William Shakespeare vita e opere

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Il Bardo di Stratford o il Crollalanza di Messina?

Indagine storico-mitica sulla vita e le opere di William Shakespeare

Shakespeare could have been anybody, scriveva nel 1997 Tom Payne nella sua autorevole enciclopedia The A-Z of Great Writers pubblicata da Carlton Books. Ignaro di quanto la ricerca storico-filologica avrebbe prodotto sulla vita e le opere del Bardo di Stratford, simbolo e monumento dell’identità nazionale e culturale inglese, il Payne si limitava a rilevare nella sua sintetica scheda storico-biografica che le sue opere potevano essere state scritte da Francis Bacon, dal Conte di Oxford o dal grande Christopher Marlowe, dal momento che son sempre venuti a mancare riferimenti certi e oggettivi sulla sua nascita e sulla sua stessa vita di artista. Lo stesso critico inglese, quasi prendendosi “gioco” di lui, scrisse che, dal momento che 13 differenti vie ci hanno portato allo stesso personaggio, Shakespeare poteva essere solo quel misterioso messaggero con due teste e una mano, descritto nel Titus Andronicus: Enter a Messenger, with two heads and a hand!  L’irrisolto enigma di Shakespeare troverebbe una sua conferma critica nelle profetiche parole di Jorge Luis Borges, il quale ebbe a scrivere: “la voce del Signore rispose da un tornado: Io non sono inferiore a nessuno; Io ho sognato il mondo come tu sognasti le tue opere, o mio Shakespeare, e in mezzo alle forme del mio sogno ci sei tu, che come me sei molti e nessuno”. Chi fu dunque William Shakespeare, lo scrittore inglese per antonomasia che anche il più ignorante e rozzo degli uomini riconoscerebbe come l’emblema e l’incarnazione stessa della letteratura inglese? Rispondere a questa domanda significa oggi imbattersi in una vexata quaestio che divide i sostenitori della precipua seppur misteriosa identità inglese di Shakespeare da coloro che, spingendosi molto oltre i dubbi di Payne e di Borges, hanno tentato di ricostruire la “vera” immagine storica del misterioso William. Vagliando questa seconda e allettante ipotesi storico-filologica, cercheremo di ricostruire una indagine semi-seria sulla vita e le opere del nostro amato bardo, a metà strada tra storia e mito.

La questione shakespeariana al pari di quella omerica iniziò già nel XVIII secolo e produsse, nel corso dei secoli, una fitta trama di dibattiti accademici di natura filologica tesi a dimostrare ora l’inesistenza storica di Shakespeare, ora l’indubbia paternità delle opere e ora il suo nome fittizio e quasi esoterico. Gli esiti diversi e contrastanti delle ricerche furono sempre ricondotti nell’alveo della cultura e della geografia inglesi. Solo nel 2000 l’audace professore Martino Iuvara, docente di Letteratura italiana all’Università di Palermo, riprendendo le tesi del giornalista lombardo Carlo Villa (1884-1974), sorprese il mondo accademico internazionale con la pubblicazione del suo libro Shakespeare era italiano. Appoggiato dall’illustre professore John Richmond, responsabile del gruppo di ricercatori della Southampton University, Iuvara sostenne con prove alla mano l’identità siciliana di Shakespeare. Quando la notizia uscì sul The Times nello stesso anno, il quotidiano inglese scriveva così: “Il mistero di come e perché William Shakespeare sapeva così tanto dell’Italia ed ha messo tanto dell’Italia nelle sue opere (15 su 37 delle sue opere sono ambientate in Italia) è stato risolto da un accademico siciliano in pensione. La questione risiede nel fatto che Shakespeare non era affatto inglese, ma italiano”.

