Laurence Sterne nella letteratura inglese

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Laurence Sterne: il trionfo ironico della sensibilità nel mezzogiorno illuminista

Nel punto di massima irradiazione del mezzogiorno illuminista si erge la figura di Laurence Sterne, considerato l’incarnazione vivente di una magica parola che nella seconda metà del Settecento inglese divenne molto in voga: sensibilità. Essa si riferisce a ciò che può altrimenti essere definito empatia, ovvero quella particolare disposizione dell’animo alla comprensione e all’immedesimazione nei sentimenti e nelle sofferenze altrui.
Laurence-Sterne-scrittoreIl termine, in ambito inglese, fu definito come una particolare predisposizione della mente ai sentimenti raffinati e alla tenerezza (capacity of the mind for fine feelings and tenderness).
In ambito letterario la predominanza di questo particolare aspetto fu avvertito come una sorta di cambiamento
rispetto all’Età augustana che giudicava il mondo delle emozioni come una componente irrazionale e distruttiva delle passioni. Il nuovo modo di sentire, che spianava pian piano la strada alla sensiblerie romantica, stimava piuttosto la sensibilità come una peculiare miscela di pathos ed ironia e una sorta di residuo del dominio della ragione. Certamente in questo contesto ancora illuminista Sensibility non è sinonimo di Sentimento, ma potremmo dire che essa coincide con una predisposizione al sentimento, considerando il fatto che quest’ultima parola non aveva il significato dispregiativo che ha oggi, e che essa era invariabilmente condita con una certa dose di leggera, gentile auto-ironia e humour. Tutti questi caratteri precipui della cultura inglese della seconda metà del XVIII secolo, si ritrovano nell’opera letteraria di Laurence Sterne.
Nato a Clonmel in Irlanda il 24 novembre 1713, Laurence Sterne apparteneva ad una famiglia di ufficiali dell’esercito. Nel 1733 entrò al Jesus College in Cambridge, e divenne Prete anglicano qualche anno dopo.
Fu coinvolto nel mondo politico attraverso suo zio Jacques, un influente ecclesiastico e appassionato sostenitore delle manovre politiche di Walpole per mezzo di un giornale locale, il York Gazeteer.
Dopo un breve periodo di scrittura d’impegno politico Sterne decise che ne aveva avuto abbastanza per continuare la sua militanza politica, e declinò ogni forma di incarico politico e tutto ciò che ne concerneva considerandolo alla stregua di una sporca occupazione per menti perverse. Questa decisione causò un profondo dissenso con suo zio Jacques che costò a Sterne una tranquilla carriera ecclesiastica, senza tante onorificenze e riconoscimenti. Abbandonando la politica, pur tuttavia, Sterne fu libero di dedicarsi completamente alla letteratura, e nel 1759 completò i primi due volumi del suo capolavoro The Life and Opinions of Tristram Shandy Gentleman (Vita ed Opinioni del Gentiluomo Tristram Shandy). Il successo fu immediato e tra il 1761 e il 1765 seguirono altri sette volumi di Tristram Shandy.
Nello stesso periodo pubblicò diversi volumi di sermoni e prediche, The Sermons of Mr. Yorick. Nel 1762
Laurence Sterne, che cominciava a soffrire di tubercolosi, partì per la Francia, e ivi si stabilì con sua moglie e la
figlia, intraprendendo altresì un desiderato viaggio per l’Italia. Un nuovo libro prese forma nella sua mente,
A Sentimental Journey Trough France and Italy (Viaggio sentimentale in Francia e in Italia) che fu completato intorno al 1767 e pubblicato nel 1768 con grande successo appena un mese prima della morte di Sterne, che avvenne a Londra il 18 marzo dello stesso anno.
La tecnica narrativa di Sterne, che inaugurò un nuovo corso nella letteratura inglese e d’Oltremanica, può essere racchiusa in tre parole chiave: metodo digressivo, metodo associativo e uso dell’Ego fittizio-immaginario.
Il metodo digressivo è forse il modo migliore di definire la tecnica narrativa di Sterne dal momento che è proprio attraverso le digressioni che lo scrittore può “giocare” col tempo, amplificando ogni singola unità di tempo nel romanzo, e ogni singola e minima sequenza.
Il metodo associativo afferisce a quella particolare attitudine a collegare realtà eterna e realtà oggettiva con
fantasie, pensieri, meditazioni, storie e memorie di ogni genere. Le digressioni non concedono al romanzo
tradizionale di iniziare, ma piuttosto esse danno forma ad un’altra nuova forma di narrazione. Le digressioni inoltre non sono soltanto una tecnica narrativa, ma si rivelano essere una strategia psicologica di tenere la morte lontana, o di giocare col tempo al fine di dimenticarlo. Il tempo è amplificato, la sequenza meramente cronologica degli eventi è capovolta: il tempo viene neutralizzato e l’arte diventa l’unica via per dominare il tempo invece di essere dominati da esso. Infine l’uso dell’Ego fittizioimmaginario consente a Sterne, sotto lo pseudonimo di Yorick, di parlare in terza persona prendendo distanza dagli eventi. Yorick era il nome del giullare di corte che è presente nell’Amleto di Shakespeare soltanto come teschio che Amleto prende nelle sue mani per intessere un lungo monologo con esso.
Il punto probabilmente è questo. La figura di York, o del teschio, fa il ruolo dello scrittore e della prima persona che parla, e la sua voce ha una patetica tonalità di melanconica gaiezza. E’ ancora Yorick, il teschio, che osserva con curiosità e tolleranza le follie meschine, le manie, le piccole miserie della vita di ogni giorno. Lo scrittore si pone dunque nell’intimo territorio della morte e, da questo peculiare punto di vista, può osservare la vita, senza giudicarla.

