William Blake

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William Blake: tra romanticismo visionario e apocalisse storico-politica

Nato a Londra da umile famiglia nel 1757, e per lo più ignorato dall’élite letteraria e artistica del suo tempo, il pittore, incisore, e poeta William Blake è oggi celebrato come uno dei geni poetici più creativi e immaginifici della letteratura inglese. Nelle sue poesie, così come nei suoi disegni, Blake esplora e sviluppa una sua peculiare e privata mitologia, che è sia una rivisitazione di tematiche apocalittiche che una radicale e impietosa riflessione sui grandi e complessi eventi dei secoli XVIII e XIX. Abitante e attento osservatore di Londra, ebbe meravigliose visioni di angeli “bespangling every bough like stars” (trapuntando di lustrini ogni ramo al par di stelle) presso un albero a Peckham Rye, ma allo stesso tempo fu testimone oculare della terribile miseria e povertà dei luridi quartieri popolari che circondavano la sua casa in Lambeth. William Blake, per un lungo periodo di circa trent’anni, usò un prezioso taccuino in formato tascabile, oggi conservato presso la British Library di Londra, sul quale annotava quotidianamente epigrammi, schizzi, impressioni, e disegni. E’ questo il manoscritto più significativo finora conosciuto di Blake ad essere sopravvissuto, e attraverso di esso è possibile seguire il processo creativo del poeta, che compose alcune delle più famose poesie in lingua inglese, divenute ben presto patrimonio nazionale.

William Blake ritratto da Thomas Philips (1807)

William Blake ritratto da Thomas Philips (1807)

William Blake nacque a Soho, al 28A di Broad Street, il 28 novembre del 1757 e ad eccezione di un breve e infelice periodo in Sussex, trascorse tutta la sua vita a Londra. Iniziò a dieci anni il suo apprendistato di incisore nella bottega di James Basire, e nel 1779 fu ammesso alla Royal Academy of Arts in Piccadilly. Nel 1784, Blake aprì una tipografia, che gli permise di sperimentare differenti tecniche di stampa per il suo lavoro, e lo condusse a sviluppare ed affinare un nuovo metodo denominato relief etching (incisione a rilievo). Iniziò così a stampare i suoi illuminated books (libri miniati) fin dal 1780, e il suo primo “poema miniato”, Songs of Innocence (Canti dell’Innocenza), apparve nel 1789, seguito dal suo contrario od opposto poema, Songs of Experience (Canti dell’Esperienza), pubblicato quattro anni dopo. Per oltre trent’anni, William Blake alternò il lavoro di scrittura del suo ambizioso ciclo di complessi poemi epici con commissioni e ordinativi commerciali di editori e generosi benefattori. Morì nella più completa oscurità nell’agosto del 1827, e fu solo più tardi, ai primordi del ‘900, che il suo lavoro iniziò ad essere apprezzato e valorizzato da studiosi e lettori.
Da allora in poi, la sua reputazione di poeta e artista si è sempre accresciuta, e la sua intensità creativa, come anche la sua potente indipendenza di pensiero, ha ispirato innumerevoli generazioni di poeti, artisti e musicisti fino ai giorni nostri. L’affascinante e misteriosa figura di Blake, come anche l’evoluzione della sua poetica visionaria, è tutta legata alla storia del prezioso taccuino di cui abbiamo accennato. Il taccuino appartenne originariamente all’amatissimo fratello di Blake, Robert, il quale morì nel 1787. Blake si prese cura di Robert durante le ultime settimane della sua malattia, e rimase fortemente colpito e turbato dalla sua morte prematura. Di conseguenza, il taccuino assunse un profondo significato emotivo quale perpetua memoria di Robert, e ciò può spiegare il perché di questa continua e ossessiva attività di trascrizione e annotazione degli argomenti più disparati in esso per oltre trent’anni, con una precisione maniacale e una propensione a riempire ogni spazio disponibile dei piccoli fogli, prima di sovrascrivere previe voci e annotazioni. Le prime sparute pagine del taccuino contengono disegni ad inchiostro di Robert, marcatamente differenti nelle tonalità coloristiche dalle altre contenute nel libriccino, mentre il resto delle pagine era vuoto quando passò in possesso di Blake. Non molto dopo la morte di Robert, Blake iniziò a corredare il taccuino di una serie di disegni sotto il titolo provvisorio Ideas of Good and Evil (Idee di Bene e Male), molti dei quali vennero selezionati e incisi in un emblem book (una sorta di libro simbolico, frutto di geniale combinazione di testi e immagini) dal titolo For Children: The Gates of Paradise (Per bambini: Le porte del Paradiso). Intanto, nel retro del taccuino, con le pagine girate lateralmente, abbozzò degli schizzi per una fallita edizione illustrata del Paradise Lost di Milton. Intorno al 1793 Blake mise sottosopra il taccuino e trascrisse in bella copia le poesie dalla parte posteriore dei fogli, diciotto delle quali – seguendo poi significative revisioni – furono pubblicate nel libro Songs of Experience. William Blake continuò ad usare il taccuino per tutto il resto della sua vita, e quando morì nel 1827, passò a sua moglie, Catherine. Dalle ultime annotazioni apposte sul taccuino, sappiamo che ella donò il prezioso libro manoscritto al guardiano del British Museum, William Palmer, fratello del pittore Samuel Palmer, il quale successivamente, nel 1847, lo vendette all’artista e poeta Dante Gabriel Rossetti per 10 scellini. Rossetti ricopiò una parte consistente del taccuino, ora legato con le pagine originali, e presiedette inoltre alla trascrizione delle poesie inedite e non pubblicate, le quali poi apparvero nel libro Vita di William Blake di Alexander Gilchrist (1863). Dopo la morte di Rossetti, nel 1882, la sua biblioteca e tutti i suoi effetti personali furono messi all’asta, e il taccuino fu venduto per £ 110. La vertiginosa traiettoria del taccuino continuò ancora per molti anni, dal momento che passò di mano in mano molte volte, attraversò l’Atlantico, e fu acquistato per $ 825 da W.A. White di Brooklyn, il quale iscrisse il suo nome e il suo indirizzo sotto le annotazioni di Rossetti. Dopo la morte di Mr. White, il taccuino passò a sua figlia, Frances, la quale provvide a farlo rilegare, prima di restituirlo generosamente alla Biblioteca del British Museum di Londra nel 1957. Oggi il taccuino di William Blake è unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi tesori del Dipartimento di Manoscritti della British Library. L’affascinante e avventurosa storia del taccuino di Blake, che abbiamo volutamente ripercorrere al fine di lumeggiare alcune caratteristiche proprie di questo originalissimo poeta-visionario-artigiano, ci può introdurre all’analisi dei tre principali capolavori che hanno reso la sua poesia immortale nel corso dei secoli. Essi sono: Songs of Innocence, The Marriage of Heaven and Hell (Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno) e The Book of Urizen (Il Libro di Urizen).

