L`esperienza a Londra di Filippo e il suo progetto London Breaking Postcards

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Della serie esperienze Italiani a Londra, oggi ho il piacere di presentarvi Filippo:

– Ciao Filippo, presentati ai lettori di Londonita. Raccontaci chi sei e come sei capitato a Londra.

Ciao a tutti. Ho 28 anni, sono un giornalista pubblicista, un ballerino di breakdance (bboy) e scrittore emergente. Collaboro con il quotidiano Il Tirreno, faccio parte della prima Factory editoriale italiana e amo viaggiare. Se mi guardo indietro vedo un percorso tortuoso, difficile da sintetizzare, che non si è ancora concluso. Ho deciso di visitare Londra nel 2008. All’epoca ho affrontato una crisi personale dovuta a una serie di incertezze, la più grande legata all’Università. Da qui la decisione di prendermi una pausa: ho rotto il salvadanaio, prenotato una stanza e sono partito per un mese. Si è rivelata una scelta azzeccata: Londra mi ha folgorato. Prima di visitarla, il mio modello di grande città era Firenze. Non so se mi spiego.

Poi sei tornato.

L’idea era quella di concludere gli studi ma è andata male. Mi sono dedicato al giornalismo e al ballo fino al 2011. Londra tornava periodicamente nei miei pensieri. Una volta completata l’iscrizione all’Ordine, mi sono reso conto che era il momento di tentare un’esperienza lunga. Sono partito il 15 settembre di quell’anno. Appena messo piede a terra mi sono chiesto: «Chi me l’ha fatto fare?». Tutto sembrava improvvisamente ostile e sbagliato. Ma ormai ero in ballo.

Filippo Bernardeschi– Come hai trovato lavoro?

Battendo a tappeto ristoranti, pub e caffetterie. Dopo due settimane ho trovato impiego a Caffè Nero, una compagnia simile a Starbucks. L’ho presa come una sfida personale, un dovercela fare a tutti i costi. A Londra non si resiste a lungo senza un tetto e uno stipendio. Il primo ho dovuto abbandonarlo perché il mio landlord (affittacamere) si è rivelato una persona priva di scrupoli al limite della disonestà. Per fortuna avevo già il secondo quando mi sono ritrovato a dormire in ostello: altrimenti penso che avrei gettato la spugna. Invece, sono rimasto per due anni.

– Quali consigli dai a chi vorrebbe mettersi in viaggio?

Ascoltatevi attentamente: se la voce che vi suggerisce di partire è sincera, fatelo, ma state molto attenti e informatevi. Un buon inglese e un curriculum curato faranno la differenza, perché l’offerta di lavoro sta diminuendo, e anche nel mondo della ristorazione le selezioni diventano sempre più rigide. Non è necessario pianificare ogni singola mossa – Londra insegna il freestyle – ma non illudetevi di trovare un paradiso. Londra è un mostro, un mostro bellissimo, che sa anche mordere. Tuttavia, se avrete forza d’animo sufficiente a vivere fino in fondo l’esperienza, non sarete più gli stessi. Vi scoprirete più forti, consapevoli dei vostri limiti e delle vostre capacità. Vi renderete conto che non è mai troppo tardi, che esistono modi innumerevoli di vivere. La città saprà ricompensarvi con storie, paesaggi e momenti indimenticabili.

– Quali rischi si corrono?

Oggi mi rendo conto di avere commesso alcuni errori, che vorrei invitare i lettori di Londonita a non ripetere. Primo: non affezionatevi al lavoro. Io mi ero innamorato del caffè di Covent Garden in cui lavoravo. Per la prima volta avevo uno stipendio decente, potevo mantenermi in piena autonomia e tutto mi sembrava così bello, per quanto faticoso, che ho finito col perdere di vista le mie passioni e i miei talenti. Capita a molti. Le grandi compagnie offrono opportunità importanti, ma sanno come sfruttare le insicurezze della gente. Ricordatevi che il catering offre maggiori chances d’impiego, ma è un ambiente durissimo. Prendetevi tutta la libertà di cui avete bisogno, poi però cercate di pianificare, perché arriverà il momento in cui la faccenda tornerà a farsi tosta. Secondo: concedetevi delle tregue. I ritmi sono davvero serrati. Terzo: nessuno è abbastanza in gamba da poter fare a meno degli altri. Quindi apritevi, chiedete, ascoltate e – quando potete – aiutate!

Filippo Bernardeschi

– Hai conosciuto molti ballerini?

La scena londinese della breakdance lascia un po’ perplessi. Trattandosi di una metropoli, mi aspettavo molto più movimento. Storia diversa per quanto riguarda gli altri stili: Hip-Hop, House, Popping e Locking vanno alla grande. Ci sono molte competizioni. A differenza dell’Italia, qua si ama mischiare i generi… forse un po’ troppo, almeno per i miei gusti. L’underground di Trocadero è una tappa imprescindibile per chi balla. Il mio grande rimorso, ora che mi sono allontanato, è quello di non aver mai tentato un’audizione: pare le occasioni non manchino, ma, come ho detto, mi ero perso nel lavoro.

– Durante il tuo soggiorno ti sei dedicato a un progetto curioso: vuoi parlarcene?

Si intitola  London Breaking Postcards ed e` strutturato in cinque capitoli che uniscono ballo, scrittura, video e fotografia. L’idea è nata da un’amicizia di lunga data con Nico Lopez Bruchi (www.edfcrew.com) un creativo e designer di talento che si occupò di montare il mio primo trailer. Volevamo ripetere l’esperimento, poi ci siamo accorti che potevamo puntare più in alto. Ne è nato un progetto ambizioso e, speriamo, originale. Una specie di countdown da cinque a zero con lo scopo di trasmettere energia piuttosto che informazioni: un po’ come spiare Londra dal buco della serratura. Io mi sono occupato dei testi, Nico dei video. Ogni capitolo – o “cartolina” – ne racconta un aspetto specifico. Al momento siamo arrivati a tre: il quinto capitolo, introduttivo, è uno sguardo sommario sulla maestosità della capitale; il quarto parla dei trasporti; il terzo vuole restituire la sensazione di una passeggiata per le strade della City. Il progetto si concluderà prima dell’estate, con la Zero Postcard e il video ufficiale. Non sappiamo bene dove ci porterà questo lavoro, ma c’è la soddisfazione di condividere tante emozioni forti e di mettersi alla prova per raccontarle.

– Come mai “Postcards”?

Orwell sosteneva che si possono imparare molte cose a proposito dell’Inghilterra osservando le cartoline delle cartolerie a buon mercato: riteneva che in esse gli inglesi avessero inconsciamente registrato la loro personalità. Un po’ quello che sto cercando di fare io con questo progetto.

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