Richard Crashaw

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Richard Crashaw, ardente poeta di mistiche altezze

Al fine di completare il quadro storico-letterario del Seicento inglese, così ricco di fermenti e di infinite suggestioni poetiche e politiche, è mia intenzione mettere in luce due poeti della corrente metafisica, Richard Crashaw e John Dryden, e uno storico, Samuel Pepys, autore di un prezioso Diario, spesso trascurati o sacrificati nella storia della richard crashawletteratura inglese e che pure costituiscono un importantissimo e imprescindibile riferimento per la stessa identità culturale e religiosa dell’Inghilterra. D’altronde, uno dei difficili compiti, che mi sono preposto in questo singolare “progetto” letterario, è anche quello di offrire alla contemplazione dei pazienti lettori alcune figure di autori minori, senza i quali i cosiddetti autori maggiori rischierebbero di brillare di luce propria e riflessa. Ogni storia letteraria vive di questa feconda e a volte fuorviante dialettica di astri maggiori e di astri minori, i quali a volte, lungi dall’essere delle mere ombre, danno valore aggiunto alla presunta Luce maggiore.
Annoverato nella cerchia dei poeti metafisici, anche se seppe sviluppare una linea poetica propria molto più affine alla sensibilità spagnola e italiana, Richard Crashaw nacque a Londra nel 1612-13. Figlio di William Crashaw, eminente pastore anglicano di formazione puritana e famoso per la sua violenta contrapposizione al cattolicesimo romano, subito dopo la morte del padre, tra il 1629-30 entrò alla Charterhouse School di Londra e successivamente al Pembroke College di Cambridge. Dopo avere conseguito nel 1634 il Baccellierato in Filosofia e Teologia, Crashaw insegnò come fellow al Peterhouse College di Cambridge e iniziò a pubblicare raccolte di poesie religiose, che manifestarono subito una chiara ispirazione mistica e un’ardente fede cristiana. Nel 1638 ricevette gli ordini sacri nella Chiesa di Inghilterra, ma la sua teologia e la sua pratica di fede abbracciarono l’eredità cattolica dell’anglicanesimo all’interno della cosiddetta Chiesa Alta (High Church), i cui riti erano stati riformati dall’Arcivescovo Laud. Tra il 1638 e il 1642 l’Università di Cambridge era un vivido centro culturale di dibattiti politici e religiosi tra le varie correnti riformistiche dell’anglicanesimo e dei monarchici, posizioni ideologiche che furono violentemente contrastate e poi soppresse con l’ascesa al potere dei Puritani durante la Guerra Civile (1642-1651). Quando nel 1643 Oliver Cromwell prese il controllo definitivo di Londra, Richard Crashaw fu allontanato dall’insegnamento e costretto ad esiliare all’estero. Egli trovò rifugio prima in Francia e più tardi in Italia a Roma, ove fu assunto come segretario dal Cardinale Giovanni Battista Maria Pallotta. Durante l’esilio italiano si convertì dall’Anglicanesimo al Cattolicesimo romano, e nell’aprile del 1649 il Cardinal Pallotta assegnò a Crashaw il benefizio ecclesiastico di Canonico del Santuario della Santa Casa di Loreto, nelle Marche, ove morì in circostanze misteriose (con qualche sospetto di avvelenamento) quattro mesi dopo. Il suo corpo fu in seguito tumulato nella Cappella della Madonna di Loreto. L’arte poetica di Crashaw, sebbene spesso affiancata a quella dei contemporanei poeti metafisici, mostra delle somiglianze con il barocco “inglese” anche se fu profondamente influenzata dalle opere letterarie italiane e dalla mistica spagnola. Essa disegna, come ha scritto egregiamente Cornelius Clifford nell’Enciclopedia Cattolica (ed. 1908), “un significativo parallelismo tra bellezze fisiche della natura e significato spirituale dell’esistenza, e attraverso una levatura lirica e mistica di eccezionale valore la sua opera poetica è tutta contrassegnata da un insistente concentrazione sull’amore verso le piccole cose della vita e le più profonde verità della religione, giacché la sua anima sembra quasi sempre rapita e conquistata dalla segreta e intima architettura delle cose”. La ricchissima produzione poetica di Crashaw può essere suddivisa in tre gruppi, comprendenti le tre monumentali opere, che egli sottopose spesso a revisione e limatura stilistica.
1634: Epigrammatum Sacrorum Liber (Libro di Epigrammi Sacri)
1646: Steps to the Temple. Sacred Poems, With other Delights of the Muses (Passi verso il Tempio. Poemi Sacri)
1652: Carmen Deo Nostro (Lode al nostro Dio) The Flaming Heart o Il Cuore fiammeggiante, poesia appartenente alla raccolta del volume Carmen Deo Nostro, pubblicato postumo a Parigi nel 1652, è sempre stata ritenuta uno dei poemi religiosi più ardenti e appassionanti della letteratura inglese. Scritta intorno al 1646, Il Cuore fiammeggiante è una grandiosa e magnificente lode a Santa Teresa di Gesù, o Teresa d’Avila, ispirata dall’autobiografia della grande mistica spagnola e riformatrice dell’Ordine carmelitano. Crashaw conobbe il Libro della sua vita prima di convertirsi al cattolicesimo, forse attraverso una traduzione inglese fatta da un gesuita (Anversa, 1611); ma il titolo della poesia è preso da una versione inglese successiva (Anversa, 1642). Già prima della conversione il poeta aveva composto un inno alla Santa, ispirandosi specialmente ai capitoli I e XXIX del Libro della sua vita. The Flaming Heart è il canto della sua entrata nella Chiesa romana, avvenuta nel 1646, e dimostra quanto fortemente, insieme con le ragioni teologiche, agirono impulsi sentimentali nel determinare la sua conversione. La poesia prende lo spunto da un ritratto della Santa con un angelo accanto, e si chiude con un inno che è anche un’invocazione al mistico annullamento di sé nell’Amore divino. Richard Crashaw raggiunge qui uno dei momenti più alti della sua opera e trova l’accento forse più ardente che si incontri in tutta la poesia religiosa inglese. L’appassionato crescendo è dato da un brillare di immagini che, se hanno l’ingegnosità del concettismo seicentesco, hanno anche l’intensità fantastica e drammatica proprie del migliore barocco, che riesce a trasporre il suo fondamentale sensualismo sul piano di una accesa spiritualità. Per dare un’idea di questo eccesso di amore che invade l’anima del poeta, penso sia alquanto eloquente riportare il passaggio centrale del poema:

