Ornella Tarantola e l’ Italian Bookshop di Londra

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Una donna di libri e tra i libri.

Conversazione con Ornella Tarantola, responsabile dell’Italian Bookshop di Londra

Dal cognome, che evoca la famosa danza di possessione, la taranta appunto, diresti che sia pugliese. E invece è bresciana, di genitori toscani, Ornella Tarantola, responsabile dell’Italian Bookshop di Londra, che ha cambiato sede di recente da Piccadilly a South Kensington. Incontro Ornella in un piovoso e umido pomeriggio di maggio nella recente sede della libreria, che è parte della più ampia European Bookshop, azienda inglese che gestisce il mercato editoriale d’Oltremanica, con particolare attenzione alle cinque grandi famiglie linguistiche e letterarie del vecchio continente: francese, spagnolo, portoghese, tedesco e italiano. L’ambiente piccolo e familiare, di gran lunga differente dai grandi e oppressivi spazi di Waterstone e Foyles, invita il lettore ad una piacevole e rilassante “passeggiata” letteraria tra scaffali ricchi di ogni ben di dio, ma non stracolmi oltre misura fino a generare nausea e rigetto. La libreria italiana più famosa di Londra si trova al n. 123 di Gloucester Road, elegantissima via di alberghi vittoriani e case in stile edoardiano con giardini interni, appartenente al Royal Borough di Celsea e Kensington.

Ornella, anima entusiasta e gentile, dalla sagace battuta toscana e dall’inconfondibile, oltre che incancellabile, accento bresciano, lavora nell’interrato di questa piccola libreria, ove si trova la sezione italiana. Fin dal giorno dell’inaugurazione sono stato colpito da questo spazio che, seppur angusto rispetto a quello di Warwick Street, ha un potente fascino simbolico. Una libreria italiana nell’under-ground, nel sotto-terra di Kensington, ha qualcosa di evocativo. Seppur piccola, appartata e quasi nascosta, la libreria italiana vive lì, nel cuore di una Londra opulente e distratta. Con questi strani pensieri in testa, varco la soglia della libreria e mi dirigo verso l’interrato ove mi attende Ornella. Può iniziare il mio decalogo di domande, annotate su un elegantissimo quaderno inglese.

  1. Ornella, una donna di libri e tra i libri. Tu sei il punto di riferimento di molti italiani, inglesi e stranieri che accorrono all’Italian Bookshop per dissetarsi alle sorgenti della cultura. Cosa ti ha spinta a spendere l’antica e nobile professione del libraio a Londra, ove vivi e lavori da 22 anni?

Io provengo da una famiglia di librai, le cui origini risalgono ai miei bisnonni. Mio padre, che è medico, fu chiamato da Indro Montanelli “traditore dell’illustre razza”. Io ho imparato subito, fin da bambina, a vendere libri, anzi a stare in libreria. Trascorrevo i miei pomeriggi in libreria dai nonni; come si andava a trovare i nonni a casa, io li andavo a trovare in libreria. Si stava lì tutti insieme, e proprio lì ho imparato sia a leggere che a guardare i libri anche da un altro punto di vista, quello della libraia. Osservavo cosa facevano e dicevano i nonni, e posso dire che sono stati dei grandi maestri. Poi, nel 1994, decisi di trasferirmi a Londra per aiutare un’amica che gestiva la Libreria italiana. Io allora lavoravo in una casa editrice e avrei dovuto aiutare la mia amica solo per la stagione estiva. Accettai quell’invito e l’estate poi si è trasformata in 22 anni!

  1. Potresti raccontarmi brevemente delle diverse locations che nel corso degli anni la Libreria ha avuto?

Iniziai a lavorare più di vent’anni fa nella prima sede dell’Italian Bookshop in Cecil Court, una piccola via a Covent Garden. Allora era solo Libreria italiana e fu aperta da una compagnia italiana, la Messaggero distribuzione, che oltre ad essere distributore librario aveva tante librerie. Nel 2000 la Messaggero dichiarò di non essere più interessata all’Italian Bookshop (gravissimo errore), sicché la libreria italiana fu venduta ad una compagnia inglese, European Schoolbooks, che si occupa da molti anni di vendita e distribuzione di libri europei in UK e in tutto il mondo. Il proprietario, che possedeva una libreria con lo stesso nome, acquistò anche l’Italian Bookshop. Poi è successo che, per questioni di rincaro di affitti (e purtroppo questo è il gioco spietato di Londra), ci trasferimmo a Piccadilly, esattamente in Warwick Street, ove c’era l’European Bookshop, all’interno della quale avevano un bel corner di libri. Lo stesso problema del rincaro d’affitto si è presentato qualche mese fa, per cui, a causa della ristrutturazione del palazzo, siamo stati costretti a lasciare Piccadilly. Non è stato semplice trovare un’altra sede, ma da marzo 2016 siamo a Gloucester Road, South Kensington, in una libreria molto piccola che dividiamo con le altre lingue. La location è molto bella, come anche la libreria è molto bella. Ci siamo rimpiccioliti, ma siamo sempre grandissimi.

