John Dryden

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John Dryden, il grande “dominatore” della Restaurazione inglese

Sebbene sia stato per secoli considerato come la figura dominante dell’epoca della Restaurazione monarchica (che prese appunto da lui il nome di Dryden Age) a tal punto che, qualche decade più tardi, lo scrittore scozzese Walter Scott poteva ancora chiamarlo il “Grande John”, John Dryden oggi è poco più che un nome sia per i non addetti ai lavori che anche per i cultori più raffinati ed esigenti delle lettere inglesi. Nato nel villaggio-rettoria di Aldwincle vicino Thrapston nel Northamptonshire il 9 agosto 1631, John Dryden fu il più giovane di quattordici figli di Erasmus Dryden e di Mary NSRW John DrydenPickering, provenienti da famiglie di ortodossi e zelanti puritani. Educato secondo i rigidi principi religiosi del Puritanesimo, John nel 1644 fu inviato alla Scuola di Westminster come King’s Scholar e ivi ebbe come suo Precettore il Dr. Richard Busby, un carismatico e severo professore di formazione monarchica. Completamente rifondata da Elisabetta I, la Scuola di Westminster durante questo periodo abbracciava un ventaglio molto ampio e complesso di spiriti religiosi e politici, i quali incrementavano il culto della Monarchia e dell’Anglicanesimo Alto. Quale scuola pubblica a orientamento umanistico, Westminster conservava gelosamente un prestigioso Curriculum Studiorum tramite il quale gli scolari venivano gradualmente introdotti all’arte della retorica e alla presentazione di argomenti e controversie pubbliche. Questa particolare attitudine polemico-argomentativa sarebbe poi rimasta per sempre in Dryden e avrebbe influenzato anche le sue opere più tarde e tutto il suo pensiero, quasi a marcarne, come un carattere indelebile, la sua innata predisposizione dialettica e la sua brillante abilità di controversista. Il Curriculum della Westminster School includeva anche attività di traduzione dalle lingue antiche (greco e latino) all’inglese e viceversa, al fine di sviluppare negli allievi un’assidua capacità di assimilazione e di comprensione comparativa delle tre lingue. Quest’abilità linguistica è chiaramente riscontrabile anche nelle opere della maturità. Gli anni di John Dryden a Westminster non furono del tutto privi dell’influsso di eventi esterni; infatti la sua prima pubblicazione, un’elegia scritta in occasione della morte di vaiolo di un suo compagno di classe, un certo Henry Lord Hastings, tutta imbevuta di profondi sentimenti monarchici, allude all’esecuzione capitale di Re Carlo I, la quale ebbe luogo il 30 gennaio 1649 nei pressi di Banqueting House, non molto lontano dalla Scuola. Nel 1650 Dryden si trasferì a Cambridge, ove iniziò a frequentare il Trinity College. Quivi avrebbe sperimentato un ritorno ai principi morali e religiosi della sua fanciullezza: il Maestro del Trinity era infatti un predicatore puritano, un ceto Thomas Hill, il quale era stato Rettore del piccolo paese natale di Dryden. Nel 1654 conseguì il Baccellierato in Lettere e Retorica: gli anni compresi tra il 1654 e il 1660 sono alquanto oscuri, perché non sappiamo con certezza cosa fece Dryden dopo aver lasciato l’Università. Al 1659 risale un suo personale contributo poetico al volume collettaneo in memoria di Oliver Cromwell, che gli valse molti riconoscimenti letterari. I versi da lui usati, ossia le “stanze eroiche”, erano vigorosi, considerevoli, sonori e cosparsi di tutte quelle allusioni scientifiche e classiche che caratterizzarono le sue poesie più tarde. Questo genere di poesia “pubblica” o civile fu certamente uno di quelli in cui Dryden diede il meglio di sé stesso. Quando nel 1660 Carlo II fu ristabilito al trono, Dryden fece parte di quella folta schiera di poeti che diede il benvenuto al Re con la pubblicazione di Astraea Redux, un poema composto di più di 300 versi in distici rimati. Per la cerimonia dell’incoronazione avvenuta nel 1661, egli scrisse un altro poema, To His Sacred Majesty, nel quale si proponeva con tutte le forze di rafforzare e nobilitare la figura del giovane monarca investito di una solenne e permanente aura di divinità. Da allora in poi tutte le ambizioni e le fortune letterarie di Dryden furono segnate da questo legame profondo con la monarchia. Nel dicembre 1663 sposò Elizabeth Howard, la giovanissima figlia di Thomas Howard, Primo Conte di Berkshire, la quale poi gli diede tre figli. Nel 1667 Dryden scrisse il suo poema più lungo, intitolato Annus Mirabilis, che commemora le due vittorie riportate dalla flotta navale inglese sul Dutch e la miracolosa sopravvivenza di Londra e dei londinesi dopo il Grande Incendio del 1666. In quest’opera ancora una volta egli torna a rafforzare il ruolo del monarca e il concetto di una nazione fedele unita sottomessa al volere del divino monarca. Dryden fu un prolifico scrittore che eccelse nei più disparati campi dell’arte poetica e letteraria; a lui si deve la prima traduzione integrale in inglese delle opere del poeta latino Virgilio. Si cimentò con successo nella scrittura di drammi teatrali e musicali, e