La mancanza di notizie biografiche sul drammaturgo fin dal XVIII secolo è stata sempre al centro del dibattito accademico, perché non sembra molto più che una cornice in cui l’autore di Romeo e Giulietta resta comunque inafferrabile. Inoltre, da sempre, la mancanza di legami fra le storie narrate dal bardo e i suoi luoghi natali (o limitrofi) aveva fatto sospettare che in realtà le origini di William Shakespeare non fossero quelle ufficiali riportate nei libri di letteratura. Secondo Iuvara non c’è nulla che unisca la sua vita e le sue opere a Stratford on Avon. E poi, per quale ragione uno che nasce nel Warwickshire, un grosso centro a nord-ovest di Londra, dovrebbe ambientare la commedia Much ado for nothing (Molto rumore per nulla) proprio a Messina, infarcendola di caratteristiche espressioni, doppi sensi e modi di dire – come “mizzica”, solo per dirne una – che solo un autoctono potrebbe usare con tanta precisione? E’ stata questa la domanda dalla quale sono partiti gli studiosi. Ma scavando hanno trovato molto di più che semplici incongruenze. Il 23 aprile 1564, stessa data di nascita del drammaturgo, a Messina veniva alla luce Michelangelo Florio autore di Tantu traficu ppi nenti (vi rammenta qualcosa il titolo?), e de I secondi frutti, un volumetto di proverbi che conterrebbe molte delle citazioni presenti poi anche in Amleto. Il vero nome di William Shakespeare sarebbe allora Michelangelo Florio, figlio di Giovanni Florio e Guglielmina Crollalanza, costretti a scappare in Inghilterra per sfuggire alla Santa Inquisizione perché assertori del Calvinismo. Non bisogna dimenticare che all’epoca di nascita del presunto Shakespeare la Sicilia era sotto la dominazione spagnola, e la Santa Inquisizione, nel suo becero ed efferato ramo spagnolo, mieteva ogni giorno migliaia di vittime tra i convertiti alle nuove confessioni cristiane, tra le presunte streghe e fattucchiere, e tra gli scienziati e i filosofi teisti, panteisti e materialisti. Il cognome stesso, Shakespeare, altro non sarebbe che la traduzione letterale del cognome della madre: Shake (scrolla) speare (lancia). Secondo Iuvara e gli studiosi della Southampton University la chiave del mistero sta proprio nell’anno di nascita del Bardo, che è anche l’anno in cui Calvino morì a Ginevra. In quel fatidico 1564 secondo le biografie ufficiali William sarebbe nato a Stratford on Avon da John Shakespeare e Mary Arden; nello stesso anno nacque a Messina Michelangelo Florio Crollalanza, figlio del medico Giovanni Florio e della nobildonna Guglielma Crollalanza, che fuggì insieme alla famiglia a Treviso ove comprò la Casa Otello. E’ ancora un’altra la coincidenza che la casa abbia il nome di una fra le più famose tragedie di Shakespeare? Michelangelo studiò a Venezia, Padova e Mantova; viaggiò molto in Danimarca, Grecia, Spagna e Austria. Strinse amicizia con Giordano Bruno, il quale aveva profondi legami di amicizia con i Conti di Pembroke e Southampton, sotto il cui patronato, nel 1588, Michelangelo raggiungerà l’Inghilterra. A Stratford la Signora Crollalanza aveva un cugino che aveva già mutato il proprio cognome e che aveva avuto un figlio di nome William, morto prematuramente. Sembra che Michelangelo abbia preso il nome proprio da questo cugino, ma potrebbe anche aver semplicemente tradotto il nome e il cognome della madre. Qualunque sia la verità, questa nuova identità cancellava il suo passato di quacchero fuggiasco, ma allo stesso tempo obbligava lo scrittore a mantenere il segreto sulle proprie origini.

Le ricerche del professor Iuvara si sono spinte anche nel cuore della vita privata di Michelangelo/William. Pare infatti che attraversando l’Europa egli si fosse innamorato di una giovane di nome Giulietta, ed anche che – a causa dell’opposizione famigliare a questa unione – la ragazza si sia suicidata. E non solo. Nel suo documentato saggio Iuvara cerca di dare risposte a molte domande: come faceva il figlio di un guantaio, come la storia della letteratura tramanda da secoli, a possedere l’immensa cultura classica che Shakespeare dimostra? Come faceva a descrivere fedelmente i luoghi, i paesaggi, le persone, soprattutto a quei tempi? Perché la biblioteca di Shakespeare non è mai stata messa a disposizione dei biografi? Poi c’è la questione della lingua. Le prime opere di Shakespeare vengono tradotte per essere messe in scena al teatro in legno The Globe; dopo il matrimonio, sarà la moglie di Shakespeare a tradurre i suoi versi più famosi. Anche per i biografi dell’epoca, Shakespeare aveva un accento straniero, e comunque non inglese. Altre singolari circostanze? Nei registri scolastici di Stratford non compare il nome di nessun William Shakespeare. E neanche i registri del Club Inn che Shakespeare frequentava lo menzionano, salvo il fatto invece che in questi elenchi figura Michelangelo Florio.