The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman.

A dispetto del titolo, la persona di cui meno si parla nel romanzo è, si può dire, il protagonista, Tristram Shandy. Quando si è quasi a metà della storia, egli sta per nascere; quando si è al termine, egli è alla soglia della fanciullezza. Tristram è naLaurence-sterne-opereto, a giudizio almeno del padre suo Walter, sotto cattivi auspici.
Le sue sventure erano incominciate nove mesi prima, in una notte di marzo, a cagione di una domanda rivolta dalla futura sua madre al genitore in un momento particolarmente inopportuno: “Per favore, mio caro, non hai dimenticato di caricare la pentola?”. Questo, secondo Walter Shandy, doveva influire sul carattere e sulle sorti del nascituro. Poi, quando viene alla luce, l’ostetrico gli schiaccia, o quasi, il naso.
Ma v’ha di peggio: il padre, che credeva all’influenza dei nomi sul destino delle persone, voleva dare al figlio un nome che fosse augurio di grandezza e di gloria, non certo quello di Tristram, giacché nessun uomo così chiamato ha compiuto cose memorabili. Quando dunque gli vengono a dire che il neonato, in pericolo di vita, deve essere battezzato di tutta fretta e gli chiedono qual nome vuole gli sia imposto, egli ordina che sia chiamato Trismegisto.
La fantesca fraintende la parola, e il bambino finisce con l’essere battezzato Tristano. Walter ne è desolato. Gli muore il figliuolo primogenito, e per il nuovo rampollo egli scrive un sistema di educazione, la Trista paedia, non senza inserirvi un capitolo sui verbi ausiliari, gustosa parodia delle grammatiche e degli esercizi grammaticali.
Più in là, quando il bimbo è cresciuto, leggiamo di certa sua accidentale ferita: poi i genitori discutono se già convenga o no vestirlo di ometto: infine si parla di dargli un precettore. E a tale ufficio lo zio paterno, Tobi, propone il figlio di un povero tenente, Le Fèvre, che egli ha conosciuto, ha beneficato e ha veduto morire (l’episodio di questa morte è tra i più commoventi del libro). Intorno al fanciullo si muovono gli altri personaggi. Il padre è un uomo di buonsenso, ma di idee a volte bizzarre; un po’ vano della sua cultura e della sua capacità raziocinativa, si picca di filosofia e la applica nei casi gravi. Così, quando perde il primogenito, si consola esponendo a Tobia le sue stoiche riflessioni e ripetendo un paragrafo della lettera scritta da Servio Sulpicio a Cicerone per la morte di Tulliola.
La madre, paziente, gentile, ma poco vivace di mente, è figura un po’ scialba. Tobia è un antico ufficiale,