Songs of Innocence Volume di liriche pubblicato nel 1789 col sistema inventato da Blake della stampa miniata (illuminated printing, secondo cui il testo e le circostanti illustrazioni (alcune di queste di una Blake Innocence Frontispies p2deliziosa freschezza, superiori come espressioni d’arte alle poesie stesse) venivano trascritti in senso inverso su lastre di rame, con una sostanza inalterabile degli acidi. Le lastre erano poi intagliate ad acquaforte; si traevano quindi le stampe, che l’artista dipingeva delicatamente ad acquerello. Delle brevi liriche contenute nel volume celeberrima The Lamb (L’Agnello), ove il riferimento a Cristo, Agnello di Dio, è chiaro ed evidente. La poesia è formata da due strofe di dieci versi ciascuna, con rime baciate. Sono presenti alcuni arcaismi come dost (do you) e thee (you, pronome complemento). Si presenta come una canzoncina per bambini, e infatti l’intento dell’autore era quello: vi sono allitterazioni di suoni dolci e una semplicità unica del lessico. Tuttavia, dietro un’apparente forma di filastrocca, il significato più profondo è un altro; il poeta vede se stesso come un bambino che, insieme all’agnellino, guarda il mondo con l’innocenza tipica dell’infanzia e degli esseri miti per antonomasia. Nella prima strofa l’autore pone delle domande a cui risponderà nella seconda, questo a simboleggiare l’amore di Dio verso l’agnello che vive in questa sorta di giardino dell’Eden.
Little Lamb, who made thee? Dost thou know who made thee? Gave thee life, and bid thee feed By the stream and o’er the mead; Gave thee clothing of delight, Softest clothing, woolly, bright; Gave thee such a tender voice, Making all the vales rejoice! Little Lamb, who made thee? Dost thou know who made thee? Little Lamb, I’ll tell thee, Little Lamb, I’ll tell thee: He is called by thy name, For He calls Himself a Lamb. He is meek, and He is mild; He became a little child. I a child, and thou a lamb, We are called by His name. Little Lamb, God bless thee! Little Lamb, God bless thee! Agnellino, chi ti fece? Sai chi ti fece? Ti diede la vita, e ti disse di nutrirti Dal ruscello e sopra il prato; Ti diede un vestito di delizia, Il più morbido vestito, di lana, chiaro; (Chi) Ti diede una così tenera voce, da fare gioire tutte le valli! Agnellino, chi ti fece? Sai chi ti fece? Agnellino, te lo dirò, Agnellino, te lo dirò: Egli è chiamato col tuo nome, Poiché Egli Si chiama Agnello. Egli è mite, ed Egli è buono; Divenne un piccolo bambino. Io un bambino, e tu un agnello, Siamo chiamati col Suo nome. Agnellino, Dio ti benedica! Agnellino, Dio ti benedica!