Al di là di ogni scetticismo costruttivo, immaginiamo la difficoltà degli inglesi ad ammettere che il loro super-autore non sia britannico doc. Cosa faremmo in cambio noi italiani se ci dicessero che Dante non era italiano, ma piuttosto spagnolo, tedesco, belga, fiammingo o inglese? Se anche le indagini storico-filologiche piuttosto spregiudicate di Iuvara e degli studiosi della Southampton University contenessero elementi di verità e finissero quasi con il determinare uno scacco tremendo all’orgoglio britannico, niente e nessuno potrebbero intaccare la genuinità e la bellezza senza tempo delle opere shakespeariane, il cui fascino eterno supera di mille secoli il silenzio. Oltre il “mito” di queste audaci ricostruzioni semi-serie, di cui non si poteva assolutamente tacere, proverò a tracciare alcune coordinate storico-geografiche della vita e delle opere di Shakespeare, seguite da una introduzione ai quattro periodi in cui la critica letteraria ha sempre diviso la sua formazione artistica e teatrale. Di fronte ad un gigante simile, paragonabile per statura etico-morale e grandezza artistica ai due grandi poeti dell’antichità (Omero) e del Medioevo (Dante), possiamo solo abbozzare semplici glosse marginali, oppure far nostre le preziose e solenni parole di un suo entusiasta ammiratore, John Milton, il celebre poeta del Paradiso perduto, che ebbe a scrivere di lui con tono reverenziale e quasi servile:

“Abbisognano forse le onorate ossa del mio Shakespeare di marmi ammonticchiati dal lavoro di un secolo? O le sue sante reliquie vogliono forse essere coperte da una piramide che tocchi le stelle? Diletto Figlio della Memoria, grande Erede della Fama, che importa a te un sì debole testimonio del tuo nome? Nella nostra meraviglia, nella nostra ammirazione, ti sei fabbricato tu stesso un monumento che non può perire, e tale è questa pompa del tuo sepolcro, che i re, per aver simile tomba, desidererebbero morire.”

Cronologia ragionata della vita di William Shakespeare

1564   Nasce in aprile a Stratford on (upon) Avon, ridente cittadina centro di fiorenti traffici commerciali, posta sulle rive del fiume Avon, nel Sud Warwickshire, England. Suo padre John era un rispettabile e rispettato guantaio, il quale era anche specializzato nella tratta di bestiame, pellami e nella cardatura della lana. Egli fu certamente un esponente di spicco nel borough di Stratford, se poi in seguito ricoprì per un po’ di tempo la prestigiosa carica di ufficiale giudiziario. Della madre, Mary Arden, non sappiamo nulla, come anche oscuri e sfumati rimangono gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di William a Stratford.
1582  27 Novembre. All’età di 18 anni Shakespeare sposa Anne Hathaway, figlia di Richard Hathaway, piccolo proprietario terriero di Shottery, villaggio posto ad ovest di Stratford. Anne aveva 26 anni quando si unì in matrimonio a William, essendo nata nel 1555/56.
1583  Nascita della figlia Susanna.
1585 Nascita dei due gemelli Hamnet e Judith. La vita matrimoniale in una piccola cittadina di provincia non poteva certo offrire a Shakespeare molte opportunità di costruirsi una carriera artistica, umana e culturale per cui, subito dopo la nascita dei due gemelli, lasciò Stratford e si trasferì a Londra, che divenne la sua città di adozione.
1592 A Londra inizia la sua brillante carriera di attore, autore e direttore di teatro. Come Shakespeare raggiunse questa decisione e che cosa accadde prima che egli diventasse famoso resta ancora un mistero. Pur tuttavia, intorno a quest’anno egli si era conquistato una certa reputazione nel mondo teatrale londinese. La sua scelta fu senza alcun’ombra di dubbio brillante e rischiosa, ma con molta probabilità non dovette essere per nulla semplice e facile, giacché per la sua famiglia e per il milieu della classe media, cui egli apparteneva, una scelta simile dovette apparire alquanto bizzarra e, per certi versi, disperata e folle.
Quando Shakespeare arrivò a Londra, la lunga e prestigiosa tradizione teatrale era già consolidata. Almeno quattro teatri erano pienamente operativi e, soprattutto durante la stagione invernale, le più famose compagnie teatrali, come quella di Lord Leicester, quella del Conte di Worcester e del Conte di Warwick, nonché quella del Lord Ammiraglio (forse la più importante tra il 1580 e il 1590), erano solite rappresentare le loro pièce all’aperto nei cortili delle Corti, così come si era sempre fatto in passato.  Intorno al 1590 Shakespeare era già abbastanza conosciuto. Un suo contemporaneo, un certo professore universitario Greene, nel suo libro intitolato Greene’s Groatworth of Wit, opera alquanto polemica e dal taglio autobiografico-confessionale, attaccava sia il teatro che gli attori, i quali venivano paragonati a delle scimmie che usano le parole di altri a proprio vantaggio. Uno degli attori sotto attacco è un certo Shake-scene il quale, non pago di essere un attore, è anche uno scrittore. E’ certamente questa una chiara e amara allusione a Shakespeare. L’attacco è assolutamente comprensibile se si pensa che Greene morì in assoluta povertà dopo avere ricevuto praticamente nulla come ricompensa del suo lavoro di scrittore, mentre attori e direttori di teatro traevano un’enorme quantità di profitti. Shakespeare, sia come autore che come precocissimo attore di successo, si attrasse inevitabilmente l’invidia di sfortunati e miserabili come Greene.
Non dobbiamo pensare pur tuttavia che tutto gli andò sempre liscio. La vita negli ambienti teatrali in epoca elisabettiana era sovente precaria e piena di rischi imprevedibili. Piccole incomprensioni ed equivoci potevano irritare la classe nobiliare che poteva chiedere ed ottenere la sospensione delle rappresentazioni teatrali. La stessa cosa poteva accadere come conseguenza di feroci lotte all’interno e all’esterno dei teatri, mentre lo scoppio di pestilenze e carestie comprometteva inevitabilmente la chiusura di tutti i teatri. All’inizio della sua carriera, Shakespeare dovette far fronte con la chiusura dei teatri come effetto dell’epidemia del 1592-94. Secondo i predicatori puritani l’epidemia era frutto di una punizione divina inflitta contro i costumi immorali del tempo. Il teatro in tal senso costituiva l’esempio più ovvio di questa immoralità.