dall’anima candida, semplice e pudico, cavalleresco e mite ad un tempo. Tormentato da una mosca l’afferra, ma senza schiacciarla le dà il volo, giacché il mondo è abbastanza largo per entrambi (l’aneddoto è stato reso notissimo fra noi dal Giusti). Ferito all’inguine in guerra, egli, memore della vita militare, si dà allo studio delle fortificazioni, e questo diviene in lui un’innocente mania. Ma ognuno di noi, secondo Laurence Sterne, ha la sua; ognuno ama montare sul suo folle cavalluccio (hobby-horse).
Vi è in Tobia un pochino di Don Chisciotte, e vi è un pochino di Sancio nel suo fido cameriere, Trim, già caporale e invalido egli pure di guerra, che lo assiste e con cui collabora nello studiare fortezze.
Di Tobia si innamora la signora Wadman, una vedovella che con femminile astuzia riesce a farsi riamare;
senonché, desiderosa di informazioni sulla diagnosi e sulla eventuale prognosi della ferita di lui, interroga in proposito il medico e fa interrogare Trim dalla sua ancella. Tobia viene a sapere di tali richieste e, alquanto contrariato, va a parlarne al fratello. Come la cosa finisca non sappiamo, poiché l’opera rimase incompiuta. Altro personaggio notevole è il parroco Yorick, discendente forse dal buffone ricordato nell’Amleto shakespeariano. Sincero, nemico della gravità, faceto, ma inesperto della vita, si fa molti nemici; e ne è vittima. Sulla sua tomba avrà come semplice epigrafe la frase shakespeariana: “Ah, povero Yorick!”. Di lui troviamo inserita nel romanzo una predica: il 27mo fra i Sermoni che Sterne pubblicò appunto sotto lo pseudonimo di Yorick. E sotto questo apparve anche il Viaggio sentimentale, che col Tristram Shandy ha punti di affinità. In entrambe le opere incontriamo la povera Maria, la giovinetta impazzita. L’autore procede nel racconto a sbalzi, interrompendolo con infinite digressioni: sulle dediche, sulle cagioni dell’oscurità delle nostre idee, sul tempo psicologico che è il vero tempo, sui fanciulli precoci, sull’amore, sulle vesti degli antichi romani.
Lunghe pagine sono dedicate a impressioni di un viaggio in Francia. “Non io governo la mia penna – confessa Sterne – ma essa governa me”. Larghissima è la sua erudizione, ed egli volentieri ne fa sfoggio. Cita spesso Montaigne e Cervantes, che sono tra gli scrittori da lui preferiti: imita Rabelais, e, nella descrizione dei caratteri, Addison.
Con geniale volubilità, desta ora il sorriso, ora le lacrime. È un sentimentale, ma figlio del secolo della galanteria, non rifugge da episodi arditi e da maliziosi sottintesi che fanno strano contrasto con la profondità di certe riflessioni.
Qua e là troviamo pagine intere lasciate in bianco, periodi sostituiti da fili di asterischi, cancellature, bizzarrie. Ma soprattutto Laurence Sterne è maestro di umorismo. Il pubblico inglese accolse con grande favore i primi tomi dell’opera; meno i successivi.
L’autore dovette accorgersi di essere riuscito stucchevole con la prolissità e con le digressioni davvero soverchie; onde si arrestò al nono volume.

