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George Byron nella letteratura inglese

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…UN SOLITARIO FUOCO CHE TORMENTA…

BYRON George Gordon, Lord (1788-1824)

The fire that on my bosom preys

Is lone as some volcanic isle;

No torch is kindled at its blaze

A funeral pile.

Brevi cenni biografici

<<Il fuoco che mi tormenta in petto è solitario come un’isola vulcanica; nessuna torcia si accende al suo fuoco. Un mucchio di funerali. >> Così annotava nel suo diario il vulcanico, istrionico Lord George Gordon Byron il 22 gennaio 1824 quasi alla vigilia della sua morte, che sarebbe avvenuta il 19 aprile dello stesso anno a Missolonghi (Grecia), eletta a sua seconda dimora.

Quel solitario fuoco che gli tormentava il petto – il fuoco della poesia alimentato anche da un’accesa passione politica – fu il motivo ispiratore di una avventurosa esistenza che, seppur nel brevissimo arco di trentasei intensi anni, trovò nella composizione di qualcosa come 20 opere, miste di prosa e versi, l’espressione compiuta e matura di un Romanticismo esistenziale prima ancora che letterario e prosastico.

Per molti, infatti, il nome di Byron è associato allo spirito del periodo romantico, anzi ne è l’epitome e la quintessenza. Nato nel 1788, appena un anno prima dello scoppio della Rivoluzione francese, George Gordon Byron pronunziò memorabili discorsi liberali nella Camera dei Lords, scrisse letali satire contro i Conservatori e morì per la causa della libertà in Grecia, ove divenne un eroe nazionale.
Ben presto il suo eroismo politico-romantico fu celebrato da poeti come Goethe e Pushkin, compositori come Beethoven e Tchaikovsky, e pittori come Delacroix.

In realtà, come ha giustamente osservato il critico Tom Payne, quasi tutto il suo profilo biografico-letterario può essere ricondotto allo spirito del XVIII secolo: un ricco gentiluomo con voraci abitudini di lettura e una forte etica del lavoro, la cui produzione lo allinea più a Pope che ai suoi contemporanei. Anche se, in realtà, non risparmiò i suoi versi più feroci per i colleghi Wordsworth e Keats.

La sua prima opera pubblicata nel 1807, Hours of Idleness, raccoglie impetuosi e appassionati versi giovanili d’amore, mentre la seconda, intitolata English Bards and Scotch Reviewers (1809), è un pamphlet polemico scritto contro i detrattori della sua prima opera. Ma solo con l’apparizione del poema Childe Harold’s Pilgrimage (Pellegrinaggio di Aroldo il Cavaliere) nel 1812, Byron divenne un vero e proprio fenomeno letterario che attirò l’interesse dell’Europa colta.
Il poema, nella struttura innovativa di diario di viaggio, riflette l’esistenza itinerante dell’autore, mentre il suo eroe, Aroldo, condivide i suoi profondi sentimenti di disagio e di sconforto nei confronti dell’era presente.
Byron aggiunse più tardi due ulteriori canti al poema per incorporarvi il Belgio, l’Italia e Napoleone.

Se la poesia gli apportò fama, il suo fascino, la sua innata eleganza e le sue infinite amanti finirono col costruire una icona di poeta avventuriero e audace. La sua bellezza fisica divenne soggetto di celebrati ritratti, mentre i suoi romanzi furono una costante fonte di scandali.
Frattanto, la sua scrittura continuava a tradire le sue preferenze per il vicino Oriente sulla Gran Bretagna e il mondo inglese e mostrò una conoscenza esaustiva della storia e dei costumi di quell’area.
Arrivò perfino a compilare un dizionario della lingua armena.
Verso la fine della sua vita, Byron fu capace di unire la satira di A Vision od Judgment con il suo interesse per un uomo il cui fato gli fu sempre avverso, un tal Mazeppa, per far confluire il tutto nel suo capolavoro incompleto del Don Juan. Il metro adottato, la stanza, incorpora in un caleidoscopio stilistico davvero originale magistrali rime comiche, eleganti e sostenute rime alla maniera di Southey e Wellington, come anche naufragi e tragedie domestiche. La particolarità del poema è nella sua costante digressione e nell’anticlimax, ossia nel continuo e repentino cambiamento di modalità stilistica dal sublime al triviale e ridicolo. Ciò che il lettore immagina potrebbe in realtà concludersi altrove o non concludersi affatto. Prima di completare questo vasto e ambizioso progetto, Byron morì a Missolonghi, in Grecia, nel 1824 ove rimane oggigiorno un eroe nazionale.

