“Sono regista perché così posso fare tutto, un po’ male”. Paolo Sorrentino a Londra racconta la sua visione del mondo

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E’ nel momento in cui idealizzi una persona, e soprattutto il suo ruolo nel mondo, che questa ti sorprende con la risposta che meno ti saresti aspettato. “Perché ho scelto di fare il regista? Perché ho scoperto che è un lavoro dove si può fare tutto, un po’ male!”.

La risposta è di Paolo Sorrentino, indubbiamente il regista più innovativo che l’Italia abbia prodotto negli ultimi anni  e uno dei più quotati a livello internazionale. Non è solo il premio Oscar vinto per “La grande bellezza” a decretarlo (nonostante per molti addetti ai lavori sia il riconoscimento più famoso, ma non il più ambito), quanto la sua visione della vita, attraverso l’occhio della cinepresa, che ha di fatto rivoluzionato anche il modo di recitare di molti attori, italiani e hollywoodiani, che si sono confrontati con lui. Ma ha anche educato il pubblico italiano a un nuovo cinema. Che può piacere, o non piacere, ma che di certo non lascia indifferenti.

Paolo Sorrentino è stato ospite del London Film Festival, per presentare in anteprima inglese il suo ultimo lavoro “Youth”. Ma prima di scoprire la nuova pellicola, è bene fare un salto indietro nel tempo, ai primi anni Novanta quando l’allora 19enne napoletano decise di intraprendere questa carriera.

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Paolo Sorrentino nella foto in alto, e sopra, lungo Shaftesbury Avenue a Londra

Rimasi impressionato da un film di Tornatore – racconta Sorrentino – ed è in quel momento che decisi di fare il regista. Sinceramente il mio sogno era diventare musicista ma troppo studio e troppa pratica. Essere registi, invece, ti permette di fare un po’ di cose, e neppure troppo bene. E’ un lavoro da dilettanti”.

Nonostante quell’immancabile dose di ironia tipica dei partenopei, si capisce fin da subito che quel Sorrentino, in questi giorni a Londra, non ha nulla a che vedere con chi si posiziona dietro a una cinepresa e strilla azione alimentando storie anche ai limiti del misticismo. Così, solo per gioco.

Ogni mio film non nasce da avventure o personaggi. Ma semplicemente da un dettaglio. Mi soffermo su quell’aspetto che ha colpito la mia attenzione, lo analizzo, ci rifletto e poi aggiungo pezzi su pezzi. Fino a creare una maschera. E’ in quel momento che allora mi confronto con l’attore che poi andrà a recitare quella maschera. Solo però nel momento in cui truccatori e parrucchieri avranno fatto il loro dovere e l’attore sarà travestito, pronto a capire il lavoro che andremo a fare”.

Tante le maschere da lei create, gran parte delle quali indossate da Toni Servillo. Come è lavorare con un attore di estrazione teatrale?
Il nostro è un rapporto basato sulla risata e sulla frivolezza. Ma, in generale, con tutti gli attori parlo poco, quasi nulla. Io dico cosa mi piacerebbe accadesse e loro si comportano di conseguenza. Come con lo stesso Servillo: per “La grande bellezza” gli ho semplicemente detto “vorrei che la luce si muovesse”. Poi ha fatto tutto lui. Lui mi capisce, o almeno finge di capirmi. 

Come è stato invece il più recente confronto con gli attori americani, da Sean Penn (“This Must Be the Place”) a Michael Caine (“Youth”)?
Sarei un finto modesto a dire di non essermi emozionato nell’incontrarli le prime volte per spiegare loro i miei film. Sean Penn mi ha anche fatto domande a trabocchetto, quasi volesse capire se io e lui avessimo gli stessi gusti in fatto di cinema. E’ un personaggio molto divertente, o almeno lo era in quel periodo. Per Caine invece il processo è stato molto particolare. “Youth” si ispira ad un fatto realmente accaduto: il direttore Riccardo Muti disse no alla richiesta della regina Elisabetta di tenere un concerto a Londra. A parte questo “dettaglio” sul quale ruota la pellicola, il direttore d’orchestra è tra le persone che stimo di più al mondo perché sa creare musica. Quindi ho pensato all’attore più meritevole di impersonare proprio questo ruolo così di alto profilo: Michael Caine.