1592-94  Dal 1592 al 1594 Shakespeare dovette escogitare un’altra modalità per far quadrare il suo magro bilancio familiare. Egli decise di usare la sua abilità letteraria per procacciarsi la protezione di un nobile mecenate, il quale lo sostenne economicamente mentre il resto della compagnia portava in giro gli spettacoli teatrali, lontano da Londra e dalla peste. I suoi due poemi Venus and Adonis e The Rape of Lucrece, basati su temi cari alla mitologia classica, dedicati a Sir Henry Wriothesley, il giovane Conte di Southampton, suo nobile protettore, furono scritti durante questo periodo. I due poemi furono accolti con grande entusiasmo nei circoli intellettuali di Londra.
1594-96  Pare che il Conte Southampton rese possibile a Shakespeare l’ingresso in una nuova compagnia teatrale che si formò alla riapertura dei teatri nel 1594. Questa compagnia era chiamata la Compagnia del Lord Ciambellano. Essa era costituita dai migliori attori del tempo e godeva della potente protezione di Lord Hudson, il Lord Ciambellano. In brevissimo tempo questa diventò la Compagnia prediletta della Regina. Sulla licenza rilasciata nel 1593 al Lord Strange si trovano i nomi di cinque attori della Compagnia: William Kempe, Thomas Pope, John Heminges, Augustine Phillips e George Bryan. Questi attori abbandonarono Edward Alleyn per unirsi a Richard Burbage e William Shakespeare. Burbage fu una star indiscussa, mentre William Kempe fu uno dei più noti e abili attori comici. Durante il regno di Giacomo I questa Compagnia cambiò il suo nome in Compagnia del Re, cambiamento che sottolinea il favore regale di cui essi godettero. La carriera teatrale e artistica di Shakespeare, dipese in larga parte dai successi della sua compagnia fino al 1610, anno in cui egli si ritirò dalla scena. A parte qualche piccolo documento legale comprovante l’acquisto di uno stemma gentilizio al fine di riscattare la sua vita di attore, veramente poco sappiamo di questo periodo. Pur tuttavia ci è noto che nel 1596 morì suo figlio Hamnet e che nel 1597 Shakespeare acquistò una proprietà a New Place, vicino Stratford, in vista del suo ritorno.
1599 La Compagnia del Lord Ciambellano apre presso Bankside un nuovo teatro, Il Globe, il celebre teatro di legno situato sulla riva destra del Tamigi tra Southwark e il London Bridge. Dieci anni dopo la Compagnia si trasferì in un nuovo teatro coperto presso Blackfriars. Pare che Shakespeare fosse finanziariamente coinvolto in tutte e due i teatri, a tal punto da esser nominato titolare e proprietario. Egli agì, in altre parole, in vece di ospite perché, secondo la legge del tempo che regolava le pubbliche case, il luogo poteva essere usato solo per le rappresentazioni teatrali e in seguito doveva essere chiuso o addirittura smontato. Tuttavia era sempre possibile lavorare nelle case private. Al fine di raggirare la legge molti attori e direttori di teatro costruivano teatri chiusi e li facevano registrare come case private. I prezzi erano molto alti e la partecipazione del pubblico era molto più selezionata di quanto non lo fosse stata prima. Gli antichi teatri aperti, tuttavia, non furono mai smantellati. Essi continuarono ad offrire uno spazio a molte compagnie più o meno illegali. Questo fu inevitabile dal momento che la legge, che ufficialmente chiudeva i teatri, concesse la licenza di rappresentare gli spettacoli solo a due compagnie, le quali finirono con l’avere un virtuale monopolio sul teatro. Queste due compagnie furono quella del Lord Ammiraglio e quella del Lord Ciambellano.
1601 Muore il padre di William, John Shakespeare. Nel febbraio la Compagnia del Lord Ciambellano fu coinvolta in uno spiacevole e triste episodio. Il Conte dell’Essex stava complottando contro la Regina e alcuni dei suoi uomini persuasero la Compagnia del Ciambellano ad allestire lo spettacolo del Riccardo II, promettendo loro una ragguardevole cifra di denaro. Il dramma, che fu rappresentato nel giorno in cui doveva iniziare la cospirazione, racconta la storia della detronizzazione di un debole re e l’ascesa al potere di Enrico IV, e per questa ragione si proponeva di incoraggiare i cospiratori. Tuttavia la cospirazione fallì, il Conte di Essex fu decapitato mentre il Conte di Southampton fu imprigionato con il sospetto di essere stato coinvolto. Gli attori della Compagnia furono interrogati ma alla fine rilasciati, e fu inflitta loro la punizione di concedersi un breve periodo di riposo da trascorrere lontano da Londra, qualcosa di simile a quanto era già accaduto loro dopo la rappresentazione dell’Enrico IV. Questi in fin dei conti furono piccoli problemi per il tempo, mentre in complesso gli affari andavano molto bene all’interno della Compagnia. In quella stessa occasione, la potente famiglia Oldcastle protestò in maniera piuttosto violenta contro la Compagnia perché l’onore e il buon nome del casato era stato compromesso e violato dalla creazione del personaggio che noi tutti conosciamo sotto il nome di Falstaff.
1602   Shakespeare acquista una proprietà in Old Stratford.
1607   Susanna Shakespeare sposa il Dr John Hall.
1608   Nasce Elisabeth Hall, nipote di Shakespeare.
1609   Pubblicazione dei Sonnets.
1610    Shakespeare risiede a New Place.
1616    Muore il 23 aprile a Stratford all’età di 52 anni.
1623    Prima pubblicazione (postuma) del in folio contente l’edizione tripartita delle opere di Shakespeare in Commedie, Drammi storici e Tragedie.