  1. Leggendo una recensione di Vittorio Sabadin de “La Stampa” sul romanzo che Luca Bianchini ha pubblicato proprio un anno fa su di te (Dimmi che credi al destino, Mondadori), parlando di te stessa e del mestiere del libraio dici: “I librai hanno un rapporto malato con la loro libreria, che diventa la casa, la vita”. In questa casa londinese come lavora una tenace sognatrice come te? Cosa significa vendere libri e cultura italiana a Londra?

Indubbiamente questo è il “problema” dei librai indipendenti, che vivono la libreria, anche se non è di loro proprietà, come la propria casa. Questa di vivere la libreria come la propria casa è la malattia tipica del libraio, e sono sicura di parlare a nome di tanti. Vendere libri italiani a Londra è stata una grossa sfida per me nel corso degli anni. Ma c’è stato un momento particolare in cui io sono stata più sfidata. Quando in Italia cresceva Berlusconi, sentivo che qui, in questa libreria, dovevo raccontare l’Italia in una maniera diversa. Ricordo che quando il postino veniva a recapitarmi la posta e faceva la battuta “Come sta il tuo amico Berlusconi?”, io sentivo il bisogno di raccontare un’Italia diversa. Quella figura era così deleteria nella nostra immagine di italiani all’estero che sentivo il bisogno di raccontare un’altra Italia. E cosa vi era di meglio se non raccontare l’Italia attraverso i libri e i grandi autori, che riuscivano a raccontare un’Italia totalmente diversa da quella in cui venivamo rappresentati? Per me questa è stata una grossa sfida. E poi c’è un’altra cosa, che amo molto degli inglesi, che è la loro caparbietà e la loro voglia di conoscere profondamente una cultura imparandone la lingua. E immediatamente vogliono poter leggere nella lingua originale i libri di quel dato paese. E questa è una cosa bellissima. Gli inglesi sono cresciuti con la massima di Churchill “sangue, sudore e lacrime”; in tal senso li vedo faticare su un libro italiano, ma lo fanno perché ritengono che la conoscenza della lingua italiana li porti a conoscere meglio la nostra cultura. Che è una cosa piuttosto elementare ma che da parte degli italiani è una cosa dimenticata, o poco valorizzata.

  1. Il mercato librario inglese oscilla spesso tra target altissimi di riferimento culturali (vedi Penguin, Cambridge, Collins) e modestissimi livelli di pubblicistica popolare, dai contorni quasi ridanciani e oltraggiosi. Come si inserisce l’attività di promozione e vendita della cultura italiana a Londra? La piazza del mercato librario è interessante?

La nostra libreria è specializzata in autori italiani in italiano. A Londra c’è un mondo importantissimo che è quello dell’Adult Education, College sovvenzionati dal governo in cui vengono impartiti corsi di formazione professionale per imparare la lingua inglese, come anche i mestieri più disparati (sarto, cuoco, parrucchiere, ecc.). All’interno di questi corsi di lingua ci sono le classi dei livelli più alti che leggono i libri in originale. Nel corso dell’anno questi College scelgono quattro o cinque romanzi e li leggono nella lingua originale. Quando io sono entrata in libreria la scelta ricadeva sulla grande produzione letteraria italiana del dopoguerra. Devo dire che attraverso la libreria, e attraverso un aiuto e un incoraggiamento a leggere nuovi autori, si sono aperti per gli Adult Education nuovi mondi. Noi, come libreria, abbiamo aiutato molto a far conoscere la narrativa contemporanea italiana. Gli inglesi che apprendono la lingua italiana amano molto i romanzi gialli, perché il giallo ti tiene vivo. Per cui scoprire che anche gli italiani sanno scrivere gialli, ci ha fatti uscire un po’ dai cliché dei classici. Gli inglesi leggono di tutto, e per questo posso dire che la libreria è stata la più grande vetrina dell’editoria italiana. Quando tu entri in questa libreria, la cosa che più ti sorprende è l’enorme quantità di titoli di autori italiani in italiano. Una libreria non italiana vende solo traduzioni di libri italiani in inglese. Noi abbiamo sempre sottolineato l’italianità dei libri.