A Sentimental Journey through France and Italy

Sotto lo pseudonimo shakespeariano di Yorick, da lui usato anche in altri lavori, Laurence Sterne raccoglie
ed espone ricordi ed impressioni di viaggio, dichiarando, dopo avere enumerato le diverse categorie di viaggiatori, che egli appartiene a quella dei viaggiatori sentimentali, di coloro cioè che amano osservare pacatamente e abbandonarsi ai vari effetti che persone e cose possono ispirare. Non troviamo dunque nel suo libro lunghe descrizioni o considerazioni storiche e politiche, ma piuttosto figure, caratteri, episodi umoristici e gentili. A Calais egli incontra un francescano e, propenso com’è per pregiudizio anglicano a considerare i frati come gente oziosa e nulla più, gli nega l’elemosina; ma l’aspetto buono e venerando del frate lo lascia commosso; onde, rivedendolo, si mostra pentito e fa ammenda della sua scortesia.
LaurenceSterneIncontra pure una signora, nobile di nascita e di sensi, e, facile ad ammirare la femminile bellezza, Yorick spera di averla a compagna di viaggio e di udire da lei la storia delle sue avventure. Ciò non avviene pel sopraggiungere del fratello di lei, onde il nostro viaggiatore rimane un po’ deluso, e il lettore con lui.
Yorick assume poi come valletto un ex-tamburino, La Fleur, vivace macchietta, e con lui prosegue il viaggio. Felicemente è descritto un gruppo di accattoni, fra cui un “povero vergognoso”; commovente è l’episodio dell’asino morto, pianto caldamente da un infelice vecchio che l’ha avuto a compagno in un pellegrinaggio votivo a San Giacomo di Compostela. In graziosi capitoli Yorick riferisce le galanti conversazioni avute nel soggiorno in Parigi con una merciaia e con una giovane onesta cameriera. Egli deve vincere qualche tentazione, ma ne trionfa eroicamente. Intanto rischia di essere mandato alla Bastiglia, perché, recandosi in un paese che è in stato di guerra con la Gran Bretagna, ha trascurato di provvedersi di passaporto. Vorrebbe farsi forte con pensieri filosofici contro il timore della prigionia, ma glielo ravviva più che mai il grido di uno stornello in gabbia: “Non posso uscire, non posso uscire!”.
Fortunatamente riesce a procurarsi il prezioso documento, grazie alle premure di un gentiluomo appassionato di Shakespeare, e incline perciò a simpatia verso Yorick. A gustosi capitoli forniscono argomento quadretti di vita, riflessioni sui costumi francesi: ben delineati un pasticcere ambulante, veterano di guerra, soccorso poi dal Re; un gentiluomo bretone che, ridotto in povertà, si rifà una fortuna dandosi alla mercatura nelle Antille e ritorna poi a Rennes a richiedere la spada colà deposta; un mendicante che sa impietosire le signore con l’adulazione. Da costui Yorick stesso impara a guadagnarsi il favore di nobili persone, pranzi, inviti; finché, stanco di sostenere questa parte, lascia Parigi.
Pagine mestamente affettuose sono poi dedicate a Maria, una giovinetta impazzita per amore;
gentile quadretto la cena presso contadini della Savoia. L’ultimo capitolo rimane sospeso, e sospeso in un punto piuttosto delicato e scabroso. Purtroppo l’autore non poté continuare la narrazione e descriverci le sue esperienze d’Italia. Solo per incidenza si accenna in un capitolo ad un’avventura da lui avuta a Milano con una marchesa F. – assai probabilmente Fagnani – incontrata ad un concerto di “Martini” (Sammartini). Per attestazione di La Fleur sappiamo che vari episodi – per esempio l’asino morto, la povera Maria – sono tratti dal vero.
Il Viaggio sentimentale, che rispecchia il Settecento in vari suoi aspetti, quale l’ammirazione per la “Natura” e per la “Virtù”, non disgiunta da un briciolo di galanteria, piacque forse più della Vita e opinioni di Tristano Shandy che l’aveva preceduto. È infatti un piccolo capolavoro di pacato umorismo, lievemente melanconico. Ugo Foscolo, che sotto il nome di Didimo Chierico ce ne ha dato una classica traduzione (Pisa, 1813), nota egregiamente: “Era opinione del reverendo Lorenzo Sterne che un sorriso possa aggiungere un filo alla trama brevissima della vita; ma pare che egli inoltre sapesse che ogni lagrima insegna ai mortali una verità”.
Gaetano Algozino

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