Parlando proprio di musica, questa ha sempre un ruolo centrale nei suoi lavori. Una scelta ben precisa?
E’ parte vitale di ogni mio film. Alcune volte addirittura lo determina. Pensate a “Il Divo”, che narra la storia della persona più noiosa che ci sia mai stata in Italia. L’ho immaginata e realizzata come se fosse un’opera rock, anche con un certo rischio, ma almeno avevo la certezza che ci sarebbe stato un certo livello di divertimento nel girarla.

E dirigere attori anglofoni? Cambia qualcosa in termini di musicalità?
L’inglese non è la mia lingua, ma loro comunque recitano un testo scritto da me, tradotto sempre secondo delle indicazioni ben precise. Una volta che si gira, faccio molta pià attenzione al suono che si sprigiona rispetto alle parole come vengono pronunciate. In questo caso mi sento più come un batterista che detta il tempo e fa attenzione che tutti lo rispettino.

Prima ha accennato al fatto che ogni suo lavoro parte da un dettaglio. Poi come sviluppa il restante processo creativo?
A seguire c’è la scrittura che è la parte più bella di tutto il lavoro. Perché mi chiudo nella mia stanza dove sono libero di esprimermi come meglio voglio, tanto da arrivare a dei deliri di onnipotenza unici. Chi mai potrà giudicarmi? Sono solo. Giusto la signora delle pulizie che quando si affaccia, e mi vede in quello stato, sicuro qualcosa di brutto lo pensa.

E la scelta delle tematiche?
Faccio leva su due aspetti che si ripetono sempre, in ogni mio film: il disagio e il tempo. Parlo del disagio delle persone, della loro solitudine, e del loro modo di affrontarla. I miei sono personaggi malati di solitudine, perché sono soli al mondo. Provano a cambiare le cose, ma poi sistematicamente perdono. Perché il tempo gioca contro di loro; il tempo scorre veloce, accorcia le distanze verso la loro morte, sia essa interiore che fisica. E cerco di proporre tutto questo nella maniera più divertente possibile, altrimenti mi ammazzerei ancor prima di girare.

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Il regista ieri sera in occasione dell’anteprima inglese di “Youth”

Dramma e humor combinati insieme, domanda scontata in questo caso, ma d’obbligo: i suoi film sono ottimistici o pessimistici?
Sinceramente mi rimane difficile ragionare in termini di ottimismo e pessimismo, preferisco essere realistico.

L’Italia che ha scelto come cornice al “suo” Giulio Andreotti e a Jep Gambardella, è l’Italia che è davvero sotto agli occhi di tutti, o ha voluto estremizzarla?
E’ l’Italia vera che ho raccontato attraverso il suo lato più squallido. Perché, diciamocelo, a noi tutti piace questa Italia. E’ uno squallore che fa tenerezza perché ci da uno slancio, che non ci porta da nessuna parte. Questa Italia ci mette a disagio, ma è un disagio che fa parte dell’indicibile: piace, ma non va detto.

Proprio con “La grande bellezza” si è fatto ancora più forte l’accostamento del suo cinema, con il cinema di Fellini. Come risponde?
Che mi sarei un pochettino stancato. Il mio è un cinema che fa parte della più classica tradizione italiana, quella che unisce il dramma alla commedia. Dove il dramma alcune volte fa ridere, e dove la risata fa riflettere. E in questo Fellini indubbiamente è stato il più bravo di tutti. Poi sono venuti tutti gli altri, nei decenni a seguire, fino ad arrivare ai giorni nostri, con me e gli altri miei colleghi. Quindi nessun tentativo di imitazione, quanto semplice continuità di quella grande tradizione che ha reso il modo italiano di fare cinema, tra i più belli al mondo. Personalmente non cerco mai l’eccesso o la sofisticatezza, spero anche di non accumulare troppa esperienza per non commettere l’errore di diventare ripetitivo. E, soprattutto, quando vedo che le cose non sono più verosimili, allora è il momento giusto per autocensurarmi.