  1. Ritorniamo alla tua famiglia. Essendo nata in una famiglia di librai, sei sempre stata a contatto con la magia della carta stampata e del libro come prodotto materiale. Condividi l’idea di Michel Melot, spesso citata da Umberto Eco, secondo il quale se il libro fosse venuto dopo l’e-book sarebbe stato salutato come un autentico miracolo?

Bella questa! Si tratta comunque di sfide che bisogna accogliere, e non puoi dire pregiudizialmente no. In Inghilterra l’e-book è più venduto rispetto all’Italia. Quello che io penso è questo: purtroppo le case si restringono, si rimpiccioliscono e l’e-book occupa molto meno spazio del libro. Questa è la realtà. Io vedo tanti miei clienti, soprattutto questo nuovo mondo di ragazzi italiani che sta arrivando a Londra, che sentono la libreria come la loro casa. Nella libreria italiana sente un po’ l’odore di casa, perché la nuova immigrazione di adesso è una immigrazione che legge, che ha letto e leggerà. Tante volte vengono qui in libreria e mi dicono: “dividiamo la stanza con altri due, per cui il mio spazio è limitato”. E si orientano inevitabilmente sull’e-book. Io personalmente faccio fatica a leggere sul computer, ma le librerie forse si organizzeranno e riusciremo ad avere siti nostri ove chiunque può venire in libreria e scaricare il proprio libro. Ma non ho molte risposte in tal senso, perché io sono una vecchietta e tra poco vado in pensione. Sicuramente io continuerò a comprare i libri e anche se non dovessi avere spazi, li metterei sotto il letto. Ho una poltrona rotta a casa, che è diventata una libreria. Riempio tutti gli spazi possibili di libri, perché i libri sono la mia vita.

  1. Londra, come è risaputo, è più che una città, è un mondo fatto di mondi, una sorta di matrioska russa ove ognuno può perdersi o ritrovarsi. Come vivi la tua italianità a Londra? Nutri una nostalgia per il Bel Paese o vivi questo distacco nella consapevolezza di un ritorno?

Sono a Londra da molti, troppi anni, per cui il ritorno in Italia non è in programma. L’unica cosa a cui non mi abituerò mai è questo clima pesante per un italiano, anche se sono un’italiana del nord. Certo che se dovessi scegliere un luogo ove abitare in Italia, andrei ad abitare in un paese di mare. Ma nonostante il clima, Londra è una città “pazzesca”. Io dico sempre che Londra è come un fidanzato, nel senso che ti riempie, ma come tutti i fidanzati ha i suoi difetti. Abitando a Londra da più di vent’anni, io vivo la mia italianità quotidianamente e mi è chiesto di raccontarla in libreria. Ho imparato tantissimo dagli inglesi. Gli inglesi mi hanno insegnato la civiltà, per cui rispondo sempre alle mail. Cosa che spesso gli italiani non fanno. Rispondo anche in ritardo, chiedendo scusa, ma rispondo sempre.

  1. Possiamo dire che l’Italian Bookshop insieme all’Istituto Italiano di cultura rappresentino il cuore pulsante della cultura, non solo letteraria, a Londra? Avendo lavorato per più di vent’anni in questo settore, sapresti dirmi a tuo avviso quali sono i punti di contatto maggiore tra cultura inglese ed italiana?

Punto di cultura è una parola grossa. Io non ho mai voluto dire che la libreria è un punto di cultura, perché io sono fondamentalmente una libraia. Gli inglesi in fondo ci amano. Probabilmente noi amiamo gli inglesi perché hanno caratteristiche che noi italiani non abbiamo. Ma più che gli inglesi e l’Inghilterra noi amiamo Londra. Siamo certamente molto diversi, ma ciò non toglie che gli inglesi siano attratti dalle nostre cose e noi viceversa dalle loro, perché le diversità a volte si ricercano.

  1. Nella vecchia sede della libreria in Piccadilly ho acquistato un prezioso volume del noto filologo Gian Luigi Beccaria “Il mare in un imbuto. Dove va la lingua italiana” (Einaudi, Torino 2010). Nel suo gustosissimo e spassoso capitolo relativo alla anglomania, Beccaria scrive che spesso gli italiani aspirano a diventare più inglesi degli inglesi. Come vivi questo rapporto dialettico tra le due lingue da libraia italiana impegnata a “salvaguardare” la cultura italiana in un contesto culturale segnato dall’egemonia dell’anglo-americano?

