Claudio Ranieri a Londra: “Non avrei mai voluto fare l’allenatore da grande. Ma poi non ho resistito alla voglia di vedere se anche io ci capivo di calcio”

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Sembrerebbe essere l’uomo perfetto: sempre con la risposta giusta, amato, simpatico, pacato, con la moglie al seguito e il pensiero costante all’anziana mamma e, soprattutto, vincente. Venerato dagli amici, e pure dai suoi nemici. Potenza di uno scudetto vinto in uno dei campionati più belli del mondo, se non “il più bello”: la Premier League. E’ Claudio Ranieri e questo è il suo momento.

E pensare che quando ero giovane mi dissi: non farò mai l’allenatore”. Parliamo di decine di anni fa, quando si indossavano completini ancora in semplice cotone, e non di tessuti super tecnici come ora. Era il periodo di quando Claudio Ranieri ai calci dati in serie A, insieme alle azioni che il mister gli chiedeva di seguire, abbinava pensieri del tipo “… anche se io farei più questo… magari se dal fondo si salisse sulla fascia destra forse sarebbe meglio…”. Pensieri che è sempre meglio tenere per sé, fin quando non si appendono gli scarpini al chiodo. “Ma c’è sempre stata dentro di me una certa voglia di vedere se, davvero, di calcio ci capissi qualcosa. Non solo come giocatore”.

Ed ecco, allora, che Ranieri torna sulle decisioni prese e inizia il corso per prendere il patentino da allenatore di Terza categoria. Il primo step che lo farà poi entrare nell’olimpo degli allenatori di cui non si perderà più memoria. Soprattutto nel suo caso, soprattutto per la sua impresa storica: vincere il campionato inglese con il Leicester, contro potenze di squadre da budget multimilionari e contro giocatori che i suoi colleghi, di tutto il mondo, farebbero carte false pur di allenarli.

Noi abbiamo vinto senza soldi, senza nomi e senza palla… visto che abbiamo registrato una delle percentuali più basse di questa stagione”. Come dire, vince chi non ha i giocatori migliori, ma chi li sa usare meglio, racconta il mister in occasione di un incontro avvenuto all’Istituto italiano di cultura introdotto dal direttore Marco Delogu e moderato dal professor John Foot, docente di Storia italiana e autore di “Calcio. 1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia”.

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Nelle foto di Luca Viola, Claudio Ranieri all’Istituto italiano di cultura di Londra ( www.lucaviolaphoto.com )

Quindi il suo segreto qual è stato?
Giocare in 11, semplice. Undici non solo in campo, ma anche fuori. C’è sempre stata una forte amicizia tra i miei giocatori e, se c’era qualcosa da sistemare per creare ancora più coesione, se ne parlava e si mettevano in campo le azioni giuste. Ad esempio, quando sono venuto ad inizio stagione ho visto che prima delle partite casalinghe l’abitudine era che ognuno mangiasse a casa propria per poi venire allo stadio. Ho chiesto al presidente di realizzare una piccola foresteria all’interno dello stadio, per pranzare tutti insieme, quindi svagarsi un po’ tra tv, biliardo e freccette e poi tutti insieme andare negli spogliatori per il meeting prematch. Da queste piccole cose si fa gruppo, che è la vera forza di una squadra vincente. Io poi sono super geloso dei miei giocatori, guai a chi me li tocca. Il resto lo fanno loro, ma sempre in 11.

Facendo un passo indietro nei tempi più recenti, è passato dall’avventura disastrosa alla guida della Grecia, al successo col Leicester. Cosa c’è stato di sbagliato prima, e di giusto dopo?
In Grecia non mi sono mai sentito allenatore. Voglio dire, come potevo costruire e guidare una squadra, se i giocatori li vedevo pochi giorni prima degli incontri. Quando invece mi è arrivata la chiamata del Leicester sono stato felice di tornare in Inghilterra e ripartire di nuovo, anche se da zero. Come sono arrivato, il presidente mi ha proposto un progetto di salvezza per le due stagioni successive. Siamo andati oltre. Ben oltre le sue aspettative!

Se lo sta godendo questo momento?
Sinceramente non del tutto. Nel senso sì, ovviamente, sono e siamo tutti stra felici, anche se è passato solo un mese e siamo ancora tutti nel vivo di questa esplosione di gioia. Ma dobbiamo ancora realizzare per bene. Magari nelle prossime settimane quando si calmeranno le acque.

Qualche particolare dimostrazione d’affetto che le ha fatto enorme piacere?
Tante, troppe anzi. Ho ricevuto lettere e messaggi da ogni parte del mondo, da luoghi sperduti che quasi non sapevo della loro esistenza. Sinceramente, però, alcune delle più belle soddisfazioni sono giunte già durante il campionato, quando scendevamo dal pullman e venivamo accolti da calorosi applausi. Ed erano quasi sempre da parte dei tifosi avversari.

E dall’Italia?
Ovviamente sì, è la mia terra, il mio paese, che mi ha dato tanto e mi ha fatto diventare quello che sono. Ho ricevuto messaggi anche da coloro che mi davano del perdente quando sono giunto secondo alla fine di alcune stagioni. Ma ho sempre ricordato loro che, prima di tutto, giungevo secondo con squadre delle quali prendevo la guida a campionato già avviato e poi, sinceramente, non mi sono mai sentito un perdente. Chi crede in sé non sarà mai un perdente.  

Ho ricevuto messaggi di congratulazione anche da chi mi considerava un perdente, perché arrivavo sempre secondo. Ma io ho sempre creduto in me stesso.
Chi crede in sé non sarà mai un perdente.

Ma questo è il calcio italiano, non trova? Nel senso che è parte del gioco.
Sì è vero, in Italia il calcio è più tattico e anche critico e, purtroppo, si tende sempre a cercare a fine di ogni partita, soprattutto se persa, il perché, il per come… Qui in Inghilterra, si bada solo a vedere se il calcio è bello e si vuol vedere solo una squadra lottare fino alla fine. Soprattutto la propria.

Anche se pure qui, ad inizio campionato, la sua vittoria la davano 5.000 a 1.
Chi ha sbagliato sono stati i bookmakers. Non sono stati bravi a fare il loro lavoro, e ci hanno rimesso.

Nel calcio italiano, come ha fatto intendere, la polemica è sempre all’ordine del giorno, poi comunque vanno tutti ad attingere lì, soprattutto quando si tratta di allenatori.
La nostra scuola di mister è tra le migliori al mondo, su questo non c’è dubbio.

Un pensiero agli Azzurri in vista di Euro 2016?
Ci manca della qualità, ma con lo spirito di sacrificio, e noi lo abbiamo dimostrato, si possono ottenere grandi risultati.

Prossima stagione ancora alla guida del Leicester, ma nei tempi più stretti, cosa ha messo in programma?
Sinceramente? Ho un conto in sospeso con la fruttivendola del mercato di Leicester: le ho promesso che in caso di vittoria dello scudetto l’avrei aiutata a vendere la frutta. E, di norma sono un tipo che le parole date le mantiene sempre. Magari, però, ci vado alle 6 di mattina…

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