O thou undaunted daughter of desires! By all thy dow’r of lights and fires, By all the eagle in thee, all the dove, By all thy lives and deaths of love, By thy large draughts of intellectual day, And by thy thirsts of love more large than they, By all thy brim-fill’d bowls of fierce desire, By thy last morning’s draught of liquid fire, By the full kingdom of that final kiss That seiz’d thy parting soul and seal’d thee his, By all the heav’ns thou hast in him, Fair sister of the seraphim! By all of him we have in thee, Leave nothing of my self in me: Let me so read thy life that I Unto all life of mine may die.”

O tu, intrepida figlia di ogni desiderio! Per tutte le doti delle tue luci e dei tuoi fuochi; per lo spirito d’aquila che è in te, e l’animo di colomba; per tutte le tue vite e le tue morti d’amore; per la tua inesausta arsura di giorno intellettuale; e per le tue seti di amore più ardenti dell’arsura dell’anima; per la tua coppa traboccante di sfrenato ardore, per il tuo estremo sorso mattutino di liquido fuoco; per il Regno sconfinato di quel bacio ultimo che afferrò la tua anima morente e la suggellò col Suo, per tutti i cieli che tu possiedi in Lui, Leale sorella dei Serafini! Per tutto ciò che di Lui noi possediamo in te, deh! Rimetti il Nulla di me stesso dentro di me: Ch’io legga così la tua vita fintantoché Tutta la mia vita possa morire!
Gaetano Algozino London, South Norwood 27 luglio 2015

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