Innanzitutto dobbiamo riconoscere che l’inglese ha una capacità di sintesi: in due parole esprimi un concetto, mentre noi italiani ci mettiamo 25 minuti. Questa è una caratteristica della lingua inglese, che forse potremmo fare nostra. Noi diciamo molte parole, mentre gli inglesi con una sola parola dicono tutto. Una cosa a cui tengo molto è l’uso bello della nostra lingua, cercando di non farmi influenzare dagli inglesismi che vengono spontanei quando tu vivi da tanto tempo in Inghilterra: per cui invece di dire ho trascorso le vacanze in, dici “ho speso le vacanze” (da I spent my holydays) oppure “ho buccato un tavolo” invece di dire ho prenotato (da I booked a table). A proposito di ciò ti racconto quest’episodio. Io ho un amico che vive a Londra da sempre e parla questo italiano bizzarro, trasformando le parole inglesi in italiano. Quando va in Italia lui parla così e gli italiani non lo capiscono, perché parla un italiano che gli italiani non capiscono. Io dico sempre che abbiamo una lingua bellissima, una lingua piena di sfumature in cui il tempo di un verbo può dare una sfumatura diversa alla frase. Dobbiamo non essere pigri, e secondo me leggere continuamente libri in italiano è una cosa che ti può aiutare e arricchire. Perché un conto è la lingua che si ascolta in televisione o per strada, un altro conto è la lingua scritta. La lingua scritta rimane, per cui chi scrive si impegna a dare questo senso di bellezza alla lingua. Ogni lingua ha la sua bellezza, per cui leggere in lingua originale è molto importante. La stessa cosa vale per l’inglese: vedo spesso questi inglesi che si impegnano, che fanno fatica e lottano col testo italiano, perché capiscono la bellezza della parola.

  1. Da italiana promotrice della lingua e della cultura italiana, hai riscontrato in questi ultimi anni un crescente interesse degli inglesi nell’apprendere la lingua italiana? Cosa fare per promuovere veramente la lingua italiana all’estero, senza cadere però nella tentazione opposta dei francesi di creare un nazionalismo linguistico che erge barricate nei confronti dell’ingresso di nuove parole?

L’interesse degli inglesi nei confronti della lingua italiana è scemato molto, anche se in questi ultimi anni sta risalendo un pochino. Ma la radice del problema è un’altra. Promuovere la lingua italiana è una cosa che non è stata mai fatta, non c’è un interesse reale nel promuovere la lingua. In termini di percentuali, il numero di persone, non solo inglesi, che studiano il francese o lo spagnolo è superiore a quello di altri che studiano l’italiano. E non perché la lingua italiana è difficile, ma perché francesi e spagnoli vendono meglio la loro lingua. Si promuovono tante cose dell’Italia, il cibo, la moda, ma lingua no. La lingua fa un po’ scuola, e perciò non è vendibile. Un altro dato da tenere in considerazione è che, col rincaro delle tasse universitarie, in Italia può studiare lingue solo chi è ricco, per cui chi studia lingue deve anche trascorrere un anno all’estero, e questo per molte famiglie italiane è un impegno gravoso. La promozione della lingua italiana dovrebbe andare di pari passo con l’apertura alle altre lingue, per cui le università italiane dovrebbero impartire insegnamenti in lingua inglese per attrarre studenti da ogni parte del mondo. Le uniche università che non sono quotate nei ranghi delle università che contano sono le università italiane, perché non ci sono corsi in inglese. Siamo completamente fuori asse.

  1. Ennio Flaiano diceva che “quella di italiano è una professione che si impara giorno dopo giorno”, mentre agli occhi dello scrittore inglese Tim Parks, trapiantato in Italia dal 1981, l’Italia è un “paese per iniziati”, cioè un mondo non palese, una realtà difficilmente comprensibile da chi non abbia al proprio fianco una sorta di Virgilio. E la difficoltà maggiore che emerge è il complesso rapporto con le regole. Secondo te un italiano può veramente cambiare all’estero o si porterà sempre dentro questo marchio inguaribile di superiore provincialismo e di non rispetto delle regole?

Noi italiani fondamentalmente non cambiamo, perché siamo belli e buoni così come siamo. Ma quando andiamo all’estero abbiamo nella nostra testa più skills, abilità e qualità che si amplificano per cui diventiamo più belli che in Italia, perché alle nostre qualità di italiani si aggiunge anche questo senso di apertura. Ci miglioriamo solamente, sempre rimanendo belli!

