Pif si racconta a Londra

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“A Londra a vent’anni pulivo le pentole e sognavo di fare il regista”. Pif si racconta nel suo esordio da regista negli Uk.

Lavare i pentoloni incrostati di sugo nel retrobottega di un ostello e sognare di fare il regista pluripremiato, tanto da coronare il desiderio una ventina d’anni dopo. Non è la nuova favola disneyana strappalacrime, quanto la vera storia di Pierfrancesco Diliberto, per tutti Pif, approdato a Londra per lanteprima inglese del suo esordio sul grande schermo da regista “La mafia uccide solo d’estate, vincitore per altro di numerosi premi tra i quali David di Donatello, Nastro d’argento, Globo d’oro, Ciak d’oro e vari riconoscimenti assegnati da critica e pubblico.

“E pensare che una ventina d’anni fa, minchia quanto passa veloce il tempo, stavo proprio qui a Londra, c’erano ancora i Take That e le Spice Girls, e per mantenermi lavavo i piatti in un ostello a Notting Hill, ero un house porter – ricorda Pif da un comodo salotto in un hotel di Soho, nel cuore della capitale inglese -. Il cuoco mi chiamava “speedy” perché ero lento lento. Ma io glielo avevo detto: sono siciliano, mister, noi siamo lazy per natura. Lenti, lenti… Però ti posso assicurare che qui, rispetto a quei tempi in Italia ma ancora oggi, se pensavi in grande nessuno ti avrebbe preso per scemo. Qui davvero i sogni sapevi che prima o poi si sarebbero realizzati. In Italia c’erano, e ci sono, poche speranze e un giovane con poche speranze è un giovane vecchio, un giovane morto. E infatti a Londra mi sento di tornare da vincitore…”

Non starai mica pensando di tornare in quell’ostello e dirgli “Ei mister! ti ricordi di me? Sono speedy, ho fatto carriera…
(ride!) No, no! Lui in realtà mi ha sempre voluto bene, ma ovvio quando sei giovane sogni sempre ad occhi aperti, poi ti perdi e non fai caso a quello che stai facendo.

Ti perdi… ma forse non nel tuo caso: prima autore de Le Iene, poi in video nello stesso programma, quindi autore e protagonista de “Il testimone” con centinaia di migliaia di seguaci in tv e su youtube e ora regista di successo. Mi sembra che hai sempre avuto le idee chiare.
Più che altro volevo che mia mamma sapesse che facevo un lavoro serio e che non ero un perditempo. Ma a parte i giochi, diciamo che per coronare il mio sogno sono partito da molto lontano, perché non volevo sgomitare, passare davanti a niente e nessuno. Volevo solo attendere il mio momento, facendo la mia gavetta. Sapevo che prima poi sarebbe arrivato.

E infatti così è stato. Passiamo al tuo “La mafia uccide solo d’estate”: credo che il tuo film più che parlare di mafia, tratti di come le persone, palermitane in particolar modo, abbiano vissuto quel ventennio di sangue. La mafia, anche se la parola è presente nel titolo, credo faccia più da cornice che da quadro.
Sì, è così. Quando si tratta un argomento come la mafia si parla di malavita, traffici illeciti, legami loschi con la politica ma soprattutto di persone. Io ho voluto ricreare sul grande schermo quello che poi effettivamente i palermitani hanno vissuto a quel tempo, quello che io ho vissuto in prima persona con la mia famiglia, le mie amicizie. Senza la consapevolezza di cosa effettivamente stava accadendo. Senza la consapevolezza che ora abbiamo maturato, data dal tempo che è trascorso e che ci fa dire “Ma che minchia abbiamo fatto?“

E qual è l’aspetto che più ti è sembrato strano girando il film e allo stesso tempo rivivendo la tua infanzia trascorsa durante il ventennio di sangue a Palermo?
Sicuramente che qualcosa di storto c’era ma era difficile da inquadrare in quei tempi. Parlo ovviamente della gente comune. Una volta lessi sulla rivista Focus un servizio dedicato a un giorno di vita in Italia durante il Fascismo. La cosa che mi colpì di più fu che la gente se ne andava al cinema quando cadevano bombe e si sparava giorno e notte. A Palermo è stato lo stesso: durante la guerra di mafia dove c’erano morti ammazzati in ogni angolo, la gente se ne andava al mare e al bar a prendersi le pastarelle. Non ho fatto null’altro che ricreare quei momenti. Nessuno dei grandi eroi, magistrati, giudici, ispettori, forze dell’ordine, componenti delle scorte, che compaiono nel film e che purtroppo come sappiamo vengono uccisi, sono ripresi nei loro ambienti lavorativi (ad eccezione del generale Dalla Chiesa, ndr). Di Palermo non offro una cartolina turistica, di Palermo ricreo la vita di tutti i giorni invischiata nella mafia.