Cronologia delle opere

Gli anni si riferiscono approssimativamente ai periodi di stesura o rappresentazione delle opere.
1590-91           The Two Gentlemen of Verona
1590-91           The Taming of the Shrew
1591                  Henry VI, Part II
1591                 Henry VI, Part III
1592                Henry VI, Part I (scritto forse in collaborazione con Thomas Nashe)
1592                Titus Andronicus (scritto forse in collaborazione con George Peele)
1592-93         Richard III
1592-93        Venus and Adonis (poem)
1593-94         The Rape of Lucrece (poem)
1594                The Comedy of Errors
1594-95         Love’s Labour’s Lost
1595                Edward III (stampato nel 1596, di incerta attribuzione autoriale)
1595                Richard II
1595                Romeo and Juliet
1595                A Midsummer Night’s Dream
1596                King John
1596-97           The Merchant of Venice
1596-97           Henry IV, Part I
1597-98           The Merry Wives of Windsor
1597-98           Henry IV, Part II
1598                Much Ado About Nothing
1598-99           Henry V
1599                Julius Caesar
599-1600       As You Like it
1600-1601        Hamlet
1600-1601        Twelfth Night, or What You Will
1601                 The Poenix and the Turtle (poema)
1602                Troilus and Cressida
1582-1602       The Sonnets
1603                Measure for Measure
1603-1604       A Lover’s Complaint
1603-1604       Sir Thomas More
1603-1604       All’s Well That Ends Well
1605                Timon of Athens (scritto in collaborazione con Thomas Middleton
1605-1606       King Lear
1606                Macbeth (con revisione di Thomas Middleton)
1606                Antony and Cleopatra
1607                Pericles (scritto in collaborazione con George Wilkins)
1608                Coriolanus
1609                The Winter’s Tale
1610                 Cymbeline
1611                 The Tempest
1613                 Henry VIII: conosciuto ai tempi di Shakespeare col titolo di All is True, fu scritto in collaborazione con John Fletcher.
1613                 Cardenio: dramma perduto scritto in collaborazione con Fletcher.
1613-14            The Two Noble Kinsmen (scritto in collaborazione con Fletcher).

