Walter Scott e Ivanhoe

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“Quella grande maschera in costume”. Walter Scott, Ivanhoe e la nascita del romanzo storico.

Per molti Walter Scott non era che uno scozzese. Egli avrebbe apprezzato molto questo semplice, ma veritiero giudizio. Nella sua epoca, quando l’Europa romantica era in preda a un vero e proprio delirio in seguito alla scoperta dei Canti di Ossian, la poesia e la prosa di Scott evocavano i valori perduti dell’antica cavalleria celtica. Walter Scott lavorò energicamente per ripristinare una qualche vaga idea di quel mondo. Sarebbe stato sistematicamente schiacciato dalla prepotenza degli inglesi dopo Culloden, il quale bandì i clan scozzesi dalle pubbliche assemblee, e inviò i loro leader in una sorta di esilio interno. Scott fu accusato di aver assecondato troppo i suoi vicini, non ultimo di aver divinizzato gli inglesi in Ivanhoe, ma egli fu tanto preoccupato di riconciliare l’Inghilterra con la Scozia quanto le pianure con le montagne.

 

Profilo biografico di Walter Scott

Questo efficace e scultoreo ritratto biografico di Walter Scott scritto dall’autorevole penna di Tom Payne nel suo, da noi altrove citato, volume A-Z of the Great Writers (Carlton, London 1997, p. 326) ci introduce alla vita e all’opera del grande scrittore scozzese, considerato all’unanimità il creatore del moderno romanzo storico. La sua esistenza, racchiusa nell’arco di poco più di sessanta anni, abbraccia gli ultimi anni dell’Illuminismo per aprirsi alle nuove istanze di un timido romanticismo. Sia lui che Mary Shelley (1797-1851) sono, per così dire,  le figure chiave della chiusura di un secolo e dell’inizio di un altro, una sorta di punto di raccordo tra i lumi della ragione scientifica e le fantasie del sentimento romantico. La storia letteraria inglese ha posto queste due strane figure di visionari come guardiani, vegliardi e anticipatori di una nuova era, sicché Ivanhoe e Frankenstein sono i due eroi, diversissimi e distanti, che aprono le porte ad una sensibilità nuova che segnerà per circa due secoli la cultura inglese.

Walter Scott nacque ad Edinburgo nel 1771, figlio di un fiorente avvocato. A seguito di una malattia che lo aveva lasciato con una gamba mozzata, trascorse gran parte della sua infanzia nella fattoria di suo nonno a confine tra Inghilterra e Scozia, ove la sua immaginazione fu accesa da storie locali, canti popolari e antiche leggende. Si formò culturalmente nelle scuole superiori e all’Università di Edinburgo, iniziò l’apprendistato legale con suo padre, ed infine fu chiamato nel Foro scozzese nel 1792. Da giovane, Scott partecipò alla fiorente vita letteraria di Edinburgo e ivi incontrò molti scrittori scozzesi di talento, tra cui Robert Burns. All’età di venticinque anni tradusse diverse ballate dei poeti romantici tedeschi, allora molto alla moda. Ciò lo condusse a comporre ballate nelle sua lingua, e, inoltre, a raccogliere e a curare l’edizione, con grande abilità e talento, di tre volumi di poesia “popolare” che egli stesso disse di avere imparato da bambino. Queste poesie furono pubblicate nel 1802-03, sotto il titolo Minstrelsy of the Scottish Border (Canti dei menestrelli della frontiera scozzese). In questa fase della sua vita, Scott pensava di essere nientemeno che uno scrittore dilettante nel tempo libero. Intanto, nel 1797, aveva sposato la figlia di un rifugiato monarchico francese e due anni dopo era stato nominato Vice-Sceriffo del Selkirkshire. Nel 1805, l’immenso successo del suo lungo poema romantico The Lay of the Last Minstrel (La deposizione dell’ultimo menestrello), basato sulle leggende della sua amata frontiera scozzese, lo indusse a ripensare i suoi rapporti con la letteratura in termini di una occupazione professionale e lavorativa. Divenne così socio di affari di alcune imprese di stampa e pubblicazione di libri, e investì in maniera cospicua in esse, specialmente dopo che Marmion (1808) e The Lady of the Lake (1810) – ambedue novelle in versi ambientate nella Scozia del passato – comprovarono successi ancor più spettacolari. Con parte di questi proventi, Scott iniziò a costruire un vero e proprio castello di campagna, una dimora romantica tipicamente baronale situata nell’amata terra di confine sulle rive del Tweed, e la riempì con ogni sorta di antichità “romantiche”.