I Songs of Experience (Canti dell’esperienza), pubblicati con lo stesso sistema nel 1794, furono raccolti dall’autore in un solo volume con quelli dell’innocenza, a cui formavano un’antitesi, col titolo: Songs of Innocence and of Experience, Showing the two Contrary States of the Human Soul (Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza, ove si mostrano i due stati d’animo contrari dell’anima umana). Tra i Canti dell’Esperienza, famosa The Tyger (La Tigre).

The Tyger by William Blake

The Tyger by William Blake

Il Cambridge Companion to William Blake, del 2003, la definisce “la poesia in lingua inglese più antologizzata”. Originale (inglese) Tyger! Tyger! Burning bright In the forests of the night: What immortal hand or eye Could frame thy fearful symmetry? In what distant deeps or skies Burnt the fire of thine eyes? On what wings dare he aspire? What the hand dare seize the fire? And what shoulder, and what art, Could twist the sinews of thy heart? And when thy heart began to beat, What dread hand? And what dread feet? What the hammer? What the chain? In what furnace was thy brain? What the anvil? What dread grasp Dare its deadly terrors clasp? When the stars threw down their spears, And water’d heaven with their tears: Did He smile His work to see? Did He who made the Lamb make thee? Tyger! Tyger! Burning bright In the forests of the night: What immortal hand or eye Dare frame thy fearful symmetry?
Traduzione (di Giuseppe Ungaretti) Tigre! Tigre! Divampante fulgore Nelle foreste della notte, Quale fu l’immortale mano o l’occhio Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria? In quali abissi o in quali cieli Accese il fuoco dei tuoi occhi? Sopra quali ali osa slanciarsi? E quale mano afferra il fuoco? Quali spalle, quale arte Poté torcerti i tendini del cuore? E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito, Quale tremenda mano? Quale tremendo piede? Quale mazza e quale catena? Il tuo cervello fu in quale fornace? E quale incudine? Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti? Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra e il paradiso empivano di pianti? Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro, Chi l’Agnello creò, creò anche te? Tigre! Tigre! Divampante fulgore Nelle foreste della notte, Quale mano, quale immortale spia Osa formare la tua agghiacciante simmetria?
La poesia è tra i più noti componimenti inglesi, per il ritmo incalzante che descrive abilmente l’immagine della tigre, concepita dal poeta come l’antitesi dell’Agnello (The Lamb) delle Songs of Innocence. Infatti la potenza, la magnificenza e la perfezione di questa terribile creatura non può che essere frutto della creazione da parte di Dio, eppure si tratta dello stesso Dio che ha creato anche il docile agnellino, ed è questa contrapposizione che spiega le numerose domande che il poeta si pone nel corso della lirica. Ancora una volta quindi è presente il contrasto tra l’innocenza degli esseri infanti e miti e la malvagità degli esseri adulti e aggressivi, tema spesso ricorrente nella poesia di William Blake (London). Dio creò l’agnello ma anche la tigre. Non c’è luce senza oscurità, vita senza morte, amore senza violenza.

The Marriage of Heaven and Hell, Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno, è uno dei libri profetici pubblicato nel

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1790 in prosa che qua e là arieggia i versetti biblici. L’opera vuole essere un contraltare alla Saggezza degli Angeli di Emanuel Swedenborg (1688-1772), noto mistico e visionario tedesco. Tra le note che William Blake scrisse in margine alla sua copia della traduzione inglese dell’opera swedenborghiana (pubblicata nel 1787) si può trovare traccia del titolo del Matrimonio nel commento: “Il Bene e il Male sono qui entrambi Bene, e i due contrari sposati”. Il titolo ricorda anche Il Cielo e l’Inferno dello Swedenborg. In quest’opera, mista di visioni apocalittiche, e di aforismi sibillini, Blake va oltre gli enciclopedisti che avevano proclamato il supremo diritto dell’individuo alla felicità e al piacere contro il dispotismo della morale e della religione, e proclama che “il Bene è l’elemento passivo, che obbedisce alla Ragione. Il Male è l’attivo che scaturisce dall’energia”.