La carriera artistico-drammatica di Shakespeare viene generalmente divisa in quattro periodi. Questi periodi mostrano, secondo il giudizio della critica letteraria, il progressivo sviluppo diacronico di motivi, generi, tecniche, linguaggio e atmosfera. Ciò non significa che sia facile determinare con esattezza e affidabilità le date di composizione delle opere, dal momento che la complessa vicenda delle edizioni a stampa e la mancata registrazione di molte rappresentazioni teatrali negli appositi registri creati all’uopo, creano non poche e insormontabili difficoltà di ordine storico ed ermeneutico. A questo si aggiunga anche che non esisteva al tempo una legislazione specifica che tutelasse e proteggesse i diritti d’autore. Le opere sovente venivano vendute dal legittimo autore alle varie Compagnie teatrali che le rappresentavano, sicché la legittimità e l’originalità dei testi andava perduta. Le Compagnie certamente non avevano alcun interesse nel concedere che le loro rappresentazioni venissero stampate dal momento che ciò avrebbe messo il repertorio di una compagnia alla libera disposizione della compagnia rivale. Ma, contrariamente a tutte le precauzioni, era sempre possibile che un’altra compagnia sottraesse o rubasse il testo per includerlo nel suo proprio repertorio. Diverse compagnie spesso ottenevano copie di molte opere teatrali alla moda inviando spie ed informatori durante le rappresentazioni. Questo spiega perché vi sono così tanti problemi di ordine testuale nel dramma elisabettiano, dal momento che sia le spie che gli stenografi non erano affatto preoccupati dal ritrascrivere il testo con fedeltà e precisione, sia anche perché era impossibile riprodurre esattamente il testo durante le rappresentazioni in quanto il rumore e la confusione del pubblico all’interno dei teatri compromettevano e alteravano l’esito di una tale e ardua impresa.

Le difficoltà diventano maggiori anche riguardo alla cronologia e ai titoli delle opere dal momento che, sebbene ogni opera teatrale venisse registrata sul Registro del Cartolaio prima della sua rappresentazione, il registro delle opere risulta essere incompleto, frammentario e impreciso. In ogni caso, per quanto concerne William Shakespeare, vi sono quattro distinti periodi nella sua produzione drammatica, che è pervenuta a noi nella edizione in folio del 1623 curata da Heminges and Candell, due componenti della Compagnia del Lord Ciambellano. Una delle cose più importanti che distingue un periodo dall’altro è la modalità dei loro cambiamenti di umore (mood changes), diventando gradualmente più triste e malinconico (sombre) fino alla fine del terzo periodo, negli anni immediatamente dopo il 1600, e fino ad alleggerirsi in una totale ed estatica illuminazione negli ultimi lavori (lightening). E’ alquanto difficile affermare se questi cambiamenti siano dovuti ad ulteriori cambiamenti personali e psicologici nella vita di Shakespeare, o piuttosto ad eventi esterni o alle mutate preferenze e ai cangianti gusti del pubblico. Ma è probabile d’altro canto che l’associazione di tutti questi fattori abbia determinato la maturazione umana, artistica e spirituale di Shakespeare.

Il primo periodo che va approssimativamente dalla fine del 1580 fino al 1595, è considerato il periodo iniziale della carriera artistica shakespeariana. Esso è il periodo in cui il Bardo provò a cimentarsi e confrontarsi con differenti generi drammatici, dalla farsa alla commedia, dall’opera cronachistica alla tragedia senecana. Sebbene questo fu il periodo dell’apprendistato, la qualità del suo lavoro emerge anche se in forma ancora rudimentale. Ne è prova un’opera come Romeo and Juliet, scritta in questo periodo, che mostra maturità di forma e grande originalità. L’opera costituisce un unicum nel suo genere. Nessun altro lavoro di quel periodo contenne una simile commistione di commedia e tragedia. Titus Andronicus, da un’altra parte, una tipica Tragedia di vendetta, mostra la chiara influenza di Marlowe.

