“In Italia c’è stato un genocidio culturale. Spolpata della sua carne”. Vinicio Capossela si racconta da Londra

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Quarant’anni fa Pierpaolo Pasolini scuoteva le coscienze popolari parlando di genocidio culturale. Da allora le cose sono cambiate, ma in peggio. L’Italia ha perso tutta la sua carne, spolpata di ogni cosa”.

Vinicio Capossela non usa mezze misure per descrivere il nostro Paese, al centro di un flusso migratorio in crescita, che oltre a portar via forza lavoro, menti e idee, trascina via con sé anche storia e cultura. Lasciando a mani vuote interi territori che si spopolano fino a diventare lande desolate. Giusto la musica, i libri, il cinema, o l’arte in generale può lasciare una traccia di quei “micro mondi”. Ma si tratta pur sempre di evocazioni.

Il cantautore è stato ospite a Londra in occasione della presentazione del suo ultimo libro “Il paese dei coppoloni”, organizzato presso l’Istituto Italiano di Cultura, al quale ha fatto seguito il giorno dopo un suo concerto inserito nella tourné internazionale “Qu’ART de Siècle” che festeggia i 25 anni di carriera, organizzato dalla TIJ Events.

Vinicio Capossela all'Ici

Vinicio Capossela in occasione dell’incontro presso l’Istituto Italiano di Cultura di Londra

Particolarità di questo suo libro, è che ha seguito un percorso creativo durato 17 anni. Durante i quali, ovviamente, le cose sono molto cambiate, a partire proprio dai luoghi descritti che, anno dopo anno, si andavano a spopolare fino a non rimanere più traccia, se non attraverso i personaggi inventati e reali, de “Il paese dei coppoloni”.

Chi sono i Coppoloni? – spiega Capossela -. Personaggi che indossano grandi coppole, che ho incontrato. O che non ho mai incontrato, se non solo nella mia mente. Sono uomini e donne che giorno dopo giorno creano la storia, ma quella con la s minuscola. Che vivono nei paesi vicini all’osso portante della nostra Italia; sulle colline, nelle valli, in montagna. Dove prima c’era carne viva attaccata, e ora non c’è più nulla. In questi diciassette anni di stesura del testo, sono andato da loro, li ho incontrati. Sono partito dalle mitologie familiari, ricordi e racconti che narravano di questi Coppoloni. Poi sono andato in quei luoghi, a prendere le loro storie di prima mano. Ma mi sono imbattuto solo nei loro echi”.

E’ forse il compito di ogni artista, sia esso musicista che scrittore, regista o pittore, fare in modo che questi echi continuino a rimbombare nelle menti delle persone?
Indubbiamente un libro, una canzone, un quadro, fanno in modo di bloccare nell’immagine collettiva quanto si desidera raccontare di luoghi o situazioni ormai perdute. Ma si tratta pur sempre di ricordi. Come può essere stato per il canto durante una mietitura primaverile o il lamento ripetuto per una morte in una casa di campagna. Sostituiti dai macchinari o dagli ospedali. Quei suoni, quelle melodie, sia esse di gioia o di dolore, nessuno più te le potrà restituire. Possono essere rievocate, sì, ma mai rivissute come lo sono state in origine.

A quanto sembra non esiste una soluzione a tutto questo. Diciamo che la globalizzazione ha totalmente affondato e distrutto la “localizzazione”.
E’ questo l’errore principale che è stato commesso: si è creduto che un piccolo paese sperduto sulle colline fosse qualcosa di estraneo al resto del mondo. E invece studiandolo in profondità, si sarebbe potuto scoprire che ogni paese racchiude in realtà la storia del mondo intero. Perdendo quel paese, si perde anche la storia del nostro mondo. Le sue origini.

Può la musica compensare queste mancanze fisiche, storiche, culturali?
La musica è verità che ci consola. Ha la capacità di portare a misura una cosa smisurata. Ma rimane pur sempre un sismografo che calcola le nostre emozioni. E’ dell’uomo il compito di preservare il suo territorio.

Luca

Nella foto di Luca Viola (https://www.facebook.com/lucaviola7), da sinistra il direttore dell’ICI di Londra Marco Delogu, Vinicio Capossela e Caterina Soffici che ha moderato l’incontro.