana da Dr. Jekyll e Mr. Hyde e delle moderne teorie psicoanalitiche. Inoltre, la fantasia shelleyana della nascita di un mostro parimenti distruttivo e pietoso potrebbe essere debitrice di qualcosa correlata alle circostanze della nascita di Mary, della morte prematura di sua madre, delle sue continue gravidanze, della dolorosa perdita del primo figlio nonché dei suicidi di Fanny e di Harriet, moglie dello Shelley. La prosa lucida, razionale e diretta di Mary rende gli orrori surreali della sua storia molto più efficaci della tronfia retorica delle narrazioni gotiche dei suoi contemporanei. Se Mary stessa in verità fosse un “mostro”, a questo stadio della sua vita, sarebbe ancora abbastanza energica da trasformare le tragedie personali in possenti, splendide opere letterarie.

 

Gaetano Algozino                                                                London, South Norwood, 9 luglio 2016