Il secondo periodo, che va dal 1595 al 1600, comprende i Drammi storici e le Commedie. E’ stato spesso ritenuto che i Drammi storici siano irregolari (uneven): ciò che è certamente vero, tuttavia, è che tramite essi Shakespeare diventa il poeta ufficiale della monarchia Tudor. I drammi storici ritornano al passato per ritrovare le radici nella situazione presente. Nel grande progetto di Shakespeare le sofferenze e le ingiustizie del passato sono viste come una preparazione all’ordine e alla giustizia rappresentati e incarnati da Elisabetta II, la cui ascesa al trono segnò l’inizio di un’era di giustizia e di prosperità economico-culturale. D’altronde questi drammi hanno anche una funzione morale. Essi mostrano chiaramente che le conseguenze della ribellione e del disordine sono il caos sociale, l’ingiustizia e il malcontento. Non è certo accidentale che il soggetto di molti drammi storici sia tratto dalla Guerra delle due Rose o dagli eventi che condussero a questo sanguinoso conflitto. Da questo punto di vista i diversi personaggi di Richard III e Richard II sono molto interessanti. Il primo fu un usurpatore, l’ultimo nemico dei Tudor, sconfitto nell’ultima battaglia della Guerra delle due Rose dal nonno di Elisabetta II, Re Enrico VII. Egli è fondamentalmente un machiavellico, posseduto e pervertito da una insaziabile sete di potere. Nessun limite etico o morale lo dominano, soltanto un freddo pragmatismo che lo conduce gradualmente al sospetto e infine alla caduta nel baratro della follia. L’influenza di Marlowe è ancora visibile e percepibile. Richard III richiama Barabba, il Giudeo di Malta e, ancor di più, il Tamburlano. Richard, tuttavia, è condotto al suo proprio destino attraverso un’interiore costrizione diabolica che lo porta al di sopra di stesso, isolandolo dal resto dell’umanità. Richard II, dall’altra parte, prese il trono da se stesso tramite Bolingbroke, Enrico IV, il primo antenato regale di Elisabetta. Qui la situazione è alquanto differente perché è il Re, e non l’usurpatore, ad essere giudicato. Richard II è dunque meno unidimensionale di Richard III. Egli è più flessibile e arrendevole di Richard III e il suo personaggio ammette una componente di dubbio. La maniera decisiva nella quale Richard III è raffigurato diventa molto più ambigua nella caratterizzazione del personaggio di Richard II. Quest’ultimo infatti abbandona il lume della ragione e il diritto divino per regnare solo con debolezza e inabilità. Ma il soggetto è alquanto delicato e il giudizio di Shakespeare è meno convincente di quanto lo fosse nel ritratto quasi caricaturale di Richard III.

Nelle due parti dell’Henry IV Shakespeare si assume la difficile e rischiosa impresa di descrivere la funzione del Re. Il personaggio principale non è Henry IV, ma suo figlio, Henry V, diventato un eroe nazionale dopo la Guerra dei Cento anni combattuta dall’Inghilterra contro la Francia. Il dramma segue il principe in tutta la sua fase di crescita. Egli ha di fronte due modelli per la sua educazione. Da una parte c’è Falstaff, l’inseparabile amico della sua giovinezza, grasso e millantatore, un vero mangione e beone, il quale rappresenta anche il senso comune e la sensualità e si esprime nella lingua del popolo; dall’altra parte c’è il suo antagonista, Hotspur, le cui virtu’ cavalleresche sembrano essere ribaltate quale risultato di una sua ossessione. Hotspur rappresenta così un concetto di onore che diventa orgoglio incontrollato e presuntuoso, sfociando sovente in un assoluto senso di superiorità. Hotspur viene ucciso durante la battaglia contro Henry, e Falstaff, si vanta da millantatore di averlo ucciso. Il principe, nel momento in cui diventa Re, spinge Falstaff in disparte. Henry deve trovare un equilibrio tra questi due estremi, tra questi due diversi modi di approcciarsi alla realtà la quale, nel carattere idealizzato del Re, elimina qualsiasi aspetto negativo dell’altro.