In questo periodo, gli ardimentosi poemi narrativi di Lord Byron, al pari di autentici best-seller  dell’epoca, iniziarono a rimpiazzare quelli di Scott, sicché i suoi guadagni diminuirono. Determinato a non cambiare il suo orientamento, ritornò ai sette capitoli di un romanzo che aveva scritto circa otto anni prima e che aveva abbandonato. Completò dunque il romanzo, che chiamò Waverley, ma fu così incerto delle sue probabilità di successo che lo pubblicò anonimamente nel 1814. Difatti Waverley fu un successo strepitoso e imprevisto. Ambientato nell’epoca dell’ascesa dei giacobiti, nel 1745, l’ultimo tentativo armato di restaurare l’esiliata casata reale degli Stuart al legittimo trono inglese, rivelò subito qualità piuttosto nuove per il genere del romanzo. Se da una parte il romanzo, ambientato in un passato recente e basato su un’accurata ricerca storica, con interviste ai sopravvissuti della ribellione, rivela una genuina e profonda visione storica, dall’altra rimuove completamente quella finta patina di medievalismo dal genere della novella gotica. Waverley, per di più, condusse Scott a concentrarsi su un momento di crisi nel quale si confrontavano due mondi diversi: l’agonizzante universo feudale dei clan gaelici delle Highlands scozzesi, e il crescente mondo commerciale e industriale dell’Inghilterra degli Hannover. Allo stesso tempo, la sua scrittura mantenne un equilibrio prudente, perché l’eroe, Edward Waverley, un giovane soldato inglese, si innamora dell’orgogliosa fanciulla scozzese Flora MacIvor, ma alla fine sposa una nobile donna proveniente da una famiglia delle Lowlands contraria alla ribellione. Queste ambivalenze sono alla base dei romanzi di Waverley, termine applicato a quelle novelle di Scott che affrontano tematiche della storia scozzese, e forniscono anche le tensioni che costituiscono la loro forza principale. Questi romanzi fluirono dunque dalla penna di Scott ad una velocità sorprendente di due o tre l’anno. Essi includono: Guy Mannering (1815) che è ambientato nel XVIII secolo e narra la decadenza di un’aristocratica famiglia scozzese; Old Mortality (1816), che affronta il tema della rivolta del 1679 dei fanatici Presbiteriani; Rob Roy (1817), il cui eroe è modellato su un bandito delle Highland vissuto nel primo periodo della ribellione giacobita del 1715; e infine, nel 1818, The Heart of Midlothian.

Walter Scott compose altre novelle e racconti storici, ma nel 1820 si verificò un significativo cambiamento di direzione con la pubblicazione di Ivanhoe, ambientato non più in Scozia, ma nell’Inghilterra del Medio Evo. E fu proprio Ivanhoe che estese la reputazione di Scott in tutto il Continente, facendo così di esso uno dei libri-chiave della storia della letteratura mondiale. Sebbene il romanzo si discosta moltissimo, sia per ambientazione che per periodo dalle novelle storiche del ciclo scozzese di Waverley, pur tuttavia l’accento posto sulla riconciliazione tra Scozia e Inghilterra ha insospettate relazioni di un certo grado con i precedenti. Si può dire, senza paura di scadere nella retorica, che Scott cercò sempre di mettere insieme le rivendicazioni del passato e del presente, di riconciliare con la penna gli antichi contrasti tra Scozia e Inghilterra, tra abitanti delle montagne (highlanders) e abitanti delle basse pianure (lowlanders). Lo stesso Ivanhoe, sia Sassone che seguace del re Riccardo il Normanno, è come un albero piantato tra due campi diversi, proprio come Edward Waverley, il protagonista del suo primo romanzo. Gli altri due romanzi, The Betrothed e The Talisman, ambientati nel periodo delle crociate, furono pubblicati nel 1825.