La frizzante e piacevole conversazione con Ornella non può che concludersi idealmente con una rievocazione storica. Quella dei Tarantola, gloriosa famiglia di librai ed editori la cui storia si intreccia con quella della cultura italiana dalla fine dell’Ottocento ad oggi. La storia dei Tarantola inizia con Alfredo, considerato uno dei capostipiti di quelle famiglie pontremolesi che dalla Toscana si mossero, contribuendo alla diffusione del libro in Italia. Furono in molti a varcare il Passo della Cisa, girovagando per il Paese a vendere testi e volumi contenuti in capienti gerle di legno appese alle spalle. Durante il periodo della carboneria i libri così distribuiti vennero a rappresentare preziose custodie di volantini inseriti fra le pagine, per inneggiare alla diffusione dell’ideale risorgimentale.

Terminato nel 1920 il Servizio militare prestato in guerra, Alfredo oltrepassa la Cisa per aiutare il fratello Ulisse nelle mansioni di bancarellaio: a Milano la prima semplice bancarella con i libri esposti sopra e sotto un cassone come letto. Ed è proprio all’ombra della Madunina che Alfredo Tarantola incontra e conosce i primi editori italiani, tra cui Arnoldo Mondadori, che portano al mattino le ultime novità librarie, ripassando poi la sera per il resoconto delle vendite.
Trasferitosi a Brescia nel 1922, Alfredo lavora alle dipendenze degli zii Vannini, proprietari di una libreria e di una piccola ma attivissima tipografia. Di qui il grande balzo in Corso Palestro, sempre a Brescia, dove apre la propria libreria con la moglie Luigia, da sempre sua preziosa collaboratrice. È un negozio privo di vetrine. I libri, posti su rustici banchetti di legno, sbordano dal marciapiede sino ad invadere la strada. In questo modo Alfredo intende vincere le eventuali ritrosie dei potenziali lettori: la merce, così sistemata, difficilmente può sfuggire alla vista del passante distratto.
Il senatore Ugo da Como, uomo di raffinata cultura e di spirito magnanimo, abita di fronte la libreria. Conoscendo Alfredo, prende a ben volere il giovane Tarantola, trasmettendogli l’amore per i libri e il desiderio di comprenderne a fondo valore e significato. Gli insegna a leggere e scrivere prima, ad interpretare poi la lingua latina. Lo trasforma quindi in un fine intenditore di libri d’arte sino a renderlo il tenutario della stima e della fiducia di tutti i bresciani che amano testi rari e preziosi. Ad Alfredo Tarantola va l’ulteriore merito di aver dato vita insieme ai fratelli e ai compaesani al Premio Bancarella, l’ambito riconoscimento che i librai assegnano a Pontremoli, ogni anno, al libro più venduto.
A Silvana, la figlia di Alfredo, il compito di aprire poi la libreria Tarantola di corso Zanardelli nel cuore del centro cittadino di Brescia. Qui sono confluiti i più noti e famosi scrittori italiani e stranieri a presentare i propri libri, qui si sono dati convegno per incontri e discussioni uomini di governo come il Presidente Spadolini o Susanna Agnelli, attori e attrici, con cadenze e appuntamenti che si sono distribuiti nell’arco di tanti anni di attività.
Il figlio di Silvana, Marco, oggi sta seguendo le orme degli avi, avendo fatto tesoro di tanti insegnamenti e di quell’eredità alla passione per i libri che ha accomunato sempre tutti i Tarantola.
Negli anni l’evoluzione è stata inarrestabile, pur mantenendo ben salde le radici della storia.
Nel 2013, a ottobre, la Libreria inaugura la sua nuova sede in via Porcellaga, sempre nel cuore di Brescia. Marco, affiancato dalla figlia Roberta, persegue la grande passione per i libri, in un ambiente accogliente e culturalmente stimolante. All’interno della Libreria si trovano un caffè letterario, lo spazio per i bambini, un pianoforte e una chitarra. I libri sono sempre gli attori, ma attorno loro ruota un mondo vivace e sfaccettato. La fonte è il sito della libreria “Tarantola 1899” di Brescia, che ripercorre a grandi linee la straordinaria avventura di generazioni di “bibliomani” accomunati da un’unica missione. Quella di civilizzare la giovane Italia del post-risorgimento con la diffusione del libro, della cultura e delle idee. Ora che questa preziosa eredità ha travalicato la Manica con Ornella, possiamo dire, citando qualcuno, che pur non essendo stata fatta l’Italia almeno gli italiani sono stati fatti. Con la rivoluzione silenziosa, caparbia e sottile della bellezza. La rivoluzione dei Tarantola

Gaetano Algozino                                                                                             Londra, 13 maggio 2016