Il terzo periodo, che va dal 1601 al 1608, è spesso considerato dalla critica letteraria come il più grande periodo creativo di Shakespeare, durante il quale egli scrisse le tragedie che mostrano il suo genio all’apice della pienezza espressiva: Macbeth, King Lear, Hamlet, Othello, Julius Caesar, Antony and Cleopatra. Si cimentò anche nella scrittura di alcune commedie nelle quali l’innato senso inglese per lo humor si unisce ad un amaro cinismo: Measure for Measure, All’s Well That Ends Well, Timon of Athens, Troilus and Cressida. L’atmosfera è sempre triste e melanconica. Violenza e crudeltà sono accentuate da un grottesco intreccio linguistico. Al centro di ogni opera di questo periodo vi è sempre un personaggio che è distrutto in se stesso dalla perversione di una qualità o abilità positiva. Antony, in Antony and Cleopatra, è vittima della lussuria, Macbeth è corrotto da un’insaziabile sete di potere mentre Hamlet è torturato dalla malinconia e dal dubbio. Il malessere di Jago è il principale responsabile della gelosia di Othello. La pazzia di King Lear è aggravata dalla sua vecchiaia, mentre quella di Timon è il risultato del rancore. Angelo, in Measure for Measure, è posseduto da una lussuria di cui egli non avrebbe mai sospettato. Il male sembra muoversi liberamente all’interno dei destini di ogni personaggio e nessuno può fuggirlo o evitarlo, sicché anche il più grande dei personaggi si identifica con il peggio della corruzione, di cui è vittima a volte inconsapevole. L’onore si trasforma in collera e furore, l’amore in lussuria, l’intelligenza si corrompe in malattia di complotto, l’autorità diventa tirannide sanguinaria, e il pensiero conduce in un interiore spazio di terrore dove ogni possibilità di azione è controllata da un’amara e pungente autoconoscenza. La stessa terra e il corpo politico-sociale sembrano non sfuggire a questo comune destino di distruzione e di dissoluzione etica. Il tema della corruzione organica e della nausea è costante. Un amaro senso di collera si diffonde sia sulle tragedie che sulle commedie, quasi confondendo e annebbiando le linee di divisione tra tragico e comico. Le Muse o, piuttosto, le Furie di questo periodo sono l’ingratitudine, la perdita di fede, la violenza, la corruzione, l’adulazione, il potere, l’indecenza, il peccato e la morte.

Il quarto periodo inizia nel 1608 e si conclude con la morte di Shakespeare (1616). Se è vero che egli si ritirò a vita privata nel 1611 questo significherebbe altri tre anni di attività letteraria, sebbene Shakespeare probabilmente collaborasse già con altri giovani commediografi tra cui il Beaumont, con il quale scrisse l’Henry VIII. I suoi lavori comprendono quattro commedie: The Tempest, A Winter’s Tale, Cymbeline e Pericles. Il tratto comune di tutti i lavori di quest’ultimo periodo sono un ritrovato senso di tranquillità e di ottimismo dopo le terribili prove sopportate con pazienza, e una sapienza riconquistata dopo le difficili e turbinose avventure dello spirito. I viaggi compiuti dai personaggi conducono questi in luoghi ideali e mitizzati, che simbolizzano gli struggimenti interiori e i conflitti spirituali dai quali essi emergono purificati e risanati. L’immaginazione di Shakespeare è così sottile e sagace da saper fondere mirabilmente il mondo reale con quello virtuale o immaginato, a tal punto che il lettore/spettatore non riesca più a capire quale è la linea di demarcazione tra realtà e finzione. Una linea che alla fine si rivela così labile da far credere ad una interrelazione profonda e ad un parallelismo tra i due mondi.

A conclusione di questo intricato e complesso viaggio lungo i meandri storico-mitici della vita artistica di William Shakespeare, facciamo nostro il lusinghiero giudizio espresso nei suoi confronti dal grande scrittore romantico francese Francois Rene’ de Chateaubriand (1768-1848), il quale nel suo Saggio sulla letteratura inglese, scrisse a proposito del Bardo queste illuminanti parole di straordinaria attualità:

Era dunque il genio stesso del tempo di Shakespeare che infondeva il suo genio in Shakespeare. Shakespeare, quell’ingegno sì eminentemente tragico, trasse il suo serio dal suo umore schernevole, dal dispregio in cui aveva se’ medesimo e la specie umana. Shakespeare è nel novero dei cinque o sei scrittori che hanno bastato ad alimentare il pensiero, di quei geni primitivi che sembra abbiano generato e nutrito tutti gli altri. Omero aveva fecondato l’antichità; Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane, Orazio, Virgilio sono i suoi figli. Dante fu padre dell’Italia moderna, principiando da Dante venendo al Tasso. Rabelais ha creato la letteratura francese; Montaigne, La Fontaine e Moliere procedono dal suo stipite. L’Inghilterra è tutta Shakespeare, e sino a questi ultimi tempi Shakespeare ha prestato la sua lingua a Byron, e il suo dialogo a Walter Scott. Shakespeare, finche’ visse, non ha mai pensato di sopravvivere alla sua vita; chi gli rivela ora il mio cantico di ammirazione? Ammettendo tutte le ipotesi e ragionando a seconda della verità o degli errori di cui lo spirito umano è imbevuto e nutrito, che giova dunque a Shakespeare una fama il cui rimbombo non può salir sino a lui?

Gaetano Algozino                                                      London South Norwood, 12 giugno 2015