Girare un film del genere è anche un modo per scrollarsi di dosso parte di questa pesante eredità che Palermo e i palermitani si portano dietro?
Diciamo che l’idea di racconta quello spaccato di vita palermitana durante la guerra di mafia è una sorta di autoanalisi che tutti noi, siciliani, ci siamo fatti negli anni a seguire in diversi modi e luoghi. Io usando una cipresa. Come ho detto prima, solo il tempo che passa ci permette di essere più lucidi e consapevoli. Ma in quei momenti era davvero difficile ragionare e capire. Ora però non abbiamo più scusanti e dobbiamo fare in modo di non commettere più quegli errori.

La questione, come immagino tu sappia, non è circoscritta solo a Palermo, la Sicilia o l’Italia, quanto è mondiale. Basti solo pensare che all’estero, quando si vuol etichettare qualcuno che fa qualcosa di illecito, gli si dice “You’re a sicilian – Sei un siciliano”.
Davvero? Non lo sapevo. Ovviamente sono consapevole che la mafia dal punto di vista cinematografico è un argomento bellissimo che crea eroi e anti eroi, quasi rendendo affascinanti allo stesso tempo i buoni e i cattivi, ma allo stesso tempo confonde se romanzata in maniera troppo estrema. Palermo ha storia, arte, cibo e cultura da vendere a tutto il mondo, ma per colpa di merde come Totò Riina e Salvo Lima, fuck off Salvo Lima, l’immagine che tutti hanno della Sicilia è che ognuno è un mafioso. Ma non è così, anche se poi ci sono questi coglioni che pur di fare soldi facili si inventano le peggio cose, come contraffare la mozzarella di bufala. Ma si può essere più stupidi? Cose del genere dovrebbero essere considerate crimine contro l’umanità.

Visto che abbiamo parlato anche di mafia, uno dei maggiori cliché dell’italianità all’estero, a quando i tuoi prossimi film su pizza e mandolino?
(ride!) Capisco la domanda scherzosa, ma una volta giocando con alcuni amici immaginando la sceneggiatura di un film, pensammo proprio a un americano che arrivava in Italia per acquistare casa e si ritrovava invischiato in queste cose del nostro Paese: mafia, pizza e mandolino. Chissà, magari un giorno sarà una buona idea per un nuovo film. Tanto poi quando lo vedranno all’estero penseranno sempre che sono tutte cose inventate o romanzante, stile Padrino, che sia un esotico fenomeno tutto siculo. Come accadde per Andreotti. Magari penseranno che è ancora in vita. Forse Andreotti non è mai morto. E’ tra noi, anzi è dentro di noi. Tocca allora a ognuno uccidere l’Andreotti che è in lui.

Perché, come scrive lo stesso Pif nel suo libro “Piffettopoli, “Io sono convinto di una cosa: o si piangono i morti uccisi per mafia o si tifa per Andreotti. Delle due, l’una!”.

Nelle foto dell’Italian Cinema London: Pif nei vari momenti a Londra, durante l’incontro col pubblico al termine dell’anteprima ai Riverside Studios insieme al corrispondente Rai Marco Varvello, alla giornalista del The Guardian Clare Longrigg e Ivan Vadori il regista del docu-film “La voce di Peppino Impastato”; con la direttice dell’Italian Cinema London Clara Caleo Green nella sede dei Bafta; col console Massimiliano Mazzanti. E l’autografo agli amici di Londonita.

Pif e Clara Caleo Green nella sede dei Bafta

Pif e Clara Caleo Green nella sede dei Bafta

Pif e il console Massiliano Mazzanti

Pif e il console Massiliano Mazzanti

Pif autografo Londonita

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