The Book of Urizen Il Libro di Urizen è il quarto dei sette libri profetici composto nel 1794.
Urizen è il Padre di Gelosia: rappresenta la concezione ortodossa della divinità contro cui insorge Blake. E il mito del Libro di Urizen è un tentativo di spiegare e valutare la concezione popolare, di chiarire perché l’Essere maligno viene venerato come dio dall’umanità ingannata e indebolita. Tutto il male proviene dall’originaria asserzione

The Book of Urizen, copy G object 1 The Book of Urizen by William Blake

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individualistica di Urizen il cui egoismo ruppe l’Unità Eterna: il tenebroso potere di Urizen, vana ombra di orrore levatasi nell’Eternità, ha sopraffatto il Genio Poetico Universale, lo Spirito Infinito ed Eterno, facendolo decadere in innumerevoli diversità di fenomeni. “Eoni su eoni egli divise, e misurò spazio con spazio, creò desolate montagne solcate da foschi venti”. Nutrite dalla sua abbandonata ferinità “sorsero forme di bestia, uccello, pesce, serpente ed elemento, combustione, tempesta, vapore e nuvola”. Stridula tromba grida: “Perché o Eterni, volete voi morire? Perché vivere in fiamme inestinguibili? Ecco, io svelo la mia oscurità, e su questa roccia poso il libro di bronzo eterno scritto nella mia solitudine. Legge di pace, di amore, di unità, di pietà, compassione e perdono. Un solo comando, una gioia, un desiderio. Una maledizione sola, un peso, una misura, un Re, un Dio, una Legge”. Dalla differenziazione ha origine la prigionia dello spirito nel carcere della personalità e la vita sessuale dell’uomo, altra causa del male. “Tutta l’Eternità rabbrividì alla vista di una femmina, forma pallida tremante. Ma vide Los la femmina ed ebbe pietà e l’abbracciò: ella pianse, riluttò, con perversa e crudele delizia sfuggì alle sue braccia. L’Eternità rabbrividì quando vide l’uomo generare la sua somiglianza: un urlo corse alla nascita dell’Ombra Umana. E Urizen raccapricciò nel vedere la sua eterna creazione apparire quale figli e figli del dolore. E l’anima sua ne ebbe nausea e li maledì, poiché s’accorse che niuna carne né spirito poteva osservare per un momento le sue leggi di ferro: e che la Vita si nutriva di Morte, finché una trama oscura e fredda si stese per tutti i torturati elementi dai dolori dell’anima di Urizen: e tutti la chiamarono la Rete della Religione”. La liberazione, per Blake, verrà dalla morte, che infrange il potere di Urizen e ristabilisce l’unità dell’anima con lo Spirito Universale, senza distruggere la sua individualità. E’ importante collocare l’opera di William Blake, anche quando essa raggiunge vertici di astratto misticismo, nel suo preciso contesto storico. Le visioni apocalittiche e profetiche di Blake rivestono per l’umanità contemporanea la stessa importanza delle antiche visioni per un popolo o una tribù.

Jerusalem (1804-1820), la più complessa opera poetica di William Blake, tratteggia una città umana con molte dimore, il convergere insieme di tutti i popoli in una cultura umana, comune. Jerusalem copy e plate 2Purtuttavia, l’universalismo di Blake ha un punto di riferimento locale. Egli è cosciente di essere un profeta-poeta inglese sulla linea di Milton; e il suo Uomo è Albione, il padre originario dell’Inghilterra. Londra e le città dell’Inghilterra sono le località ove l’immaginazione di Blake ricostruisce la Nuova Gerusalemme. La sua lotta poetica si concentra tutta contro le guerre imperialiste, la vendita degli schiavi, e altri mali storici del suo tempo. Così, il suo luogo proprio, la sua città natale Londra, al di sopra di tutto, diventa il luogo esemplare del suo dramma cosmico. Gli antenati che William Blake disegna nel suo poema sono i profeti ebrei dell’Antico Testamento, e l’eroe culturale costantemente invocato è Gesù, che incarna l’umana immaginazione crocifissa che deve essere liberata. Blake è continuamente consapevole del fatto che l’Apocalisse stava per avverarsi. Sotto lo stimolo della guerra, il capitalismo stava avanzando ad un passo inaudito, così come l’industrializzazione stava apportando un livello di miseria mai vista. E’ appunto la consapevolezza di queste terribili minacce del suo tempo, che rende la poesia di Blake unica, sia per la sua carica visionaria che per la sua dimensione utopica, escatologica e meta-politica.
by Gaetano Algozino

Così è descritto il momento della  morte di William Blake, vegliato dalla moglie, l’ amata Catherine Boucher.
« È morto… nella maniera migliore. Ha detto che si stava recando nel paese che aveva desiderato di vedere per tutta la vita e si è dichiarato felice, poiché credeva nella salvezza per mezzo di Gesù Cristo – Appena prima di morire ha assunto un’espressione serena. I suoi occhi brillavano e se n’è andato cantando le cose che avrebbe visto in Paradiso. » (George Richmond)
E’ sepolto, insieme alla moglie nel cimitero di Bunhill Fields  a Londra
Una lapide in ricordo di William e Catherine si trova nella Westminster Abbey.