Amy Winehouse

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Di Francesco Bommartini

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Il 23 luglio 2011 sarà sempre ricordato come un giorno plumbeo per chi ama la musica: muore Amy Winehouse, una delle cantanti più promettenti ed istrioniche degli ultimi anni. Lo fa a Londra, città in cui era nata il 14 settembre 1983. Uno scherzo del destino, verrebbe da dire, anche a ragion della verde età (27 anni). Ma sotto la patina di un successo tanto veloce quanto meritato ci sono problemi di droga, disordini alimentari (perde quattro taglie tra il primo e secondo album), una serenità eclissatasi anche a causa di relazioni burrascose, tanto con gli uomini (Blake Fielder-Civil in particolare) quanto con la famiglia.

 
PeccAmyWinehouseBerlin2007-cropato davvero perché Amy era considerata, a ragion veduta, una delle più importanti rappresentati del soul bianco. Complici anche 5 Grammy Awards vinti per Back to Black. Capolavoro, termine di paragone per chiunque voglia considerarsi artista dal 2006 – anno della pubblicazione – ai prossimi anni. Vocalmente la Winehouse attraversa testi pieni di malessere e vita con un piglio sicuro, sentito, indimenticabile. Una voce nera, con capelli cotonatissimi ed un atteggiamento provocante, portato avanti fino ai suoi ultimi giorni.

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Nemmeno due mesi prima di quel 23 luglio 2011 la cantante e il suo staff si vedono costretti ad annullare la turnée a causa di una condizione di salute troppo precaria. Solo ora posso immaginare il mal de vivre che la attanagliava in quel drammatico periodo. Allora era tutto nascosto dietro la sua istrionicità. Che fregatura, essere considerati “unici”. Tutto quello che fai diviene spettacolo, superficialmente intellegibile.
Ma lei unica lo è stata davvero. Lo aveva capito l’amico e cantante Tyler James, che inviando un suo demo ad un talent scout aveva facilitato la firma con Island/Universal per il suo primo album, Frank, pubblicato nell’ottobre 2003. Si notano già le peculiarità che avrebbero fatto grande Amy, ma la produzione incentrata sul jazz e meno decisa del lavoro successivo non permettono ancora di spiccare totalmente il volo. Dichiarerà: “non sono mai riuscita ad ascoltarlo”.

Ben differente da Back to Black ed i suoi 6 singoli estratti. Tra questi una canzone che è sempre suonata pericolosa (e/o cool) alle orecchie dei suoi fan e che oggi è beffarda: Rehab. “They tried to make me go to rehabWinehouseLA but I said no, no, no” è il verso più famoso e rivelatorio di una situazione di dipendenza difficile da risolvere. Così come quando afferma, sempre nel brano, che è il padre a spingerla a disintossicarsi dall’alcol. Ma lei non ha tempo, non ha voglia. Nemmeno di ascoltare i consigli di Keith Richards, che in un paio di occasioni le sconsiglia di continuare una vita così sregolata.

Sempre sotto i riflettori la Amy Winehouse, anche dopo la morte. Cui segue la pubblicazione, benedetta dalla famiglia, di Lioness: Hidden Treasures, in cui trova posto anche Body and Soul, cantata con Tony Bennet, che avrà parole lusinghiere per la lungocrinita fuoriclasse del jazz-pop post 2000. Sarà invece criticato il padre, autore della biografia Amy, mia figlia i cui ricavati sono stati donati alla Amy Winehouse Foundation, fondata per prevenire problematiche cha hanno messo in ginocchio la protagonista di questo articolo e della musica degli ultimi 15 anni.

 

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Amy è stata uccisa da uno stop ‘n go (massiccia assunzione di alcol dopo un lungo periodo di astinenza). O forse, come chacchierato poi, dalla bulimia. O da un’overdose di chissàchealtro (forse il crack che era stata sorpresa a fumare qualche anno prima). Chissà.

Amy Winehouse in concertLa cosa che conta – purtroppo – è che Amy Winehouse non c’è più ma i dischi, le canzoni, la sua voce rimarranno intatti per l’eternità. E lo faranno tanto nelle orecchie di chi ascolta musica colta quanto in quelle della cosiddetta “gente della strada”.

Una vittoria inestimabile, per una diva inimitabile.

 

Voti album in studio:
2003Frank ( 6,5 / 10 )
2006Back to Black ( 10 / 10 )
2011Lioness: Hidden Treasures ( 6,5 / 10 )

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