Nel 1820, il nuovo re Giorgio IV, nominò Scott baronetto, e così egli fu il primo scrittore di professione che ricevette un’alta onorificenza dalla corona. A quel tempo, tuttavia, Scott, che non svelò la sua paternità delle Waverley Novels fino al 1827, si trovò coinvolto nel crollo finanziario della Ballantyne, la sua fedelissima casa editrice. Rifiutandosi di accettare sia la bancarotta che donazioni finanziarie da parte di amici e ammiratori, e nonostante il suo profondo dolore per la morte della moglie e per la scoperta di una malattia incurabile, che aveva affetto il suo amatissimo nipote, Scott, in uno sforzo titanico che non ha precedenti nella storia della letteratura, aumentò la sua produzione storico-letteraria compilando sia una gigantesca biografia di Napoleone, che comportò una faticosissima ricerca documentaria, che una lunga storia della Scozia e altre opere miscellanee, mantenendo alto il passo della sua straordinaria, e per certi versi fenomenale, produzione letteraria. Oberato da un carico eccessivo di lavoro si spense nel 1832, avendo scritto in sessantuno anni non meno che venticinque romanzi, ponderosi volumi e pubblicazioni storiche, affermandosi fermamente come il padre del romanzo storico moderno.

 

Ivanhoe, il primo romanzo Storico Moderno

Il romanzo, pubblicato nel 1820, è il primo in cui Scott trattò un argomento puramente inglese; ma l’inimicizia tra Sassoni e Normanni, che egli suppone ancora esistente ai tempi di Riccardo I, non trova base nei documenti contemporanei. L’assedio di Torquilstone deriva da Goetz von Berlichingen di Goethe. Vilfredo di Ivanhoe, figlio di Cedric, di nobile famiglia sassone ama riamato la pupilla di suo padre, madonna Rovena, discendente di re Alfredo. Ma Cedric, strenuo sostenitore della causa della restaurazione sul trono inglese della stirpe sassone, immagina di poter giungere al suo scopo facendo sposare Rovena a un Sassone di sangue reale, Atelstano; e perciò bandisce irato il proprio figlio. Ivanhoe si è fatto crociato al seguito di Riccardo Cuor di Leone, e si è guadagnato l’affetto del re. Durante l’assenza di Riccardo, suo fratello Giovanni cerca di togliergli il trono. Come al solito nei romanzi di Scott, l’intreccio serve solo di castone a brillanti episodi. Tali sono: un gran torneo ad Ashby-de-la-Zouche, in cui Ivanhoe, aiutato da Riccardo che è tornato in incognito in Inghilterra, sconfigge tutti i cavalieri del partito di Giovanni, tra cui il feroce templare sir Brian de Bois-Guilbert e sir Reginaldo Front-de-Boeuf;  e l’assedio del castello di quest’ultimo, Torquilstone, dove Cedric e Rovena, col ferito Ivanhoe, Atelstano e l’ebreo Isacco di York  e la sua bella e coraggiosa figlia Rebecca, sono stati trasportati prigionieri dai nobili normanni. Il castello, dopo una accanita battaglia, è espugnato da una schiera di banditi e di Sassoni guidati da Locksley (ossia Robin Hood, il leggendario bandito) e dallo stesso re Riccardo. Il castello è incendiato dalla vecchia Ulrica, una Sassone che è stata l’amante dell’assassino di suo padre, e che si è vendicata seminando la discordia tra i Normanni: una figura che sembra precorrere la Basiliola della Nave di Gabriele D’Annunzio). I prigionieri vengono liberati, eccetto Rebecca che il templare, innamoratosene, porta con sé a Templestowe. Qui Rebecca evita la seduzione, ma è accusata di stregoneria e liberata da Ivanhoe, suo campione, che affronta Bois-Guilbert, il quale muore per il violento contrasto delle passioni. Ivanhoe sposa Rovena, e Rebecca, soffocando il suo amore per Ivanhoe, abbandona l’Inghilterra col padre. Tra i personaggi secondari, Robin Hood, il frate Tuck, gioviale e pugnace, Vamba, il buffone devoto a Cedric, l’ebreo Isacco, nel cui animo, come in quello del shakespeariano Shylock (da cui deriva) combattono l’amore per il denaro e quello per la figlia.

Il romanzo ebbe immenso successo in Europa e insieme con Quintino Durward provocò poi la voga del romanzo storico, in cui l’invenzione fantastica si giova di tutti i sussidi della ricerca erudita. Per quanto Ivanhoe sia oggetto di facili critiche dal punto di vista storico, la freschezza narrativa ne giustifica la lunga popolarità. Del resto Scott stesso, come dichiara nell’epistola dedicatoria, si proponeva solo di conservare il colorito generale dell’epoca, di non introdurre nulla che fosse in contrasto con un dato clima storico, riservandosi una certa latitudine nei particolari. Egli è, come è stato detto, una grande maschera in costume.

Gaetano Algozino                                                             London, South Norwood 18 maggio 2016