fu anche molto famoso come compilatore di satire a sfondo politico. Morì a Londra il 1 maggio 1700 e fu seppellito nell’Abbazia di Westminster, nel famoso Poet’s Corner, tra Geoffrey Chaucer e Abraham Cowley. Oltre ad essere il più grande e celebrato poeta del XVII secolo, John Dryden fu un valente commediografo e scrittore di opere teatrali: a lui infatti si deve la stesura di circa 30 tra tragedie, commedie e drammi musicali. Egli diede inoltre un notevole contributo alla nascita e allo sviluppo della critica letteraria, componendo commentari su varie opere poetiche e drammatiche. Questa attività di chiosatore gli valse l’appellativo di “padre della critica inglese”, così come lo ricordò Samuel Johnson [The Father of English criticism]. Dopo la sua morte la reputazione di Dryden rimase alta per oltre 100 anni, e anche nel periodo romantico la reazione nei suoi confronti non fu mai così grande come l’avversione contro l’opera di Alexander Pope. Dopo il periodo romantico una lunga ombra di silenzio e di oblio si distese sulla sua opera, fino a quando verso la seconda metà del novecento vi fu un ritorno di interesse tale da generare un vero e proprio stuolo di studiosi che, nel giro di pochi anni, produsse una copiosa letteratura filologica unitamente all’edizione critica delle sue opere complete. Per celebrare in piccolo i fasti letterari del vulcanico e prolifico John Dryden, abbiamo scelto dalla sua ricca produzione teatrale una delle opere migliori, la quale per circa mezzo secolo fu popolare sulle scene.
Si tratta de La conquista di Granata, o Almanzorre e Almaide. La tragedia, il cui titolo originale è The Conquer of Granada, or Almanzor and Almahide, scritta in distici eroici, in due parti di cinque atti, fu rappresentata nel 1670-71. Dryden prese spunti da Almaide o la schiava regina di Madamigelle de Scudéry (Parigi, 1660-63), e utilizzò le Guerre civili di Granata di Ginés Pérez de Hita da cui deriva anche il dramma della Scudéry. Nella importante introduzione, Of Heroique Playes [Dei drammi eroici], il poeta cita il principio dell’Orlando Furioso di Ariosto: “Le donne, i cavalier, l’arme!” e aggiunge che “a heroic drama should, in short, to imitate a heroic poem” [un dramma eroico dovrebbe, in piccolo, imitare un poema eroico]. Tuttavia il modello dei suoi eroi è da ricercare più nella Gerusalemme liberata di Torquato Tasso anziché nell’Orlando ariostesco. La tragedia prende lo spunto dalla contesa tra le fazioni rivali degli Abenceragi e degli Zegri, e dalla guerra in conseguenza della quale il regno fu conquistato da Ferdinando e Isabella di Castiglia nel 1492. Il prode Almanzorre che combatte contro gli Spagnoli non è altri, come poi si scopre, che il figlio del duca di Arcos, pianto come perduto. Egli è innamorato della fidanzata del re arabo Boabdelin, Almaide, ed essa ricambia il suo amore, ma vuol serbar fede alla sua promessa al re, che è combattuto tra la gelosia e il bisogno del valido aiuto di Almanzorre. Quest’ultimo ottiene i suoi voti dopo la morte di Boabdelin. Con questo argomento amoroso se ne intrecciano due altri: la rivalità tra Abdalla, fratello del re, e Abdelmelic, capo degli Abenceragi, per la mano dell’imperiosa Lindaraxa, sorella del capo degli Zegri; e l’amore del prode Osmin, uno degli Abenceragi, per Benzaida, donzella Zegri. La passione amorosa, “uragano della vita”, domina il dramma, connessa col motivo della onnipotenza d’amore, e con quella della donna fatale (Lindaraxa), nelle cui mani “palpitano cuori sanguinanti”.
La complessità eccezionale della trama, così come la filippica magniloquenza di Almanzorre, furono oggetto di satira feroce e spietata in The Rehearsal, una commedia coeva del Duca di Buckingham. Anche Henry Fielding sottolineerà più tardi la stupidità di alcuni passaggi dell’opera. Ciononostante La Conquista conobbe un grande successo sul palco al momento della sua creazione, grazie ai suoi numerosi elementi drammatici. L’opera è altresì celebre perchè in essa appare per la prima volta l’espressione “buon selvaggio”, ossia il ritratto idealizzato di quel “gentiluomo della natura” che viene rafforzato grazie alla politica di esplorazione e colonizzazione del Nuovo Mondo e che caratterizzerà tutto il sentimentalismo del secolo XVIII. In pratica si esalta la vera essenza dell’uomo (i mori di Granada) prima del condizionamento della civiltà (invasione spagnola). Il concetto verrà ripreso e sviluppato ampiamento da Jean-Jacques Rousseau nel 1700 nell’Emilio: l’uomo è essenzialmente “buono” e i comportamenti “corrotti” sono la conseguenza della civiltà. La geniale idea drydiana rimarrà ancora viva nei romanzi ottocenteschi di Mary Shelley, fino agli scritti di Aldous Huxley nel ventesimo secolo. Questi sono i celebri versi, concernenti il famoso mito del “buon selvaggio”, che Dryden mette in bocca ad Almanzorre: Sono libero come Natura fece il primo Uomo, prima delle ignobili leggi della servitù, quando per i boschi correva il buon selvaggio!
Gaetano Algozino London, South Norwood, 28 luglio 2015

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