Pellegrinaggio di Aroldo il Cavaliere

Childe Harold’s Pilgrimage è un poema in stanze spenseriane cominciato a scrivere in Albania nel 1809; i primi due canti furono pubblicati nel 1812, il terzo nel 1816, il quarto nel 1818. Il poema descrive i viaggi e le considerazioni di un pellegrino che è rappresentato come un tipo di ribelle, spregiatore degli uomini e sazio di piaceri, in cerca di distrazioni in terre straniere. Codesto carattere rispondeva a un tipo assai popolare nel primo Romanticismo; e popolare era la parte del mondo da lui visitata, la Grecia, il Levante, sicché non stupisce che la guida in versi di Byron incontrasse immediato successo, secondo la sua celebre frase, “una mattina si svegliò per trovarsi celebre”. In canti I-II narrano dei luoghi visitati da Aroldo in Portogallo, in Spagna, nelle isole Ionie, in Albania, e terminano con un lamento sulla schiavitù della Grecia; il III canto ci mostra il pellegrinaggio nel Belgio, sul Reno, sulle Alpi, nel Giura (notevole è qui l’influsso della poesia della natura di Wordsworth): ogni luogo offre pretesto al poeta per considerazioni storiche, e ora la guerra di Spagna, ora la vigilia di Waterloo e Napoleone, ora Rousseau e Julie formano argomento del suo poema. Nel IV canto la finzione del pellegrino è abbandonata, il poeta parla in persona propria di Venezia, di Arquà e Petrarca, di Ferrara e Tasso, di Firenze e Boccaccio, di Roma e dei suoi grandi uomini, da Scipione a Rienzi. Il poema, sorta di guida emozionale dei paesi che allora scaldavano la fantasia, soprattutto del pubblico femminile, ebbe immensa fortuna, superiore ai suoi meriti letterari, giacché oggi il verso di Byron appare scorrevole, ma sciatto, i sentimenti affettati, le arditezze di pensiero luoghi comuni, le smaglianti descrizioni conformi a ricette retoriche. Aroldo, trasparente travestimento di Byron, fu identificato con lo spirito rivoluzionario, e parve incarnare il mal du siècle.

Don Juan, Satira Epica

Don Juan, an Epic Satire è il capolavoro incompiuto di Byron pubblicato tra il 1819 e il 1824.
Composto di XVI canti in ottave (e un frammento del XVII), è un poema burlesco su modelli italiani (Pulci, Casti), un genere che in Inghilterra era stato iniziato da John Hookham Freere (1769-1846) con Whistlecraft (1817-18). Don Giovanni, giovane patrizio di Siviglia, in conseguenza di una tresca con donna Giulia, narrata in tono di cinica e frivola commedia, è mandato all’estero dalla madre all’età di sedici anni. La nave in cui egli viaggia fa naufragio (la descrizione di questo, condotta con crudo realismo, è spesso una mera versificazione di fonti); don Giovanni trova posto sulla scialuppa con parte della ciurma e dei passeggeri, e vede il suo cane e il suo precettore destinati a sfamare i naufraghi; infine, dopo inaudite sofferenze, è gettato sulla costa di un’isola greca. A questo punto il poema si solleva a un’atmosfera lirico-sentimentale. Giovanni è soccorso da Haidée, la bella figlia del corsaro Lambro (nel canto III è il famoso inno The Isles of Greece); costui, creduto morto, ritorna, sorprende gli amanti, e sopraffà Giovanni che in catene è messo in una delle navi corsare. Haidée impazzisce e muore, e Giovanni è venduto schiavo a una sultana di Costantinopoli, Gulbeyaz, che si innamora di lui. L’episodio, comico e voluttuoso, termina con la gelosia della sultana, che minaccia Giovanni di morte, ma egli riesce a riparare tra i Russi che assediano Ismailia (in occasione di questo assedio, Byron ha uno dei suoi tratti comici più celebri, quando fa che donne attempate pruriginose domandino con impazienza: “perché non son cominciati gli stupri?”, Canto VIII, stanza 132). In conseguenza della sua valorosa condotta a quest’assedio, Giovanni è inviato con dispacci a Pietroburgo, dove si guadagna il favore di Caterina II.
Il soggiorno di Giovanni alla corte di Caterina (Canto IX: qui Byron si ispira in parte al Poema Tartaro del Casti), fornisce il precipuo esempio di quella sfrontatezza che Goethe ammira nel poema.
Caterina manda Giovanni in Inghilterra con una missione politica. Gli ultimi canti trattano delle avventure di Don Giovanni in Inghilterra, e dànno una vivace immagine della società inglese della Reggenza, mentre alcuni ritratti (Lord Enrico e Lady Adelina, la duchessa di Fitz-Fulke, Aurora Raby) animano la materia che comincia ad appesantirsi.

In questo poema Byron ha abbandonato l’insincerità e l’astrazione della posa fatale; si esprime liberamente e chiacchera in versi con la stessa indiavolata vena delle sue lettere agli amici; si riconnette, così, agli umoristi e satirici settecenteschi, e scrive quello che a comune giudizio è il suo capolavoro.

Gaetano Algozino London, Kidbrooke Village 08-06-2019

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